trattati di Roma

Aprirsi al futuro. Aprirsi ai giovani offrendogli serie opportunità di educazione e di inserimento nel mondo del lavoro. Investire nella famiglia, prima e fondamentale cellula della società. Rispettare la coscienza e gli ideali dei suoi cittadini. Garantire la possibilità di fare figli, senza la paura di non poterli mantenere. Difendere la vita in tutta la sua sacralità. Solo così, secondo Papa Francesco, l’Europa, nata sessant’anni fa da un grande sogno di solidarietà ed unità, potrà ritrovare la speranza. Nel suo discorso ai pronunciato davanti ai 27 “grandi d’Europa” alla vigilia delle celebrazioni del sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma istitutivi della Comunità Economica Europea e della Comunità Europea dell’Energia Atomica Francesco, il pontefice non ha risparmiato qualche bacchettata ad un’Europa a due velocità che sembra avere ha perso qualsiasi forma di solidarietà e umanità e sta vivendo un periodo di profonda crisi. Una crisi economica e sociale che – ha detto il Papa – nasconde la paura e lo smarrimento dell’uomo contemporaneo, ma che comunque può essere un’occasione di discernimento, di cambiamento e di nuove sfide per il futuro.

Il 25 marzo 1957 fu una giornata carica di attese e di speranze, di entusiasmo e di trepidazione, e solo un evento eccezionale, per la portata e le conseguenze storiche, poteva renderla unica nella storia – ha spiegato Francesco ricordando i Trattati di Roma -. La memoria di quel giorno si unisce alle speranze dell’oggi e alle attese dei popoli europei che domandano di discernere il presente per proseguire con rinnovato slancio e fiducia il cammino iniziato”.

Il grande sogno europeo – ha detto il Papa nella prima parte del suo lungo discorso dedicata ai Padri in un’Europa concepita (almeno sulla carta, ndr) come un progetto di pace, unione e solidarietà che aveva al centro l’uomo – ha da subito nascosto il rischio che i valori fondanti dei Trattati di Roma che oggi si festeggiano rimanessero lettera morta. “Il loro denominatore comune era lo spirito di servizio, unito alla passione politica, e alla consapevolezza che «all’origine della civiltà europea si trova il cristianesimo», senza il quale i valori occidentali di dignità, libertà e giustizia risultano per lo più incomprensibili”.

La grande crisi che oggi sta investendo l’Europa nasconde infatti, ha detto il Papa, una grande crisi culturale e di identità. “Quale cultura propone l’Europa oggi? La paura che spesso si avverte trova, infatti, nella perdita d’ideali la sua causa più radicale. Senza una vera prospettiva ideale si finisce per essere dominati dal timore che l’altro ci strappi dalle abitudini consolidate, ci privi dei confort acquisiti, metta in qualche modo in discussione uno stile di vita fatto troppo spesso solo di benessere materiale”.

La ricchezza dell’Europa è sempre stata la sua apertura spirituale e la capacità di porsi domande fondamentali sul senso dell’esistenza – ha detto ancora -. All’apertura verso il senso dell’eterno è corrisposta anche un’apertura positiva, anche se non priva di tensioni e di errori, verso il mondo. Il benessere acquisito sembra invece averle tarpato le ali, e fatto abbassare lo sguardo. L’Europa ha un patrimonio ideale e spirituale unico al mondo che merita di essere riproposto con passione e rinnovata freschezza e che è il miglior rimedio contro il vuoto di valori del nostro tempo, fertile terreno per ogni forma di estremismo”.

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L’Europa a trazione tedesca sembra aver perso di vista la centralità dell’uomo a favore di una visione tecnocratica che non unifica ma tende ad annientare le sovranità nazionali

Oggi, al di là della retorica delle celebrazioni dei Trattati di Roma e dell’impegno solenne dell’attuale UE di ritrovare il coraggio dei Padri costituenti, quel grande sogno di un’Europa di pace e solidarietà si è molto sbiadito. L’Unione Europea a trazione tedesca sembra aver perso completamente quel riferimento alla centralità dell’uomo e alla sacralità della vita per diventare una fredda tecnocrazia governata dai meccanismi della finanza che stanno mangiando la sovranità degli Stati nazionali.

L’Europa ritrova speranza quando investe nello sviluppo e nella pace”, ha detto a questo proposito il Papa spiegando che “lo sviluppo non è dato da un insieme di tecniche produttive. Esso riguarda tutto l’essere umano: la dignità del suo lavoro, condizioni di vita adeguate, la possibilità di accedere all’istruzione e alle necessarie cure mediche. Lo sviluppo è il nuovo nome della pace – ha detto citando Paolo VI – poiché non c’è vera pace quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria. Non c’è pace laddove manca lavoro o la prospettiva di un salario dignitoso. Non c’è pace nelle periferie delle nostre città, nelle quali dilagano droga e violenza. Per questo – ha concluso – l’Unione Europea è chiamata oggi a mettersi in discussione, a curare gli inevitabili acciacchi che vengono con gli anni e a trovare percorsi nuovi per proseguire il proprio cammino”.

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