Banche: favorire i nababbi insolventi o investire sul lavoro e sulle idee?

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Denaro contante

Quando qualche decennio fa ho chiesto il primo mutuo per comprare casa mi hanno riso in faccia. Il funzionario incravattato di una delle banche sarde aveva visto la mia busta paga da impiegato part time ed era scoppiato in una sonora risata. “E lei vorrebbe un mutuo con quella busta paga?“. Ci son voluti anni e c’è voluto soprattutto un contratto di lavoro a tempo indeterminato (che poi si è dimostrato meno indeterminato del previsto) perché potessi finalmente mettermi un cappio al collo per circa vent’anni, legando quasi indissolubilmente il mio destino a quello di un istituto di credito che ancora a lungo potrà accampare diritti ipotecari sul tetto sotto il quale vivo.

Premessa: è assolutamente normale che le banche concedano un prestito a chi è in grado di dare adeguate garanzie di solvibilità. Eppure leggendo i nomi dei grandi magnati della finanza che stando alle notizie di stampa degli ultimi giorni avrebbero mandato in tilt una grossa fetta del sistema bancario italiano monta un po’ di rabbia.

È giusto che per salvare il Monte dei Paschi di Siena e gli altri istituti di credito dall’indebitamento causato da pochi ricchi finanzieri insolventi il Governo debba utilizzare 20 miliardi che si sarebbero potuti usare per sviluppare la piccola e media impresa e per creare una ricchezza più diffusa e meglio distribuita?

È giusto che per recuperare questi 20 miliardi debba essere aumentata dell’IVA sui beni al consumo che porterà nei prossimi anni ad un ulteriore ingessamento dell’economia italiana visto che la maggior parte della popolazione, quella che – per intenderci – lavora sodo per pagare i propri debiti fino all’ultimo centesimo, non ha che i soldi strettamente necessari per la sopravvivenza?

La strategia delle banche italiane

In Italia ci sono tanti artigiani e onesti piccoli e piccolissimi imprenditori (non parlo ovviamente dei disonesti) che hanno notoriamente enormi difficoltà ad accedere al credito per finanziare la loro attività ed espandere le loro aziende. Inoltre ci sono tanti giovani che, pur avendo buone idee, non hanno la possibilità di realizzarle perché non possono dare adeguate garanzie alle banche per poter ambire ad un finanziamento.

Viceversa da sempre gli istituti di credito stendono i tappeti rossi e suonano le fanfare quando passano i grandi finanzieri che hanno a disposizione enormi quantità di denaro.

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Banconote

Il crac MPS dimostra ancora una volta che il nostro sistema bancario tende a non investire sul lavoro e sulle idee, ma a premiare per lo più chi ha già un patrimonio consistente e, dall’alto dei suoi soldi e della sua posizione di privilegio e di potere, pare possa permettersi anche di non restituirli alle banche accollando i propri debiti ai cittadini.

Cosa che – tra parentesi – certamente non può fare un comune mortale. Sì, perché se una persona normale ritarda nel pagamento di una sola rata del mutuo per lui si aprono le porte dell’inferno e si innesca un circuito perverso che può arrivare persino al blocco del suo conto bancario e della sua carta di credito.

Certo, le banche devono contare sulla solvibilità dei loro clienti. Questo è pacifico. Ma è davvero la strada giusta quella di stendere i tappeti rossi a pochi personaggi ricchi e potenti prestandogli denaro fino a fallire, e nello stesso tempo stritolare chi non riesce a pagare una rata del mutuo?

Anche perché, alla fine della giostra, come dimostra il caso MPS, per i perversi meccanismi della nostra finanza sarà proprio chi ha enormi difficoltà ad accedere ad un prestito o ad un mutuo a dover ripianare con i suoi miseri risparmi le voragini causate dai grandi debitori insolventi che dal canto loro continueranno indisturbati a condurre le loro vite da nababbi.

In questi giorni si è parlato molto di trasparenza. La trasparenza è stata invocata giustamente anche dallo stesso sistema bancario italiano che ha chiesto la pubblicazione, con una sorta di gogna pubblica così di moda in questo periodo, dei nomi dei primi cento grandi debitori.

Eppure, oltre alla trasparenza e alle gogne mediatiche, bisognerebbe agire più a fondo provando ad incidere su un sistema economico palesemente ingiusto che – in generale – favorisce sistematicamente i potentati e le lobby e tende ad utilizzare il denaro per le speculazioni finanziarie e gli arricchimenti ingiustificati di una piccola élite, più che per lo sviluppo e il benessere della intera comunità.

Sarebbe bello che le banche italiane iniziassero ad investire un po’ di più sui giovani e sulle loro idee. Che dessero maggiormente credito alla laboriosità dei piccoli artigiani che hanno come capitale sociale quasi esclusivamente il loro lavoro, invece di puntare sempre sui soliti vecchi volponi della finanza che con il loro nome importante possono permettersi anche il lusso di non pagare i propri debiti.

Magari poi – una volta o l’altra en passant – bisognerebbe provare anche a vigilare maggiormente sul sistema delle agevolazioni e dei prestiti in modo da non permettere agli imprenditori più spregiudicati di prendere vagonate di soldi dalle banche, far fallire le loro aziende mettendo in mezzo alla strada i dipendenti, ma continuando ad essere ricchi sfondati, magari dopo aver  trasferito i loro capitali all’estero in qualche paradiso fiscale.

La trasparenza può essere un primo passo, ma perché qualcosa cambi davvero occorre una finanza più etica che non sia governata esclusivamente dal dio denaro e dalle speculazioni.

Bisognerebbe riscoprire la funzione essenziale del denaro che forse qualcuno ha dimenticato: quella di favorire gli scambi economici e distribuire benessere e sviluppo. Per tutti, non solo per qualche ricco personaggio che risulta totalmente inaffidabile nonostante sulla carta abbia una valutazione altissima sotto il profilo del rating bancario.

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