Costituzione: una riforma a favore dei cittadini o dell’alta finanza?

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La Costituzione Italiana

In questi giorni di campagna referendaria stiamo tutti più o meno cercando di capire cosa c’è dietro la riforma proposta dal Governo Renzi. In quest’ultima settimana di campagna referendaria prima del voto continueremo a trasformarci in provetti costituzionalisti ascoltando le quotidiane tribune politiche per vagliare le ragioni del Sì e quelle del No e a dibattere sul superamento del bicameralismo perfetto e sulla legislazione concorrente delle Regioni. Ma raramente ci poniamo il problema di quali potrebbero essere gli effetti della riforma costituzionale nello scenario internazionale governato dall’alta finanza.

L’alta finanza è in fibrillazione per l’esito della consultazione del 4 dicembre e in caso di vittoria del No molti analisti prevedono scenari apocalittici per le Borse. Esattamente come è successo prima della Brexit e delle elezioni americane vinte da Donald Trump.

L’incertezza è testimoniata dal duplice intervento del settimanale londinese Economist che, nell’editoriale del corrispondente da Roma John Hooper nel numero in edicola questa settimana si schiera per il No paventando una deriva autoritaria e populista (chi si avvantaggerebbe della riforma sarebbe il movimento di Beppe Grillo), mentre nel numero speciale The World in 2017, che rimarrà in edicola per tutto l’anno, propende per il Sì in quanto la riforma renziana renderebbe l’Italia un Paese più governabile.

Ma al di là dell’incertezza del giornale londinese quali effetti potrebbe avere la riforma nello scenario europeo e internazionale governato dall’alta finanza?

In questo scritto non si vogliono fare delle ipotesi suggestive, ma semplicemente mettere in fila alcuni fatti abbastanza noti che potrebbe essere utile aver presenti.

Il consigli dell’alta finanza

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La sede della JP Morgan (foto Flickr
Thomas Belknap)

L’alta finanza internazionale è notoriamente interessata alle vicissitudini costituzionali degli Stati. Ne è una lampante testimonianza il celebre documento con cui tre anni fa, esattamente nel giugno 2013, gli economisti del colosso finanziario americano JP Morgan consigliarono ai governi europei di sbarazzarsi delle costituzioni antifasciste.

I sistemi politici e costituzionali del sud – scrissero i finanzieri della grande società newyorkese – presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

In quel periodo, in Italia, i dieci saggi incaricati dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano avevano appena depositato le loro relazioni sulle riforme istituzionali, studi che sono stati la base di partenza della riforma che il 4 dicembre andremo a votare.

In quelle relazioni si parlava del superamento del bicameralismo perfetto, della creazione di un Senato delle Regioni, sulla scorta di quello tedesco (doveva essere formato dai venti presidenti delle regioni italiane e da rappresentanti delle regioni stesse), si parlava del potere legislativo affidato – tranne sporadiche eccezioni – alla Camera. Era prevista inoltre una drastica riduzione dei parlamentari (esattamente 480 deputati e 120 senatori).

Probabilmente la riforma prevista dai dieci saggi nel 2013 era più “saggia” e meno pasticciata di quella risultante dalla stesura finale, che è arrivata ai giorni nostri abbandonando il modello tedesco (bundesrat), tagliando con l’accetta il numero dei senatori, ma lasciando invariato quello dei deputati.

Torniamo al 2013. Dopo la sostanziale parità del risultato elettorale il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – che nei giorni scorsi ha ribadito a Porta a Porta e senza alcun contraddittorio il suo accorato appello per il Sì – ha continuato a perseguire la volontà di riformare lo Stato Italiano così cara alla finanza internazionale.

Ragionevolezza avrebbe voluto che dopo una sostanziale parità elettorale, si fosse andati nuovamente ad elezioni. Ma in quel periodo l’ascesa del movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, annoverato dal documento della JP Morgan tra i movimenti populisti, era evidentemente troppo pericoloso (il 25% raggiunto nel 2013 si sarebbe trasformato in una vittoria eclatante se si fosse andati subito al voto).

Sappiamo come è andata. Dopo la mancata fiducia a Bersani e la parentesi di Enrico Letta, Napolitano – immolatosi come salvatore della Patria quando le Camere non sono riuscite ad eleggere il suo successore – ha nominato il giovane rottamatore Matteo Renzi, figura carismatica e uomo nuovo del Partito Democratico, che con innovatori provvedimenti come il Jobs Act – che avrebbe dovuto creare posti di lavoro stabili in Italia – ha eliminato le residue tutele per i lavoratori dipendenti (gli autonomi non ne avevano già da prima).

Morale: dopo l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, i dipendenti sono oggi sostanzialmente in balìa dei datori di lavoro. Il tutto, come si è visto, in assoluta conformità con il documento programmatico della JP Morgan.

La riforma che andremo a votare il 4 dicembre pare insomma concludere il lavoro che l’alta finanza internazionale aveva chiesto nel 2013.

Pur non ampliando formalmente i poteri del Presidente del Consiglio le nuove norme, combinate con la nuova legge elettorale (Italicum) e in nome di una maggiore governabilità del Paese, portano infatti ad un accentramento dei poteri in capo al Governo e al partito di maggioranza diminuendo (tramite il sostanziale declassamento del Senato) una serie di contrappesi al potere centrale che d’ora in poi, vincendo il Sì, avrà anche tante competenze prima affidate alle regioni (è interessante a questo proposito l’analisi del vice presidente emerito della Corte Costituzionale Paolo Maddalena).

I sostenitori del Sì giustificano tutto ciò con una maggiore governabilità del nostro Paese, cosa che in sé non sarebbe certo un male.

Ma il problema non è quello di dare maggiore governabilità ad un Paese che ha enormi risorse e grande creatività come l’Italia. Il problema è piuttosto capire perchè l’Italia non riesce a risollevarsi dalla crisi economica e affrontare con grinta le enormi ingiustizie ed iniquità che la stanno mettendo in ginocchio. Capire perchè i più forti, i più prepotentie i più corrotti riescono sistematicamente a farla franca e non si riesce ad intervenire sulle enormi sacche di povertà e ingiustizia. O anche perchè il sistema dell’informazione, pur dotato di giornalisti di gran talento, non fa nulla per essere davvero incisivo.

Faccio una parentesi. Perchè una ragione per questa mancata uscita dalla crisi economica c’è. E c’è anche qualcuno che la spiega chiaramente.

L’ex presidente del Consiglio Mario Monti, uno dei grandi protagonisti della recente storia italiana, anch’egli notoriamente legato al mondo della finanza internazionale (avete mai sentito parlare di quei misteriosi organismi che prendono il nome di Commissione Trilaterale e Gruppo Bildeberg?, provate a cercare su Google), ha infatti affermato che le crisi servono affinché gli Stati Europei rinuncino alla loro sovranità a favore dell’Europa. E’ questo il mezzo utilizzato dal potere per fare ingoiare ai cittadini i rospi più indigesti. Ovvero la privazione di una porzione sempre maggiore di libertà.

Sentite che dice Monti.

Dunque, come si diceva, il problema centrale oggi non è quello della governabilità di questo Paese. Il problema è che quel pacchetto di sovranità che il Governo recupererà con una riforma costituzionale che sta spaccando in due il Paese arriverà direttamente, senza passare dal via, agli organismi sovranazionali, quelli che ci governano davvero.

Probabilmente se l’Europa fosse quell’Europa dei Popoli agognata dai fondatori non ci sarebbe alcun problema e nessun vulnus alla democrazia. Ma siccome oggi l’Europa è l’Europa dei tecnocrati e dei lobbisti il problema si pone eccome.

Perché, e questo è un altro dato di fatto, il Parlamento Europeo formato dai rappresentanti eletti democraticamente dai cittadini europei ha ben poco potere rispetto alla potente commissione Europea dei tecnocrati e degli alti finanzieri.

Proprio nei giorni scorsi il Parlamento Europeo ha denunciato un sistema perverso di “porte girevoli” (su cui sta peraltro indagando un altro organo europeo di controllo, il Mediatore Europeo) che permette alle ex alte cariche europee di ottenere immediatamente le poltrone più influenti delle grandi società mondiali in palese conflitto di interessi. Il caso più recente è quello dell’ex presidente della commissione Europea Josè Manuel Barroso che l’estate scorsa è stato nominato presidente non esecutivo della banca d’affari Goldman Sachs International. Una nomina per la quale lo stesso Parlamento Ue ha espresso molta preoccupazione.

E’ normale tutto ciò?

Proviamo ad estendere ulteriormente questo ragionamento.

La contestatissima vittoria di Donald Trump alle recenti elezioni americane ha indubbiamente rotto le uova nel paniere al sistema delle grandi lobby finanziarie internazionali. Dopo l’elezione The Donald, con tutti i suoi difetti caratteriali, si è scagliato più volte contro la globalizzazione progressista e multiculturale che ha come simboli Barack Obama e Hillary Clinton e che, dietro la facciata dei diritti civili, nasconde spesso enormi interessi finanziari. Non c’è dubbio che la vittoria di Trump, osteggiata in ogni modo da tutti i media internazionali, abbia dato una botta terribile oltre che all’establishment americano anche a quello europeo.

Dopo la vittoria del tycoon, cioè del magnate americano, le borse internazionali sono volate. Non c’è stato il crollo temuto, esattamente come era avvenuto pochi mesi prima con la Brexit. E come probabilmente avverrà in caso di vittoria del No al referendum italiano.

Questi due esempi dimostrano che nonostante la disinformazione e l’indirizzo monodirezionale del potere mediatico la democrazia alla fine vince sempre. Ma anche che ci sono delle reazioni immediate.

C’è infatti un altro aspetto inquietante. Appena eletto Donald Trump ha fatto capire chiaro e tondo che penserà agli Stati Uniti e ai suoi concittadini, annunciando tra l’altro un disimpegno degli Usa dalla Alleanza Atlantica. Questo atteggiamento ha portato ad una tangibile distensione dei rapporti con Putin, che con Obama stavano diventando preoccupanti. Ma ad una immediata tensione dei rapporti con l’Unione Europea.

Immediatamente è arrivata la reazione dell’Europa. Prima le durissima critiche a Trump del presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker e poi – appena qualche giorno fa – l’avvio, in sede parlamentare europea, delle procedure per la creazione di una forza militare multinazionale (finanziata dagli Stati membri con il 2% dell’intero Pil nazionale) che possa intervenire militarmente anche in caso di disimpegno della Nato.

L’Italia – dice la Costituzione – ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Ma la riforma che andremo a votare il 4 dicembre attribuirà soltanto ad una delle due attuali Camere, che sarà dominata politicamente da un unico partito di maggioranza in grado di decidere autonomamente, la possibilità di dichiarare lo stato di guerra.

Siamo d’accordo con tutto questo? Siamo sicuri di sapere a chi stiamo davvero cedendo la nostra sovranità popolare? Siamo sicuri che chi riceverà questo dono ne farà buon uso? Siamo sicuri che la comunicazione istituzionale, a partire dalla stessa esposizione edulcorata del quesito referendario (per come è posto non darebbe adito ad alcun dubbio!) non stia indorando la pillola per farci ingoiare qualcos’altro?

Anche queste sono domande che bisognerebbe porsi quando il 4 dicembre andremo alle urne per barrare il Sì o il No al bicameralismo perfetto o alla competenza concorrente Stato-Regioni. Anche perché nelle situazioni di incertezza e confusione, pur se non si capisce bene chi saranno i vincitori, è sempre abbastanza scontato chi andrà a perderci.

Nel frattempo l’occhio dell’alta finanza internazionale osserva le nostre mosse. E forse, come noi che guardiamo confusi le tribune elettorali e come gli opinionisti dell’Economist, neppure gli stessi lobbisti riescono a decifrare quali saranno davvero gli effetti della riforma costituzionale del Governo Renzi.

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