Adriano Vargiu: un’intervista a mussius e arrogus

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Canovaccio dell’intervista letta e interpretata a mussius e arrogus durante la presentazione dell’omonimo libro di Adriano Vargiu alla libreria Camboni in via Redipuglia.

Presentazione A Mussius e Arrogus 2

A mussius e arrogus

Adriano

Si inizia sempre con i ringraziamenti:

un grazie – quindi – al signor Camboni per l’ospitalità

e un grazie a tutti i presenti

(i giornalisti direbbero “ai convenuti alla presentazione del libro”).

 

Anni fa, un vescovo fu chiamato a celebrare il precetto pasquale in un carcere isolano.

Prima di iniziare la  messa, salutò i detenuti:

«Cari fratelli, grazie per essere qui, sono felice di vedervi numerosi,

perché lo scorso anno eravate pochini…».

 

A mussius e arrogus

è il titolo del mio libro.

Sottotitolo:

Cagliari negli anni Cinquanta – Sopralluoghi nella memoria.

Storie che diventano racconto d’una generazione cresciuta sulle macerie dell’ultima guerra mondiale,

tra miseria, sogni e speranze.

La casa editrice che l’ha pubblicato è di Ghilarza,

giovane e piccola, ma già con un buon catalogo rivolto soprattutto alla civiltà, all’identità sarda, anzi, per dirla con il poeta e scrittore Francesco Masala, alla nazione sarda.

Naturalmente il nome della casa editrice è sardo: Iskra.

Cosa significa?

Significa palude,

un terreno acquitrinoso fra due colline o ai piedi d’una montagna.

 

Alessandro

Premessa personale: alla parola detta preferisco quella scritta.

Ma non potevo esimermi – vista la stima e l’amicizia con l’autore – dalla presentazione del suo libro, un libro leggero e profondo nello stesso tempo.

Divertente e malinconico.

Si sa, le cose belle e sentite suscitano sempre tante emozioni. Perciò, scusate eventuali farfugliamenti e intoppi.

Siamo nel marzo 1948. Un ragazzino torna a Cagliari in una littorina senza più il littorio davanti, insieme con la sua famiglia, sfollata ad Olbia cinque anni prima, quando sulla città piovvero le prime bombe dalle fortezze volanti.

Trova una città distrutta dalla guerra, ma che ha tanta voglia di ricostruirsi, di ricominciare a vivere e divertirsi.

Ancora oggi sui social network destra e sinistra continuano a rimpallarsi le colpe di quella distruzione.

Ma la guerra è guerra, lascia solo lacerazioni e sconfitte. Nessun vincitore.

E a Cagliari, sui muri risparmiati dagli spezzonamenti, convivevano le scritte del fascismo siglate Mussolini e quelle dei liberatori che avevano vinto bombardando Cagliari a tappeto.

Questo libro è un sopralluogo nella memoria di quel ragazzino, simbolo di una generazione che è cresciuta nella Cagliari di quegli anni, ha sognato una nuova vita dopo le atrocità della guerra, ha sperato in un futuro, in un lavoro sicuro promesso dalla Costituzione Italiana, ha creduto in una società più giusta e più pacifica.

Cagliari a mussius e arrogus

Iniziamo dal titolo: perché a mussius e arrogus?

Adriano

In cagliaritano diciamo: «Ti pigu a mussius e ti fazzu arrogus!»:

ti prendo a morsi e ti faccio a pezzi.

Non manca la variante: ad arrogus e a mussius: a spizzichi e a morsi.

A pezzi e bocconi, come scrive Antonio Gramsci, in una lettera dal carcere datata 26 marzo 1927, indirizzata alla sorella Teresina:

«Il sardo non è un dialetto, ma una lingua… ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile. Poi, l’italiano che voi gli insegnerete [il riferimento è al figlio della sorella], sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro».

Chissà cosa avrebbe scritto oggi, davanti all’imbastardimento del sardo e dell’italiano.

«Oggi che parliamo inglese soprattutto parlando in italiano», come ha scritto Beppe Severgnini.

Il libro l’avrei voluto scrivere tutto in cagliaritano, nella vivacità, scioltezza, sprezzature,

inflessioni naturali del linguaggio,

usando anche una punteggiatura nient’affatto sintattica né logica,

ma puramente armonica e pausativa.

E invece l’ho scritto a mussius e arrogus, perché il riferimento – sia ben chiaro – è alla lingua, non al racconto.

Mi spiego meglio: si nasceva, una volta, parlando la lingua del pane,

poi la scuola capovolgeva il rapporto naturale,

pretendendo cioè che si imparasse a scrivere l’italiano, prima ancora di avere appreso a parlarlo.

 

Le due lingue si sono influenzate a vicenda:

parlando in sardo si mettono parole italiane

e viceversa parlando in italiano, anche una persona colta

ama mettere parole della lingua sarda.

Si formano così periodi con parole sarde e italiane e viceversa.

 

Dicono i linguisti:

ci sono sardi bilingue, colti, padroni della lingua sarda e italiana;

ci sono sardi che conoscono bene o benino l’italiano, ma male  il sardo;

ci sono sardi che parlano bene il sardo, ma non l’italiano;

infine c’è chi non ha padronanza né del sardo né dell’italiano.

 

Lo scrittore e politico Michele Columbu sosteneva che tutte le lingue

si capiscono, e faceva questo esempio:

Un aereo è su New York, ha un problema ai motori,

il pilota, un cagliaritano, chiede di atterrare urgentemente.

La lingua di bordo si sa è l’inglese.

Gli operatori della torre di controllo la fanno lunga,

vogliono precisazioni sul guasto di bordo.

Il pilota s’incavola di brutto e sbotta in un cagliaritano osceno,

cercando le mamme e tutte le corna degli operatori,

i quali spaventati autorizzano l’immediato atterraggio.

 

Qualcuno mi ha detto che avrei dovuto mettere

un dizionarietto alla fine del libro.

Perché? Forse tutti capiscono la lingua italiana,

specie quella sfornata, imbastardita, quotidianamente dai mass media?

Ma no.

Penso a quanti acquistando una medicina per prima cosa si mettono a leggere

il foglietto illustrativo, il bugiardino.

Che cavolo capiscono?

Si spaventano leggendo degli effetti collaterali!

Beh, non hanno tutti i torti, se pensiamo agli effetti collaterali della mela di Eva

oppure a quelli della mela di Afrodite,

che portò Paride a rapire Elena.

Presentazione A Mussius e Arrogus

 Alessandro

Com’era Cagliari negli anni Cinquanta?

Adriano

Ero ragazzo, sognavo, era la mia città: dunque bella!

Una generazione, la mia, nata durante la guerra,

ma cresciuta che la guerra era già finita

e che si portava via la Resistenza,

assorbendola subito in governi di centro

e scatenando contro i rossi persino la caccia alle streghe che

mangiavano i bambini.

Una generazione cresciuta in una città – in una nazione – che si rimetteva faticosamente  in moto

e poi correva freneticamente verso il miracolo economico.

I proletari diventano piccoli borghesi e grazie alle cambiali

conquistano il televisore, il frigorifero e l’automobile.

Non mancano i posti di lavoro e l’immagine è quella d’una città ordinata e laboriosa.

I locali cinematografici sono tanti e si fa la fila per vedere i film,

e ci si identifica in film dove il povero rimane povero,

ma è bello,

e in storie di pane, d’amore e di gelosia.

 

Questa generazione esce dalla scuola

ed entra in fabbriche assorbite dalle lotte sindacali.

I mali di quello che Pier Paolo Pasolini ha chiamato sviluppo capitalistico,

verranno e galla poi:

dov’erano, per esempio, le riforme che avrebbero

dovuto cambiare il volto dell’Italia, annullare i baratri tra nord e sud,

far rientrare gli emigrati, pubblicizzare scuole, ospedali, trasporti?

A loro posto c’è un modello di sviluppo distorto che ha finito a portare a città disumane.

Cagliari, a metà tra la città di provincia e la grande città,

ne è un esempio e insieme il riflesso della situazione d’una regione.

Vediamola questa città che negli anni del boom è cresciuta a dismisura.

Rioni a macchia d’olio, senza una programmazione,

uffici e servizi tutti concentrati, la stessa industria ammucchiata in una o due zone,

senza pensare mai a un uso più razionale del territorio.

In questa situazione, anche l’automobile smette di essere una comodità e diventa una necessità.

Hanno eliminato persino i tram.

Is Mirrionis non più  zona militare,

con le casermette trasformate in Ospedale,

l’Ospedale di SS, Trinità,

e abitazioni di fortuna – o di sfortuna – per i senza tetto rientrati dallo sfollamento.

 

Le Case Popolari Fanfani, statali, sono state costruite nella piazza Granatieri di Sardegna,

da non confondere con le prime case comunali di piazza Medaglia Miracolosa, San Michele,

Vie Carrara, Chironi, Fadda e Gianturco, piazza Dante, ribattezzata Giovanni XXIII.

Case, case, case e niente servizi: basti pensare al mercato civico di via Quirra,

costruito dopo trent’anni dalla nascita del rione.

 

I Cagliaritani – con ilarità, ironia e dissacrazione – hanno subito dato il nome ad

alcune zone.

Per esempio, l’area di via Cadello, davanti al muro dell’Ospedale Psichiatrico,

diventò Saint Tropez

(forse c’è ancora un bar con questo nome),

l’area di lato al Palazzo Giustizia, vie Carrara, Fadda, Chironi ecc., Shanghai.

 

Alessandro

 Nel libro troviamo la Cagliari laboriosa che si ricostruisce dalle fondamenta, ma anche la Cagliari popolana e sboccata. La strada era la palestra di vita, c’erano le case chiuse, lo sport autoctono, racconti, era quello de  is corpus de conca.

Anche in quel periodo c’erano molte differenze sociali, I poveri stavano con i poveri, i ricchi coi ricchi.

I bambini allora giocavano con la trottola, sa barduffula, o con le figurine a scalineddu. Andavano alla Scafa a pescare o al porto a  fare i tuffi, anzi a tuffare. Oggi stanno ore a chattare con gli amici con il telefonino…. colpa di noi genitori?

C’era poco lavoro, iniziava l’abitudine alla raccomandazione, a s’accozzu. Arroganza ovunque, cinismo, avidità, egoismo, la politica tottu po dinai come la chiami nel libro Da questo punto di vista Cagliari non è cambiata molto purtroppo…

Certamente il Piano di Rinascita è stato una colossale fregatura per la Sardegna. Campagne abbandonate, tutti dai paesi arrivavano in città ad inseguire i sogni in gabillac.

In quel periodo Cagliari perde la sua identità, nascono i palazzoni, i grandi quartieri dormitorio….

Ma la Cagliari raccontata nel libro è anche una città dalla cultura fiorente.

In via Roma, la via principale, stazionavano personaggi che hanno dato lustro alla Sardegna come Francesco Alziator, Francesco Zedda, Salvatore Cambosu, Renzo Laconi, Peppino Fiori, allora alle prime armi.

E c’erano anche i perdigiorno: mandronis, oreris che passavano le ore a sminciare pivelle.

La Cagliari degli spettacoli leggeri, le riviste e i varietà al Teatro Giardino, dove sempre is sminciadoris de pivellas si sedevano in prima fila per vedere le gambe delle ballerine, cos’e malarius.

I cagliaritani delle imprecazioni: il libro offre una ricca letteratura de fueddus malus!

Nel libro viene posto – seppure fra le righe – il problema oggi molto dibattuto della lingua sarda: negli anni Cinquanta la scuola inizia ad insegnare ai ragazzi ad abbandonare il sardo e imparare l’italiano…

Ed ecco alcune altre domande.

Definisci il linguaggio utilizzato nel libro unu mazzamurru linguistico, utilizzi il cagliaritano parlato piuttosto che quello scritto. Cosa pensi dell’esperanto sardo, quello che la regione chiama Limba sarda comuna?

Oltre che giornalista sei stato esponente di un sardismo che forse non c’è più, hai curato delle raccolte antologiche per le scuole, proponendo scritti di Emilio Lussu, Francesco Masala, Peppino Fiori e altri. Pensi che i cagliaritani abbiano voglia di riscoprire la loro memoria storica?

Ritornando infine da dove siamo partiti, si diceva dei sogni di quella generazione di cagliaritani: futuro, buon lavoro sicuro, società più giusta e più pacifica. Si sono avverati o nei cinquant’anni successivi sono diventati un incubo?

O semplicemente dobbiamo lavorare ancora sodo tutti insieme prima di vederli avverati?

Presentazione A Mussius e Arrogus

Adriano

Comincio dall’ultima tua domanda: la realtà la stiamo vivendo giorno per giorno,

stiamo perdendo la memoria e io sono un cagliaritano in via di estinzione.

O come diceva Francesco Masala, «un vinto, ma non convinto».

C’è molto da lavorare.

La strada era la nostra pedagogia, oggi le strade sono diventate fiumi e parcheggi di macchine.

Se ti facevi male e ti lamentavi, quando tornavi a casa, erano colpi!

(Due domeniche fa ho accompagnato alle due del mattino una persona al Pronto Soccorso di Is Mirrionis, mentre ero in sala d’attesa – dove un televisore sintonizzato su Mediaset sparava a tutto volume, e non commento – arriva un ragazzo che teneva un fazzoletto sulla fronte, tutto appiccicato alla pivellina. Cosa ti sei fatto? domando. Distrattamente ho sbattuto la testa al muro e mi fa male. Fammi vedere… Hai mai sentito parlare di bernoccoli? E vieni al Pronto Soccorso per un bernoccolo? Se n’è andato dopo un paio d’ore, senza essere visitato.

A proposito, negli anni Cinquanta, il Pronto Soccorso si pagava!).

 

Una città protagonista, viva, non passiva, non rincretinita dalla tv e dal consumismo.

La lingua era la città.

Oggi is aligheris non passano più, ci sono gli operatori ecologici e s’aliga è diventata sa spazzatura.

Su tirabussoni – sardizzato dal francese – è diventato su cavatappi.

Is buttinus sono diventati scarpas, su sabatteri il calzolaio,

arratapignata e zurrundeddu su pipistrellu.

 

Tutto passa.

Oggi, gli interessi sono altri, trionfa il dio denaro.

La lingua sarda comuna (da cagliaritano, variante campidanese della lingua sarda, non dirò mai, neppure costretto, limba sarda):

nel libro è precisato che quello della lingua è un argomento politico,

prima ancora che linguistico e antropologico.

In Catalogna, morto Franco, per prima cosa hanno cancellato tutto il franchismo dalla toponomastica e si son dati una lingua unitaria, conservando naturalmente il castigliano.

Il bilinguismo è dappertutto, le informazioni alle stazioni e sui mezzi pubblici sono in catalano e castigliano, come pure i menù sono scritti nelle due lingue, a scuola si insegna il catalano…

Ma quelli sono catalani e dicono che la Catalogna non è Spagna e che la lingua è un diritto.

Attenzione: il che non vuol dire che abbiano seppellito le parlate locali, neanche per idea.

Il dialetto, per esempio, che si parla a Barcellona è diverso da quello di Girona o Matarò e così via.

E non parliamo poi dei Paesi Baschi.

Noi invece siamo cagliaritani e non siamo stati capaci di conservare nella nostra lingua

neppure la toponomastica di quando strade e piazze si indicavano con il nome delle attività

che in esse si svolgevano.

Le abbiamo italianizzate!

E cosa dire della toponomastica di questi ultimi anni, che ha sempre camminato a braccetto

con il colore politico degli amministratori.

Muore Kennedy e la piazza Pirri – dove nell’Ottocento si eseguivano le pene capitali

e dove sotto il fascismo fu costruito uno dei primi palazzi popolari, progettato da Ubaldo Badas

(architetto nel libro più volte citato), diventa piazza Kennedy.

Il lato porto di via Roma, dopo l’attentato alle torri gemelle, è diventato il

Lungomare New York 11 settembre 2001. Muore il fondatore di Comunione e Liberazione

e gli intitolano la parte bassa del viale Buoncammino. Muore la fondatrice dei Focolarini

e gli dedicano una via a Genneruxi…

 

La via Dante doveva arrivare fino al Campidano, e invece finisce nella piazza, dove i salesiani

hanno costruito la chiesa di San Paolo.

Ai lati della chiesa, la galleria e la strada portano il nome di due salesiani.

Il parcheggio davanti al Teatro Comunale, in via Sant’Alenixedda, nel 1977, diventò piazza Amedeo Nazzari.

Eliminato il parcheggio e realizzato il Parco della Musica, la lapide non è stata rimessa, spero per dimenticanza.

Lo spiazzo davanti alla Porta Cristina è diventato piazza Aquilino Cannas, il commento fatelo voi.

A Barracca Manna e a Is Corrias la toponomastica è dedicata a pittori, cantanti, poeti, politici, un fritto misto:

da Maria Carta a Gianni Agus, da Renato Carosone a Claudio Villa, da Totò ai De Filippo, De Sica, Gassman, ecc.

Da anni mi batto – assieme a degli amici – per ricordare nella toponomastica tre cagliaritani che hanno portato nel mondo il nome della città:

Cettina Bianchi, una delle più grandi soubrette e cantante di operette del primo Novecento, famosissima e amatissima, basta leggere i giornali del tempo, L’Unione Sarda compresa.

E poi Antonio Manca Serra, grande baritono morto a trentatré anni, nel 1956, durante una tournée a Dublino. In questi ultimi anni le maggiori case discografiche del mondo, austriache, olandesi, tedesche e americane, hanno ristampato tutte le sue registrazioni.

(per la cronaca, io ho scritto la sua biografia).

E infine, la dolcissima Giusy Devinu.

 

Ma non è stata solo la scuola a impedirci di parlare il sardo,

molti genitori non permettevano ai figli di parlarlo,

«il lavoro parla italiano», dicevano.

E quei figli, a loro volta, non sono stati in grado di insegnarlo ai loro figli.

Oggi può capitare però che un figlio rimproveri il padre perché continua a parlare il sardo,

com’è successo a un mio amico, cagliaritano di Stampace.

Figlio medico, espressione dei tempi, imbevuto di elettronica e inglesismi.

«Se questi sono i risultati di anni di studio, sai che ti dico?

Avrei fatto meglio a lasciarti ignorante.

Meglio ignoranti, come diceva Totò», ha commentato il padre.

La risposta alla domanda sui bambini di oggi è nel libro, scrivo:

Oggi i bambini faticano a camminare, non sanno cosa voglia dire andare a piedi. Mangiano cibo spazzatura e ingrassano, la loro è una generazione di obesi. I genitori a scuola li accompagnano in macchina, portando loro borsa, zaino, trolley e bisticciano con gli insegnanti per i troppi libri e i troppi compiti.

Anziché farli giocare negli spazi urbani, sono scaricati davanti al televisore o al computer e a forza una, due volte la settimana fuliaus in piscina.

Sono i genitori a fare ginnastica, per smaltire qualche chilo di troppo, con l’ossessione del fisico perfetto.  Speranzosi di allontanare se non fermare l’avanzare del decadimento biologico.

Le mammette fatte a stampo vanno in palestra o in piscina, i pappi in bicicletta domenicale, o giocano goliardiche – da scuola media dell’obbligo – partite a calcetto, o corrono come disperati per le strade del quartiere o al Poetto, Monte Claro, Colle di San Michele, Mammarranca e Terramàini.

Ragazzi che si muovono con il motorino, fregandosene del rumore e dei gas di scarico. Frequenteranno pure le palestre, ma non salgono né scendono le scale di casa, l’unico esercizio che sanno far bene è quello di premere il tasto dell’ascensore. Nessuno ha detto loro che le scale sono un’ottima ginnastica per il corpo. Perché meravigliarsi se quando si ferma la scala mobile rimangono xirdinus, cancaraus, abettenti chi sighiri a funzionai?

Tutto passa: è passato anche il tempo che ci siamo dati, grazie.

 

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