Ansa, il segno della crisi del giornalismo

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La notizia è dei giorni scorsi. L’ha data il Fatto Quotidiano. L’Ansa (Agenzia nazionale stampa associata), la storica agenzia di stampa nata nel 1945 dalle ceneri dell’agenzia Stefani su idea di alcuni esponenti delle forze politiche della Resistenza italiana, ha dato sostanzialmente il via libera nei giorni scorsi ai contratti di solidarietà per i giornalisti: con un referendum i lavoratori hanno accettato meno ore di lavoro e stipendi defalcati per evitare i 60 esuberi annunciati da tempo dall’azienda e provare a tamponare un deficit di circa 5 milioni dovuto ai tagli dei finanziamenti pubblici.

È strano pensare ad orari di lavoro e stipendi falcidiati considerando l’enorme mole di lavoro svolta ogni giorno dai colleghi sardi dell’Ansa (e in genere da quelli delle agenzie di stampa isolane, Agi in primo luogo) che per coprire gli appuntamenti quotidiani in tutta l’isola devono letteralmente fare i salti mortali. Ed è ancor più strano sentir per l’ennesima volta parlare di solidarietà in riferimento ad una categoria individualista e autoreferenziale, quella dei giornalisti, che per lo più non sa cosa siano la solidarietà e la lotta per difendere i diritti dei colleghi più deboli.

Ansa Fatto Quotidiano

Solidarietà all’Ansa

Solidarietà ai colleghi dell’Ansa, dunque. In questa vertenza che dal mese scorso è stata battezzata con l’hasthag #resistAnsa.

Sono loro che, con un lavoro per lo più ignoto al grande pubblico, macinano gran parte delle notizie che poi si leggono sui giornali e si sentono nei telegiornali. Notizie che poi magari vengono sviluppate e approfondite dai colleghi della carta stampata o delle TV. Oppure vengono buttate semplicemente in pagina e titolate. Ma che rappresentano da sempre una tra le fonti più autorevoli dell’informazione italiana.

L’Ansa, per un giornalista che ha conosciuto una lunga gavetta sul campo fatta di collaborazioni a pezzo, è sempre stata una specie di chimera. Una delle sistemazioni più sicure. Un po’ come entrare alla Rai. Ma è sempre stata anche il simbolo del rigore giornalistico, della serietà, della cura per la notizia. Della deontologia professionale. Tantissime generazioni di giornalisti si sono formate con le lezioni tenute a Fiuggi nei corsi di preparazione all’esame professionale dallo storico direttore dell’Ansa Sergio Lepri.

Ecco perché la crisi di una testata storica e affidabile come l’Ansa colpisce. Fa riflettere. È un segno dei tempi. È il segno della crisi del giornalismo come lo abbiamo sempre conosciuto. Quel giornalismo fatto di lunghi appostamenti, di interviste a lungo inseguite, di inchieste vere. Di grandi reporter e cameraman coraggiosi.

È la crisi di un giornalismo che ormai sembra morto. O per lo meno appare quasi moribondo, oggi che per realizzare un servizio giornalistico o un reportage basta avere un iPhone o un iPad. Oggi che per fare un’inchiesta è sufficiente saper smanettare un po’ su internet. Oppure è sufficiente andare a fare due interviste in spiaggia e chiedere se gli uomini preferiscono gli slip o i boxer.

La crisi dell’Ansa, così come quella delle tante testate che in Sardegna sono decedute in questi ultimi cinque anni, da Epolis a Sardegna 1, passando per Sardegna 24 e Sardegna Quotidiano, è il segno dei tempi. Di un giornalismo fatto sempre meno di contratti a tempo indeterminato, integrativi e privilegi e sempre più di precariato e fame.

Oggi con un blog su wordpress o su blogger chiunque può scrivere e fare il giornalista. E qualsiasi giornalista può registrarsi la sua testata in Tribunale. Lavorando per lo più gratis, ovviamente. Oggi la stessa Regione, che ben conosce l’enorme numero di precari e disoccupati nel settore dell’informazione in Sardegna, finanzia con i soldi della comunità europea dei corsi per formare addetti stampa non iscritti all’albo dei giornalisti. Ben sapendo quanti giornalisti ci sono a spasso.

Oggi la politica sarda non riesce a far altro che aiutare qualche amico giornalista a sistemarsi, ma non ha assolutamente la capacità di incidere sulla drammatica crisi del settore dell’informazione se non con degli inutili e insignificanti attestati di solidarietà.

Oggi il settore dell’informazione ha probabilmente bisogno di essere ripensato, di essere revisionato per non morire definitivamente nell’indifferenza generale. Non si può più anacronisticamente pensare soltanto a difendere il fortino. Non si può pensare solo a difendere i pochi privilegiati, sempre meno peraltri, che hanno ancora un contratto a tempo indeterminato o che hanno raggiunto la pensione e magari continuano anche a lavorare. Oggi bisogna pensare soprattutto a tutelare gli ultimi. Quelli che si barcamenano, lottano contro la voglia di cambiare mestiere, ma continuano ad amare questa professione e crederci.

Bisogna che la solidarietà non sia soltanto una forma di contratto meno tutelato, un ricatto che i colleghi accettano per evitare i licenziamenti in cambio di una diminuzione di orario e di stipendio, solitamente preludio alla scomparsa di una testata di stampa. Bisogna che sia un’azione comune a difesa di una categoria che diversamente è destinata a morire. Un’azione comune che deve essere promossa non solo da chi i diritti li ha persi ormai da tempo, ma deve essere condivisa soprattutto dai quei colleghi che godono ancora di qualche tutela e di qualche potere contrattuale. A costo di perdere qualche residuo di privilegio.

Bisogna che la solidarietà ai colleghi dell’Ansa, sintetizzata dall’hasthag #resistAnsa, non sia una dichiarazione inutile come quelle che arrivano di solito dalla politica. Ma sia davvero un auspicio per la resistenza di un’intera categoria di lavoratori.

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