25 aprile 1945: perché tutti sappiano quale immenso bene sia la libertà

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La prima pagina dell'Avanti del 27 aprile 1945

Spiegala ai tuoi figli, non perché l’odio e la vendetta duri ma perché sappiano quale immenso bene sia la libertà”. Questo verso della lapide che ricorda il 25 aprile 1945 nel vecchio palazzo comunale di Scandicci sembra riassumere al meglio il significato alto che potrebbe avere per tutti questa giornata. Eppure ogni anno le celebrazioni per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo sono l’occasione per nuove divisioni e nuovi scontri. Nonostante arrivino puntuali gli appelli delle alte cariche dello Stato che invitano a considerare il ricordo del 25 aprile 1945 la festa di tutti gli italiani.

Ricordiamo senza odio e senza rancore”, ha detto anche oggi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Roma, dove non ci sono state semplicemente le solite contestazioni, ma addirittura ci sono state due distinte manifestazioni, una dove erano presenti le organizzazioni filo-palestinesi e l’altra con quelle ebraiche.

Ma è realistico pensare che il 25 aprile possa essere considerato una festa per quella larghissima parte di italiani che si ritrova nei valori professati dalla destra? Italiani che, nella rappresentazione di questa giornata, vengono considerati gli eredi e in qualche modo responsabili della terribile stagione fascista? Non è ovviamente possibile, a meno che la destra italiana decida di rinnegare se stessa e i valori che attualmente rappresenta. Cosa obiettivamente improbabile.

25 aprile 1945
La lapide che a Scandicci ricorda il 25 aprile 1945

Nelle celebrazioni e nei cortei del 25 aprile, per la verità sempre meno partecipati, il rosso diventa il bene assoluto, mentre il nero rappresenta il male assoluto. Sappiamo però bene che non è proprio così. Sappiamo bene che anche le mani dei partigiani che con l’aiuto degli alleati liberarono l’Italia si sono sporcate di sangue. Persino Sandro Pertini, dirigente del Comitato nazionale per la liberazione, rimase inorridito dalla barbarie di Piazzale Loreto quando i cadaveri di Mussolini, della Petacci e degli ultimi gerarchi, giusto per citare uno degli episodi più cruenti, furono appesi a testa in giù.

Questo non significa dimenticare i terribili orrori del nazismo: Buchenwald, le camere a gas e i forni crematori non possono essere negati. Ma per onestà intellettuale e amore di verità non si possono dimenticare neppure i crimini e le vendette dei partigiani che si sbarazzarono dei loro nemici utilizzando esattamente le stesse armi: l’odio e la vendetta. Come nel caso dei sacerdoti torturati e uccisi in quel periodo per vendicare della posizione della Chiesa Cattolica durante il ventennio.

Tutte le forme di totalitarismo hanno avuto e continuano ad avere le loro vittime innocenti. Che differenza c’è tra Marzabotto e le Foibe se non l’identità politica e ideologica degli autori delle stragi?

Questo per dire che senza una presa di coscienza comune e una coraggiosa ammissione degli errori del passato da parte di tutti il 25 aprile continuerà ad essere una celebrazione che divide un’Italia già spaccata che ha solo bisogno di trovare dei pretesti per accendere lo scontro.

Perché il 25 aprile diventi davvero la festa di tutti, inclusiva come ha auspicato anche oggi Mattarella, dovrebbe aprirsi e diventare una celebrazione contro ogni forma di totalitarismo. Per ricordare i pericoli dei vecchi totalitarismi, dei quali non si sente la mancanza, ma anche per metterci in guardia da quelli nuovi, più subdoli e insidiosi.

Ma questo implicherebbe un approccio intellettualmente onesto a quel drammatico periodo di guerra civile.

Onore dunque a quei partigiani che sono caduti coraggiosamente per liberare l’Italia, ma non a quelli che hanno approfittato della vittoria per vendicarsi con codardia sui vinti, ammazzando gli uomini e stuprando le donne. Onore ai caduti per mano del nazifascismo, ma anche a quelli ammazzati per mano dei totalitarismi comunisti. Perché davvero il 25 aprile sia la festa di chi vuole resistere al male e liberarsi dagli orrori del passato. Senza più vendette e senza odio. Ma anche senza ipocrisia.

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