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Giornalismo e comunicazione? La differenza sta nell’obbligo di cercare sempre la verità dei fatti

Che differenza c’è tra giornalismo e comunicazione? Nei giorni scorsi la questione ha ripreso corpo con la riproposizione dell’annoso dibattito sulla natura giornalistica o meno degli uffici stampa privati. Come ha riportato il quotidiano Prima comunicazione, il Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha recentemente approvato all’unanimità un ordine del giorno in cui si chiede una regolamentazione per legge degli uffici stampa privati in modo che questi, come avviene per quelli pubblici e istituzionali grazie alla legge 150 del 2000, siano svolti da giornalisti iscritti all’ordine con le adeguate garanzie di professionalità e rispetto della deontologia a tutela del diritto-dovere di informazione.

Immediata è stata la replica della Pr Hub, associazione nazionale che riunisce comunicatori e società che si occupano di pubbliche relazioni, che ha accusato l’Odg di essere promotore di una posizione esclusivamente corporativistica di retroguardia a difesa della categoria. L’associazione dei comunicatori ha rilevato, tra le altre cose, che giornalisti e comunicatori svolgono due mansioni complementari ma molto differenti, una attinente all’informazione e l’altra attinente alle strategie aziendali e al marketing.

Giornalismo e comunicazione: c’è differenza?

giornalismo e comunicazione
Un taccuino per gli appunti

Il dibattito sulla differenza ontologica tra giornalismo e comunicazione è senz’altro oltremodo affascinante. Ovviamente – stando alle due posizioni in campo – il rilievo stesso dell’associazione Pr Hub dei comunicatori porta in qualche modo acqua al mulino dell’Odg, facendo capire quanto sia opportuna una regolamentazione dei diversi settori e magari quanto sia necessaria una espressa e formale distinzione tra gli uffici stampa (che appunto si occupano dell’informazione, dei rapporti di un ente, un’associazione o un’azienda con la stampa e dell’utilizzo dei social media per divulgare loe attività del cliente) e uffici comunicazione e marketing (che si occupano più specificamente della pubblicità e delle strategie aziendali).

Ma siamo sicuri che oggi la differenza tra il giornalismo che fa informazione e il marketing che pubblicizza i prodotti sia così definita e chiara?

Oggi l’informazione, soprattutto quella online, è letteralmente pervasa dalla pubblicità subliminale. Si parla alla pancia delle persone non certo per fare informazione, ma per vendere il proprio prodotto, sia esso un prodotto editoriale oppure una posizione ideologica o politica. I sentimenti, d’altronde, hanno un mercato economicamente tangibile. Per questo i media tendono a suscitare l’odio verso il diverso, a cercare il pietismo, a strumentalizzare le vicende personali per promuovere una posizione politica o un provvedimento legislativo. Tendono a cercare l’argomento pruriginoso per stimolare la curiosità e strappare qualche clic.

Oggi il giornalismo deve spesso vendere se stesso. Spesso ha bisogno di vendersi alla pubblicità perché altrimenti non si regge in piedi.

Fermo restando fortunatamente qualche caso di giornalismo d’inchiesta oggi l’informazione – soprattutto quella di massa – sta perdendo sempre più spesso il suo connotato essenziale, quello della ricerca sostanziale della verità, per appiattirsi in una comunicazione standardizzata di posizioni politicamente corrette, spesso pilotate dai grossi gruppi di potere economico.

In questo caso siamo di fronte a un giornalismo vero o ad una comunicazione e ad un marketing pubblicitario travestiti da giornalismo?

E allora, al di là di una legge (ben venga, ma sarà difficilissimo) che stabilisca che gli uffici stampa privati debbano essere svolti da giornalisti che garantiscano professionalità e rispetto della deontologia (con possibilità di essere sanzionati in caso di violazioni), forse sarebbe necessario ritrovare dappertutto, nei giornali, nei Tg, nei radiogiornali e nelle notizie messe in rete dalla testate online regolarmente registrate, il vero senso della corretta informazione e del giornalismo. Che si differenzia sostanzialmente dalla comunicazione perché non mira esclusivamente a vendere un prodotto, editoriale, ideologico o politico che sia, attraverso la suggestione emotiva e la pancia dei cittadini, ma svolge un servizio pubblico di informazione imparziale e di approfondimento.

Per far questo, in effetti, non serve tanto. Basta attenersi rigorosamente alla legge istitutiva dell’ordine e limitarsi a svolgere un servizio di pubblica utilità cercando la verità sostanziale dei fatti senza manipolarla e travisarla, ma approfondendola e rendendola comprensibile alla maggior parte dei cittadini. Perché, come giustamente afferma l’associazione delle società che si occupano di pubbliche relazioni, giornalismo e comunicazione sono due mestieri estremamente diversi anche se complementari. E la differenza sostanziale sta appunto in quella ricerca della verità sostanziale dei fatti, principale obbligo deontologico di ogni giornalista iscritto all’Ordine e unico requisito fondamentale perché oggi, nell’epoca della disintermediazione e delle fake news, il giornalismo abbia ancora un minimo di autorevolezza e credibilità.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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