cagliari

Prendi qualche famiglia ricca, potente e molto influente. Aggiungi una classe dirigente fatta di mezze figure. Cospargi in abbondanza di grembiuli, abiti neri e compassi. Versa qua e là un po’ di pseudo intellettuali che fanno tanto cultura alternativa. Condisci con un giornalismo autoreferenziale che ormai non fa più il cane da guardia, ma è il cane da salotto del potere. Aggiungi infine un cittadino medio, cagliaristrano capace di indignarsi come un drago per una frase detta male sul web o in un servizio televisivo nazionale, ma che diventa una mammoletta se le offese e le violenze alla Sardegna provengono dagli stessi sardi. Amalgama bene, shakera con vigore e otterrai Cagliari.

Cagliari, vista panoramicissima su un azzurro Golfo degli Angeli. Quella che il giornalista e scrittore Alberto Statera definì la città delle tre emme: medici, massoni e mattoni. Alle quali se ne possono aggiungere altre. La m di minchioni, ad esempio. Perché mentre con spirito gattosardesco, citando a sproposito lo scrittore siculo Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a Cagliari il potere da decenni cambia la sua forma e le sue apparenze affinché non cambi nulla, il cagliaristrano ha sempre altro a cui pensare: le priorità sono il nuovo stadio e la partita del Cagliari d’inverno. Il Poetto e gli spaghetti ai ricci a Su Siccu d’estate.

cagliaristrano
La spiaggia del Poetto, sormontata dalla celebre Sella del Diavolo, è uno dei pochi punti fermi del cagliaristrano.

Il cagliaristrano non si meraviglia se le leggi non vengono applicate, se i soldi pubblici vengono sprecati, se il territorio che abita per volere della sorte viene violentato da società che sotterrano amianto e altri materiali pericolosissimi. È anestetizzato. Sonnecchia in una eterna siesta pomeridiana. E’ in grado di sostenere con ardore partiti politici che eseguono in Sardegna gli ordini di Roma e, nello stesso tempo, di simpatizzare per movimenti che predicano indipendentismi e sovranismi all’acqua di rosa. Gattosardista ondivago, vira a sinistra dopo aver svenduto i quattro mori alla destra. Pensa che le cose cambino cambiandogli semplicemente il nome.

È credente, il cagliaristrano. Crede al potente gattosardo che dismette i panni del potere per diventare un generoso filantropo. Crede alle mitiche creature antropomorte che popolano i vitrei palazzi del potere. Crede alle loro promesse di benessere e privilegi. Cede alle loro lusinghe. Crede alla regola aurea dell’accozzo per avere il posto fisso, per far carriera in azienda o al giornale.

anfiteatro romano
L’anfiteatro romano: monumento che da anni è inagibile. Ma non è un problema che tange il cagliaristrano

Cagliaristrano. Stranissimo personaggio, ormai avvezzo ad essere dominato. Cartaginesi, romani, pisani, piemontesi. Tutti son venuti a prendere. A saccheggiare. Ma anche a dare e ad essere saccheggiati. Perché il cagliaristrano, discendente orgoglioso di antichi guerrieri mercenari, ha sempre dimostrato una grande resistenza alle dominazioni, una enorme capacità di adattamento. Ha preso dai colonizzatori quello che gli serviva, sputando le lische. Come se fossero giarretti, sparedde o pisciurrè comprati al mercato del pesce di San Benedetto. E’ diventato punico, fenicio, romano. E’ diventato piemontese, dopo aver cacciato a son ‘e corru il dominatore sabaudo. Ora, in tempi di migrazioni, è anche arabo e africano. Magrebino maurreddino. Frequentatore di chiese, ma pronto a scendere in piazza per chiedere le moschee. Gattocomunista. Il cagliaristrano è tutto e il contrario di tutto. Uno e nessuno, in piazza dei centomila. Ha dovuto imparare le lingue dei conquistatori, ma in questa babele di lingue ha avuto la genialità di inventare il termine universale, il sostantivo in grado di racchiudere tutti i sostantivi del mondo. Il tasinanta, letteralmente (per chi non mastica il sardo) significa “come si dice“, è il passepartout, il simbolo di una città che si e piegata e continuerà a farlo, ma non si è mai spezzata. Come le canne dello stagno di Molentargius.

“Donamì unu tasinanta”, tradotto: dammi un “come si chiama”, è la chiave per la comunicazione universale. Perché il cagliaristrano è mondialista, universalista, globalista. E un po’ ballista. E il tasinanta, novello esperanto comprensibile a tutti, è la chiave ultima dell’integrazione tra i popoli. La chiave della felicità.

Forse perché a Cagliari, nonostante tutto, la vita è un attimo immerso nell’eternità e va gustata leccandosi i baffi. Come un piatto di spaghetti ai ricci a Su Siccu. Come un bagno al Poetto. O come un goal di Pisacane al 93° contro il Milan. A Cagliari, città con vista panoramica sul Golfo degli Angeli, la libertà prevale sempre sulla schiavitù. La gioia sul dolore e sulla tristezza. Nonostante i colonizzatori e le famiglie pigliatutto. Nonostante i massoni, i medici e i mattoni. Nonostante i minchioni. La vita qui a Cagliari è qualcosa di ineffabile e imperscrutabile. Magica. A Cagliari la vita è un tasinanta.

Di Alessandro Zorco

Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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