Aiutiamoli a casa loro: perché Renzi per una volta ha ragione da vendere

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Alla fine lo ha scritto: abbiamo il dovere morale di aiutarli a casa loro. Matteo Salvini, leader della Lega Nord lo sta dicendo da anni acquisendo honoris causa la targhetta di razzista e intollerante doc. Ma il fatto che a scrivere in un libro la fatidica frase aiutiamoli a casa loro sia stato addirittura il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi e addirittura, udite udite!, lo staff piddino abbia postato il concetto sui social network, ha fatto letteralmente schiumare di rabbia la sinistra radical chic dell’integrazione da salotto. Tant’è che in nome del politically correct e con un errore mediatico grosso come un palazzo il post con la frase di Renzi è stato immediatamente ritirato dal web. Ci aspettiamo ora che vengano ritirate (o neppure pubblicate) anche le copie del libro di Renzi che, a quanto pare, dopo il linciaggio mediatico degli integralisti del buonismo (come noto abilissimi integratori di migranti nel nostro tessuto economico), si è pentito amaramente di aver espresso una idea così balzana.

Non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli a casa loro”. Queste le parole testuali contenute nel libro di Renzi che hanno provocato la condanna degli indignados da tastiera. Parole che in effetti mal si conciliano con gli accordi che – stando alle recenti rivelazioni dell’ex ministro degli Esteri Emma Bonino – il Governo del premier fiorentino tra il 2014 e il 2016 avrebbe preso con l’Europa, chiedendo – non si capisce bene per quale motivo comprensibile alla ragione umana – che l’Italia si sobbarcasse tutti gli sbarchi in spregio degli accordi tra gli Stati dell’UE.

Aiutiamoli a casa loro F.to Matteo Renzi

Aiutiamoli a casa loro
Aiutiamoli a casa loro

E’ naturale dunque che questa marcia indietro di Renzi su un tema così sensibile come l’immigrazione e la sua apparente adesione al celebre aiutiamoli a casa loro di salviniana memoria abbia fatto letteralmente impazzire la sinistra radical chic, che ora ribolle con tutti i suoi veleni sui social network.

Ma quella di Renzi è stata davvero una marcia indietro?  E ancora: pensare di poter aiutare i migranti economici aiutando economicamente i loro paesi sfruttati per anni dall’Occidente è davvero un concetto razzista?

Aiutiamoli a casa loro è insomma una frase così terribile? Oppure è la soluzione più ragionevole e più equa, se si guarda la attuale situazione in Italia, dove la maggior parte dei migranti non ha alcuna possibilità di integrarsi ed è destinata a chiedere l’elemosina o a delinquere?

In Sardegna, ad esempio, con gli sbarchi di fine giugno sono arrivati complessivamente nel 2017 circa 3600 immigrati. Sono stati accolti. Benissimo. E’ nostro dovere farlo, nei limiti del possibile.

Ma sono stati integrati? Ad osservare le strade cagliaritane dove c’è stato un aumento esponenziale dell’accattonaggio e degli episodi di piccola criminalità che purtroppo – è cronaca – hanno avuto per protagonisti cittadini extracomunitari, non pare che la tanto sbandierata integrazione sia andata oltre un pasto caldo e qualche vestito.

Va bene l’accoglienza, che comunque rimane un dovere morale checché ne dica Renzi. Ma la tesi del segretario del Pd (e prima di lui di Salvini) che vede come una priorità quella di aiutare i migranti economici a casa loro ha radici lontane che non sono per nulla razziste. Anzi diciamo chiaramente che aiutarli a casa loro è uno degli obiettivi dell’Europa.

Da anni negli ambienti europei si parla di un Piano Marshall per l’Africa che possa arginare un flusso ormai insostenibile e ingovernabile di migranti. Se ne parlò negli anni Ottanta con la lady di ferro Margareth Thatcher  che – lo ricordava nei giorni scorsi Avvenire – cercava con gli aiuti economici di sconfiggere la cultura dell’apartheid in Sud Africa e favorire la liberazione di Nelson Mandela. Più di recente sempre l’Inghilterra con Tony Blair presentò un progetto per sostenere lo sviluppo economico dell’Africa. Lo sviluppo dell’Africa è da sempre al centro della politica estera anche di un altro ex stato colonialista, la Francia. Forse perché i francesi, come gli inglesi, hanno molto da farsi perdonare dagli africani.

Anche l’Italia – che negli anni passati qualche danno in Africa lo ha fatto – ha proposto il suo Piano Marchall per l’Africa. Nel maggio 2016 Matteo Renzi, sì sempre lui, ha proposto a Bruxelles un progetto di sviluppo che potesse coniugare l’investimento privato e quello pubblico per creare sviluppo nel continente africano e limitare i flussi migratori.

Era stato chiamato Migration Compact. In soldoni: si sarebbero dovute creare delle partnership con i Paesi africani in modo da portare investimenti mirati che creassero lavoro e facessero lavorare anche le imprese italiane ed europee in Africa.

Si chiama sviluppo economico.

Chi è stato in Africa sa bene quanto ci sia da fare in termini di infrastrutture e di opere pubbliche. Sa anche quanta necessità di formazione professionale ci sia nelle popolazioni africane. Ma anche quante opportunità, quante ricchezze e quanta cultura ci sia in Africa.

Il Piano Marshall italiano prevedeva una cifra importante, circa 40 miliardi per un investimento imponente sul continente africano. Ma nonostante le pressioni italiane il progetto non è mai decollato. Fino ai giorni scorsi quando la questione africana, messa in agenda dall’Italia di Renzi, ha portato il Parlamento Europeo a varare un colossale piano di investimenti per l’Africa: 3,3 miliardi di denaro pubblico che dovrebbero movimentare risorse private per circa 44 miliardi.

Far rifiorire l’economia di un’Africa che per anni è stata sfruttata dai colonizzatori è oggi la priorità strategica mondiale. L’Africa ha bisogno di riappropriarsi delle sue risorse, ha bisogno che i suoi giovani rimangano a lottare per il futuro del loro Paese e non siano costretti a scappare per poi bighellonare, chiedere l’elemosina e delinquere per pochi euro per le strade di Cagliari, di Roma e dell’Europa. I ragazzi africani hanno bisogno di essere aiutati ad impegnarsi, a lavorare e a sfruttare le risorse della loro terra. Hanno bisogno di essere padroni in casa loro, non schiavi in casa nostra.

Per questo quell’ “aiutiamoli in casa loro” che poco coraggiosamente Renzi ha fatto togliere dai social network, per paura del “fuoco amico” e delle ritorsioni di un popolo radical chic accecato dall’ideologia, è forse la cosa più giusta che il segretario del Pd abbia detto in tema di politica estera. Chi si indigna acriticamente per quella frase dimostra di non aver capito proprio nulla. Oppure, cosa ben più grave, di essere in totale malafede.

 

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