Bullismo a Muravera, quando condividere significa essere complici

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Immagine simbolica degli effetti del bullismo

La vicenda dell’atto di bullismo di Muravera ci interroga profondamente sul nostro modo spesso scriteriato di utilizzare i social network. Dopo aver assistito a questa vicenda tutti speriamo che la grancassa mediatica porti un po’ di ragione ai protagonisti: sia alla ragazzina autrice dell’aggressione e sia ai compagni di scuola che non solo non hanno mosso un dito per difendere la vittima, ma anzi hanno rincarato la dose sbeffeggiandola. E porti soprattutto un po’ di serenità alla piccola vittima che certo non sarà rimasta impassibile al risalto che i media hanno dato alla sua aggressione. Ma nonostante questa speranza e le notizie di una rappacificazione delle due protagoniste, non è giusto, come qualcuno auspica, che il grave episodio di bullismo avvenuto all’uscita dell’istituto alberghiero di Muravera si concluda a tarallucci e vino.

Anche perché oggi, lo leggiamo dalle cronache dei quotidiani locali, la Polizia Postale ha avviato un’indagine a tutto campo su questa vicenda. Non solo nei confronti di chi ha girato il video e lo ha postato su Facebook, ma anche nei confronti di chi lo ha scriteriatamente condiviso facendolo diventare virale con quasi quattro milioni di visualizzazioni. Probabilmente pagheranno le conseguenze di questa leggerezza anche le testate giornalistiche che non hanno perso la ghiotta occasione di pubblicare integralmente il video acchiappa clic delle due allieve dell’istituto alberghiero di Muravera.

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Tutti contro uno: è la codarda legge che regola il bullismo

Il dibattito sull’episodio di Muravera

Nei giorni scorsi su Facebook si è assistito ad un interessante dibattito tra chi sosteneva che il video dell’aggressione dovesse essere condiviso sui social network e chi invece sosteneva l’esatto contrario. I primi evidenziavano l’effetto deterrente delle immagini che, seppur drammatiche, avrebbero avuto il merito di portare alla ribalta un fatto che prima dell’avvento dei social network sarebbe rimasto impunito, arrivando paradossalmente in certi casi persino a plaudire l’autore del video postato su internet. Altri viceversa condannavano senza appello chi continua a diffondere in Rete brutture e violenza che portano altra violenza e bruttura, evocando l’effetto emulativo che può avere l’eccessiva esposizione meditica di certi atti.

Tutti esprimevano il proprio parere con le migliori intenzioni. Come erano sicuramente ottime le intenzioni di chi, per esprimere solidarietà alla minorenne vittima di Muravera, ha pensato bene di far circolare in Rete un hashtag con il nome della ragazzina accompagnato da una sua foto, in barba a qualsiasi normativa sulla privacy. Oppure quelle di chi in un impeto di rabbia ha pubblicato il profilo facebok con nome e cognome e fotografia dell’autrice anch’essa minorenne dell’aggressione.

L’indignazione è assolutamente comprensibile e necessaria visto che – come ricorda una petizione online che chiede al Ministero di Grazia e Giustizia, al Tribunale dei minori e al Presidente del Consiglio punizioni più severe per i bulli (quasi 10mila sottoscrizioni) – secondo gli ultimi dati ISTAT circa il 50% degli adolescenti italiani è vittima di bullismo e 1 su 10 tenta il suicidio per questo motivo.

Tra le analisi più interessanti di questo episodio ne segnalo due. Cito da una parte quella di chi, come Francesco Giorgioni sulle pagine della testata online Sardegnablogger, ha sottolineato che non si deve demonizzare Facebook perché il problema della vicenda di Muravera sono l’atto di bullismo in sè e soprattutto l’atteggiamento ignavo di chi non ha fatto nulla per difendere la vittima (è da notare comunque che Sardegnablogger non ha pubblicato il video integrale).

Dall’altra cito Gianluigi Riva, influencer soprattutto su Twitter con un altro pseudonimo più noto, Insopportabile, che nei giorni scorsi scriveva sul suo profilo Facebook  che condividere un atto di bullismo è esso stesso bullismo, scatenando un interessante dibattito.

Certamente bisogna condannare gli atti di violenza senza demonizzare il mezzo con cui vengono diffusi. Ed è un dato di fatto che oggi i social network contribuiscono ad aumentare il controllo sociale e a far venire a galla episodi drammatici che prima sarebbero rimasti occulti.

Eppure bisogna considerare anche un altro aspetto di non poco conto. Oggi che tutti i ragazzini hanno uno smartphone è assolutamente normale che gli atti di bullismo siano accompagnati da un video. Anzi: spesso e volentieri il video che sarà postato in rete per ridicolizzare la vittima e metterla alla gogna mediatica fa esso stesso parte integrante dello stesso atto di bullismo.

Dalle immagini circolate su facebook sembrerebbe di intuire che l’autrice dell’aggressione a Muravera fosse consapevole del fatto che qualcuno stesse filmando le sue gesta. Non era dunque così peregrina l’ipotesi che quel video potesse finire su internet con gli effetti devastanti che ha avuto (d’altronde se qualcuno ti sta filmando te ne accorgi e se non vuoi che lo faccia lo fermi).

Ecco perché condividere quelle immagini facendole diventare virali su Facebook, anche se fatto per genuina indignazione e non per raccattare qualche triste clic in più sulla propria pagina, ha reso chi lo ha fatto un po’ complice, ancorché inconsapevole, di quel gesto di bullismo.

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