Agricoltori in piazza: bene i soldi del Governo, ma la Regione dove è?

0
30
Agricoltori in piazza
Agricoltori in piazza a Cagliari (foto tratta da internet - Corriere Nazionale)

Qualche rassicurazione. Qualche soldo in più. Ma poche certezze sul futuro. I circa quattromila agricoltori scesi in piazza a Cagliari la settimana scorsa per protestare contro la crisi che sta mettendo in ginocchio le campagne sarde sono tornati a casa con qualche rassicurazione in più. Ma anche con la certezza che i problemi dell’agricoltura isolana non saranno certamente risolti da qualche milione messo in campo dal Governo per placare la protesta: quando finiranno quei soldi bisognerà nuovamente tornare in piazza.

Gli agricoltori in piazza

In piazza c’erano tutti. Gli agricoltori con i loro trattori, gli allevatori con le bandiere gialle della Coldiretti. C’era anche – seppur virtualmente il Governo. Con il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina che durante un incontro tenuto pochi giorni prima della manifestazione con alcuni esponenti del Partito Democratico sardo – aveva prontamente annunciato un pacchetto di aiuti per assistere in questo momento di emergenza il settore ovicaprino sardo: cento milioni, ottanta?

In pratica è mancata solo la Regione Sardegna.

La grande manifestazione di piazza partita da viale Trento, sede del palazzo della Regione, e conclusa davanti al Consiglio Regionale pare abbia sbloccato gli oltre 100 milioni di euro di pagamenti comunitari attesi da tempo dalle imprese agricole isolane, ma non ha dato alcuna risposta definitiva ad un comparto strategico per l’economia sarda.

La crisi della pastorizia sarda è per lo più dovuta alla globalizzazione selvaggia dell’economia in cui il prodotto principale offerto dall’isola, il pecorino romano Dop, non trova più sbocchi sul mercato, soprattutto in quello statunitense.

prezzo latte
Pecore al pascolo vicino a Cagliari

Per risolvere questo problema strutturale possono fare ben poco i cortei colorati come quello organizzato a Cagliari dalla Coldiretti. Magari sarebbe più fruttuoso che lo stesso mondo agricolo sardo prendesse atto dei cambiamenti su scala mondiale, trovando alternative produttive e soprattutto creando reti e sinergie tra il mondo degli allevatori e quello dei produttori caseari, evidentemente due facce della stessa medaglia che per affrontare la crisi devono allearsi e non farsi la guerra.

Per questo servirebbe però una Regione autorevole in grado di governare il cambiamento e di accelerare dei processi virtuosi, peraltro previsti da alcune leggi regionali (come la legge 15) che restano ad oggi inapplicate. Una Regione che, con gli strumenti statutari a sua disposizione, abbia il coraggio di inserirsi con decisione nei processi internazionali che interessano l’economia isolana.

Con l’approvazione di alcuni trattati internazionali che rischiano di caderci in testa senza che neppure ce ne accorgiamo, tra qualche anno il mercato agroalimentare sardo sarà probabilmente travolto da prodotti di infima qualità o addirittura nocivi che arriveranno dal Canada e dagli Stati Uniti. Quegli stessi Stati Uniti che oggi proteggono la loro economia e non acquistano più il pecorino sardo che rimane nei magazzini delle industrie casearie.

La verità è che il pecorino romano non si vende più e i produttori sardi dovranno trovare strade alternative per stare sul mercato. La soluzione prospettata dal ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina, per quanto forse l’unica soluzione possibile in questo momento per tamponare l’emergenza di un prezzo del latte che ha raggiunto i minimi storici, sembra l’escamotage che veniva adottato fino a qualche tempo fa dalla Regione sarda per ovviare alla crisi profonda dell’editoria isolana: si compravano alle case editrici isolane migliaia di volumi destinati ad essere regalati o, peggio, a marcire nei depositi istituzionali.

In questo caso ad essere acquistati saranno oltre 4 milioni di euro di pecorino sardo Dop destinati – almeno questo è positivo – agli indigenti. Tecnicamente – ha annunciato Martina – il pecorino sarà inserito tra i prodotti alimentari che l’Unione Europea acquista e distribuisce alle persone indigenti.

Probabilmente questo palliativo consentirà di aumentare nel breve periodo il prezzo del latte che oggi i pastori sono costretti a vendere a 50-60 centesimi al litro.

Ma poi? Quali sono le soluzioni strutturali? Il ministro Martina ha annunciato anche un pacchetto di aiuti per il settore ovicaprino: circa 3 milioni saranno destinati alla Sardegna. Benissimo. Tutto grasso che cola per un settore che ha fame di liquidità. Così come è sicuramente importante lo sblocco degli incentivi per il benessere animale, che in pratica si risolvono in un sostegno indiretto al reddito degli allevatori. Benissimo anche le facilitazioni dell’accesso al credito per gli agricoltori e i pastori.

Ma è possibile che in Sardegna, terra dell’autonomismo a parole, del sovranismo sbandierato e dell’indipendentismo annunciato, non si riesca ad andare oltre l’assistenzialismo e gli incentivi per difendere un settore così strategico?

E’ possibile che la politica regionale non riesca ad unirsi e a provare a governare questa partita importantissima? E’ possibile che non si riescano a mettere in campo misure economiche e fiscali in grado di tutelare le piccole aziende sarde, i produttori agricoli e gli allevatori? Perché ad esempio la possibile soluzione della zona franca, adottata in molte altre parti del mondo (la Danimarca, dove la zona franca è attivata, è la nazione europea che in queste settimane ha registrato lo spread inferiore rispetto alla Germania) viene sistematicamente derubricata, non viene studiata a fondo ed è puntualmente e sterilmente rimessa in campo solo nei periodi elettorali?

La sensazione è che l’ennesima grande manifestazione di piazza che ha portato la rabbia degli agricoltori sardi davanti ai palazzi del potere si sia risolta solo con un gruzzoletto di nuove risorse. E nulla di più.

Il mondo agropastorale sardo, stremato da una contrapposizione sempre più forte tra gli allevatori e i produttori caseari che non trovano alternative al pecorino romano, continua a boccheggiare. Segno di una Sardegna che continua ad essere eterodiretta da Roma e da Bruxelles senza riuscire a valorizzare autonomamente il suo patrimonio e a trovare dentro di sé le risorse e le forze vitali per essere davvero una regione competitiva ed indipendente. Non solo a parole ma nei fatti.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.