Boicottaggi, senatori e libertà di opinione: lo spot Provita

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La Campagna Provita contro l'utero in affitto

Una madre racconta con dolore il dramma delle essere stata separata dal bimbo che ha portato in grembo per nove mesi ed è stato venduto come un oggetto attraverso un contratto di maternità surrogata. Lo spot, proiettato in circa 200 sale del circuito di distribuzione UCI Cinemas, porta avanti una campagna avviata mesi fa dall’associazione Provita contro la pratica del cosiddetto utero in affitto, che come è risaputo è vietata dalla legge italiana (art. 12 comma sesto della legge 40/2004). Nello spot di Provita non si accenna in alcun modo al fatto che la coppia acquirente del bimbo fosse stata etero o omosessuale, anche perché come si sa la pratica dell’utero in affitto è notoriamente utilizzata soprattutto da coppie eterosessuali che non possono avere figli e li vanno ad acquistare a prezzi molto alti nei Paesi in cui è consentita.

La questione etica dell’utero in affitto era tornata alla ribalta durante il recente dibattito sulla stepchild adoption cassata dalla legge sulle unioni civili approvata qualche mese fa dal Parlamento italiano. In quell’occasione, come si ricorderà, i sostenitori della stepchild adoption negarono qualsiasi collegamento con la maternità surrogata vietata dalla legge italiana. E lo negatono nonostante fosse evidente da subito che la possibilità di adottare il figlio del partner avrebbe legittimato anche tutti i casi (la maggior parte) in cui uno dei membri della coppia avesse acquisito un bambino tramite la pratica dell’utero in affitto in un Paese estero. Cosa che è ovviamente avvenuta.

In realtà la questione dell’utero in affitto è però generalizzata e non ha nulla a che vedere con i diritti delle coppie omosessuali, ma eventualmente ha a che fare con i diritti dei neonati e delle mamme che spesso per bisogno sono costrette a vendere i loro bambini, perchè di questo si tratta. Nonché ha a che fare con un business milionario legato al commercio di bambini legalizzato in molti Paesi del mondo (una procedura di maternità surrogata costa intorno ai 200mila dollari ed è ovviamente soltanto appannaggio delle persone danarose che possono permettersela).

La polemica sullo spot di Provita

Tornando allo spot Provita. la programmazione è stata sospesa per alcuni giorni dalle sale Uci Cinemas. Ufficialmente dopo la segnalazione di alcuni clienti. In realtà ad indurre il circuito di distribuzione cinematografica a questa decisione è stato il boicottaggio minacciato da alcune associazioni che tutelano i diritti omosessuali che hanno appunto visto nello spot una non bene identificata “propaganda” anti omosessualista.

In alcuni siti lo spot Stop Utero in Affitto! di Provita viene addirittura identificato come portatore di “orrori estremisti e propagandistici“.

Certo, oggi è politicamente scorretto far riflettere gli spettatori su un argomento di questo tenore prima della visione di un film, magari un rilassante cinepanettone natalizio. Meglio gli spot violenti che quotidianamente siamo costretti a sorbirci anche prima di vedere i film per i nostri bambini.

Ma non c’è dubbio che la censura assolutamente immotivata dello spot dell’associazione Provita con la minaccia di boicottaggio dell’UCI Cinemas sia l’ennesimo esempio di una pericolosa deriva ideologica presa soprattutto dal mondo della cultura di massa (non solo in Italia) dove la forza di persuasione di certe lobby è ormai totalitaria.

La censura è stata rimossa grazie all’intervento del senatore di Idea Carlo Giovanardi che ha denunciato una pericolosa violazione del principio di libertà di opinione.

Ma desta molta preoccupazione l’intervento di un’altra rappresentante delle istituzioni italiane. Anche la senatrice Monica Cirinnà, relatrice della legge sulle unioni civili, ha proposto il boicottaggio del circuito UCI Cinemas, intimando alla catena di distribuzione di non trasmettere più “spot omofobi”: una senatrice della Repubblica, che dovrebbe rappresentare tutti i cittadini, utilizza l’arma del becero boicottaggio economico utilizzato dal pensiero unico per punire i dissidenti.

Ricordate Guido Barilla, Dolce & Gabbana, Giacomo di Aldo, Giovanni & Giacomo, giusto per citare i primi tre esempi?

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Il post della senatrice Cirinnà

E’ davvero grave che la senatrice Cirinnà inciti pubblicamente al boicottaggio per la trasmissione di uno spot che stigmatizza una condotta illegale per la legge italiana lamentando non si sa bene quali discriminazioni.

Fa comunque piacere, leggendo i commenti al post della Cirinna, che tante persone si stiano rendendo conto dell’assurdità e dell’ipocrisia di una ideologia monotematica che finisce sistematicamente per calpestare i diritti dei più deboli (bambini e mamme).

Eppure una senatrice della Repubblica che considera “omofobo” quello spot e difende una pratica vietata dalla legge italiana fa molto riflettere.

Non solo è la dimostrazione che, contrariamente alle rassicurazioni di qualche mese fa, la stepchild adoption che si voleva inserire nella legge sulle unioni civili è – come d’altronde era facilmente prevedibile – un modo per sdoganare anche in Italia l’utero in affitto in barba alle leggi.

Ma questa vicenda – vista alla luce del referendum costituzionale del 4 dicembre – fa capire quanto sia ancora importante in Italia un Senato forte e libero da vincoli politici che possa in qualche modo limitare una deriva progressista illiberale ed antidemocratica e opporsi a provvedimenti che, punendo come “omofobi” comportamenti del tutto leciti, limiterebbero in maniera odiosa la libertà di espressione.

Il post della Cirinnà – che bolla come “omofoba” addirittura una campagna contro una condotta penalmente illecita – fa capire quale sarebbe l’interpretazione abnorme del reato di omofobia previsto dalla cosiddetta “legge Scalfarotto” che fortunatamente è stata messa da parte, ma sarebbe immediatamente rispolverata e approvata se la Camera, dopo il 4 dicembre, perdesse il contrappeso del Senato.

Non dimentichiamo inoltre che la prossima Finanziaria nazionale – lo rivela la stessa associazione Provita – ha pronti alcuni emendamenti che – in un’Italia dove mancano le risorse per lo sviluppo, dove gli enti locali piangono miseria e dove non si fanno più bambini – prevedono tanti bei soldi per la lotta all’omofobia, l’insegnamento dell’educazione sessuale a scuola e la sensibilizzazione delle donne all’aborto.

E’ sacrosanto che si lotti per il riconoscimento e il rispetto dei diritti di tutti, a prescindere da qualsiasi distinzione di sesso, razza e religione. Ma non è accettabile neppure pensare che dietro un onnicomprensivo, indistinto e nebuloso concetto di “omofobia” si possano nascondere una odiosa limitazione della libertà di opinione o addirittura un business per associazioni particolarmente vicine al potere. Sono storie già viste che non ci interessano. E soprattutto non hanno nulla a che vedere né con la libertà né con i diritti civili.

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