L’ultima istantanea che emerge dalle fitte nebbie della vicenda Moby Prince ritrae una ingente quantità di esplosivo appartenente alla Mafia stipata a bordo del traghetto. Una immagine sfuocata, dietro la quale si intravvede il possibile coinvolgimento della malavita organizzata, scaturita da una conversazione avvenuta nel 1994 tra un rappresentante dei familiari delle vittime, un avvocato di Viareggio e un allora tenente della Capitaneria di Porto. Eppure la procura di Livorno, titolare dell’indagine, a suo tempo non ha ritenuto necessario approfondire questa ennesima fotografia che getta nuovi dubbi sulla strage dei misteri. E il fantomatico malavitoso che sarebbe stato disposto a raccontare dietro congruo pagamento le verità a lui note, non è stato mai sentito.

Per la verità, la presenza di armi ed esplosivo nella stiva del Moby Prince non è una novità assoluta. Leggi anche Moby Prince, tracce di esplosivo in sala motori.

“Alla luce delle numerose lacune emerse in questi anni nella ricostruzione fatta dagli inquirenti su quanto accaduto al Moby Prince oggi non è possibile fare finta di nulla”, dichiara Francesco Berti, deputato del Movimento 5 Stelle che ha depositato una proposta di legge per la costituzione di una nuova commissione d’inchiesta parlamentare sulla strage del Moby Prince del 10 aprile 1991.

 “Ogni giorno che passa si addensano nuove ombre oscure sulla vicenda della strage del Moby Prince, che il 10 aprile 1991 vide 140 persone morire nell’incendio di un traghetto al largo della costa di Livorno – scrive il parlamentare – . Il prezioso lavoro di qualche cronista di inchiesta e soprattutto la determinazione dei familiari delle vittime di quell’orrenda strage stanno portando a galla elementi sempre nuovi e raccapriccianti che devono essere indagati nelle sedi opportune. L’ultimo in ordine di tempo (qui l’articolo del Fatto Quotidiano, testata che ha lungamente approfondito la vicenda)  è quello di un testimone pronto a giurare che a bordo del traghetto fosse presente un’ingente quantità di esplosivo appartenente alla Mafia. La verità non può aspettare i tempi biblici della politica. Ecco perché ritengo sia necessario accelerare sin da subito la costituzione di una seconda commissione parlamentare d’inchiesta, questa volta da affidare alla Camera dei Deputati, per portare avanti il lavoro svolto tra il 2015 e il 2017 dalla commissione presieduta dal senatore Silvio Lai. Questa seconda commissione dovrà coordinarsi anche con la commissione parlamentare Antimafia.”.

“Il possibile coinvolgimento della Mafia – aggiunge Berti – non è il solo punto oscuro che merita di essere approfondito. Al contrario. La possibilità che il disastro sia in qualche modo connesso ai traffici di armi in corso tra Iraq, Somalia e Italia all’inizio degli anni Novanta, al termine della guerra del Golfo è un’ipotesi che deve essere indagata in profondità. È nostro dovere tentare in ogni modo di rendere giustizia alle 140 persone decedute, a chi è sopravvissuto, e a chi, a distanza di quasi 30 anni, non ha smesso di farsi domande e cercare risposte”

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