bullismo gioco d'azzardo

La svolta è arrivata nel 1999. Fino ad allora il gioco d’azzardo era ancora separato dalla vita quotidiana degli italiani. C’era la possibilità di puntare sui cavalli, c’erano le macchinette per il videopoker, si poteva giocare al Lotto il sabato, ma l’azzardo non faceva ancora parte della quotidianità. Il paradigma è cambiato con la cosiddetta “operazione Bingo” orchestrata dal governo guidato dall’allora premier Massimo D’Alema, che vide nel Bingo, gioco emergente tra le fasce più povere della popolazione, una ghiotta opportunità di lucro per lo Stato. Dopo un viaggio in Argentina, dove ai tempi della crisi i cittadini si ammassavano per cercare fortuna nelle sale da Bingo, il governo italiano decise di puntare su questo nuovo gioco creando una vera e propria industria.

Gioco d'azzardo
Sala giochi

Del gioco d’azzardo e delle grandi responsabilità dei media in questa materia delicatissima si è parlato nei giorni scorsi a Cagliari e ad Olbia nel corso di due seminari formativi per giornalisti e operatori della comunicazione organizzati dalla Caritas in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti e l’Ucsi Sardegna. Proprio l’ “operazione Bingo”, che diciassette anni fa ha unito in un disegno devastante istituzioni pubbliche, lobby dell’azzardo, associazioni di categoria, enti di ricerca e agenzie di stampa, aiuta a comprendere meglio l’attuale realtà che oggi vede l’Italia una specie di paradiso del gioco d’azzardo: terza potenza mondiale dopo gli Stati Uniti e il Giappone nel gioco d’azzardo “legale” e primo mercato mondiale in assoluto per i “gratta e vinci”.

E’ stato Maurizio Fiasco, sociologo, presidente dell’associazione Alea ed esperto della Consulta nazionale anti-usura, a spiegare nel dettaglio i meccanismi che regolano questo sistema. Da quello delle concessioni che, esternalizzando una funzione pubblica alle concessionarie, le solleva quasi completamente dalle responsabilità nei confronti degli utenti che si ammalano di azzardo, fino al trattamento fiscale estremamente favorevole. Se gli altri Paesi commisurano l’imposizione fiscale alla distruttività dell’azzardo arrivando a tassare addirittura del 70% dei proventi, in Italia la tassazione media non arriva al 10%. In pratica, su un fatturato di 95 miliardi nel 2016 lo Stato ne ha incassato solo otto.

Ma come si comporta il mondo dell’informazione di fronte a questo fenomeno? Spesso il giornalismo è complice più o meno consapevole dell’industria dell’azzardo. Uno dei pochi quotidiani che cercano di combattere l’azzardo è sicuramente Avvenire, anche perché la Chiesa è in questo momento l’unica istituzione che sta cercando di combattere la disgregazione valoriale della famiglia. Al contrario dei quotidiani mainstream, che spesso vivono proprio grazie alla pubblicità del gioco d’azzardo.

Servirebbe invece un giornalismo “incalzante e competente”, ha detto Fiasco. A partire dall’uso della terminologia appropriata. Il termine “ludopatia” e in generale le allusioni al gioco sono infatti errati, mentre è corretto parlare di “disturbi da gioco d’azzardo” o “gioco d’azzardo patologico”.

Come è emerso durante gli incontri di Cagliari ed Olbia, l’industria dell’azzardo, oltre ad avere l’appoggio delle istituzioni, ha anche quello dei media e delle università. L’industria dell’azzardo, in questo momento di crisi, è infatti l’unica che, oltre a potersi permettere di investire nella pubblicità sui media, può finanziare la ricerca universitaria. Come ha spiegato Daniele Poto, giornalista e scrittore, collaboratore dell’associazione Libera, autore di “Azzardopoli 2.0. Quando il gioco si fa duro… le mafie iniziano a giocare”, la tendenza è quella di svincolare il gioco dall’azzardo in modo da sminuire sempre più il problema dei malati patologici. Il giornalista, che ha studiato a fondo le profonde connessioni tra il mondo dell’azzardo e quello delle mafie, ha sottolineato un’altra emergenza preoccupante. Quella dei minorenni dediti alle scommesse clandestine: in Italia un minorenne su 2 gioca (complessivamente un milione e 400). Eppure nel 2016 le multe comminate dalla Guardia di Finanza sono state solo 58, segno che lo Stato continua ad avere un occhio di riguardo verso questo sistema. Ma – ha sottolineato Pota – l’aspetto più devastante è quello dei messaggi propagandati con il gioco d’azzardo. Messaggi bugiardi (la vittoria è sempre una probabilità estremamente remota), ma soprattutto diseducativi e distruttivi per un Paese che ha bisogno che tutti i suoi cittadini si rimbocchino le maniche e si mettano a lavorare: agevolando la diffusione dei gratta e vinci, lo Stato italiano sta dicendo ai suoi cittadini che si può tentare la fortuna, guadagnare senza far niente e fare i turisti per sempre.

Questo articolo è stato pubblicato sull’inserto di Avvenire – Cagliari domenica 21 maggio 2017.

Di Alessandro Zorco

Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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