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Radio Maria: il Governo taglia i fondi alle radio comunitarie nazionali

Probabilmente il provvedimento era nell’aria e non è direttamente collegato allo strumentale polverone mediatico sollevato dai mass media dopo la recente catechesi del padre domenicano Giovanni Cavalcoli sulle frequenze di Radio Maria. E’ però sintomatico che la comunicazione governativa sia arrivata proprio all’indomani delle polemiche e, abbastanza irritualmente, in risposta ad un esplicito articolo di Repubblica che attacca a spron battuto l’odiata emittente radiofonica diretta da padre Livio Fanzaga (Quegli anatemi di Radio Maria pagati con i soldi pubblici). Fattostà che d’ora in poi il Governo taglierà i cordoni della borsa alle radio comunitarie nazionali, che per l’appunto sono Radio Maria e la leghista Radio Padania, che in questi anni hanno effettivamente avuto un sostegno pubblico di gran lunga superiore alle altre emittenti radiofoniche.

Estrapolando i dati contenuti in una recente deliberazione della Corte dei Conti (la n. 13 del 28 dicembre 2015) Repubblica ha notato che Radio Maria, notoriamente molto critica sulle posizioni del Governo e del Parlamento italiano sui temi legati alla famiglia, al matrimonio e alle unioni civili, gode di un congruo sostegno pubblico da parte dello stesso Stato.

Perché?

Vediamo nel dettaglio: i giudici contabili, nella suddetta deliberazione, hanno verificato che l’emittente cattolica ha incassato oltre due milioni di euro in un triennio (gli ultimi dati disponibili sono relativi al triennio 2011-2013 e ammontano a 779 mila euro per il 2011, 730 mila per il 2012 e 581 mila per il 2013).

Contrariamente a quanto affermato in relazione a Radio Padania (che non trasmette in tutto il territorio nazionale) nella deliberazione la Corte dei Conti non ha manifestato alcuna perplessità circa i finanziamenti statali erogati a Radio Maria, anche se, per la verità, ha notato che in questi ultimi anni ingenti risorse pubbliche sono attribuite sostanzialmente soltanto a due emittenti.

Ma cosa c’è dietro questo trattamento di favore? Si tratta di un privilegio anacronistico?

Cosa sono le radio comunitarie?

radio comunitarie
Conduttori al lavoro in una radio locale

Il perché di questo trattamento di favore per due emittenti radiofoniche rispetto alle altre radio italiane è spiegato dalla stessa Corte dei Conti: in base all’articolo 4 comma 190 della legge 350 del 2003 il 10% dei contributi destinati complessivamente alle radio locali viene assegnato alle emittenti nazionali comunitarie, cioè viene utilizzato per  sostenere quelle emittenti che hanno una portata in tutto territorio nazionale, ma a differenza delle altre non hanno scopo di lucro non potendo trasmettere pubblicità oltre il limite del 5% del loro palinsesto.

In base alla definizione data dalla cosiddetta legge Mammì (223 del 1990) le radio comunitarie sono infatti radio che non hanno scopo di lucro e vengono gestite da “fondazioni, associazioni riconosciute e non riconosciute, che siano espressione di particolari istanze culturali, etniche, politiche e religiose, nonché società cooperative… che abbiano per oggetto sociale la realizzazione di un servizio di radiodiffusione sonora a carattere culturale, etnico, politico e religioso”.

Per queste emittenti, come si accennava, la legge Mammì ha stabilito limiti ferrei alla trasmissione di spot pubblicitari (entro il 5% del palinsesto) e l’obbligo di trasmettere programmi autoprodotti in sintonia con le proprie istanze per almeno il 50% delle trasmissioni giornaliere fra le 7 e le 21 (quota ridotta al 30% nel 1996).

Nel 1995 le radio comunitarie locali riconosciute in Italia erano 409 ma questa lista si è ridotta e nel 2002 l’Aeranti ne elencava solo 222, salite a 329 nel 2014 (sono beneficiarie di contributi pubblici come quelle commerciali).

Solitamente si tratta di radio cattoliche o di altre confessioni. Oppure semplicemente di emittenti libere. In gran parte – evidenziano gli esperti di storia della radio – sono eredi delle radio libere degli anni Settanta e hanno lo scopo di dare voce a soggetti, opinioni e progetti sotto rappresentati dai media ufficiali.

Si tratta di emittenti sempre più rare in questo periodo, che si caratterizzano, oltre che per una tecnologia spesso non ultramoderna, anche per un largo ricorso al volontariato e all’autofinanziamento. E’ il caso delle radio comunitarie di informazione che aderiscono al network Radio Popolare (circuito lanciato all’inizio degli anni ’90 da Radio Popolare di Milano e tuttora on air) o a quelle che aderiscono a Radio Gap (Global Audio Projet) network che ingloba una decina radio e agenzie di informazione che si collocano in un’area antagonista e alternativa.

Oltre alle radio comunitarie locali ci sono – come detto – quelle che hanno una copertura nazionale, che sono soltanto due: la cattolicissima Radio Maria e la leghista Radio Padania, entrambe caratterizzate da un’identità netta e ben definita. Anzi la radio comunitaria nazionale è oggi soltanto una, visto che la Corte dei Conti ha stabilito che Radio Padania non copre con i suoi ripetitori tutta la penisola.

A queste due emittenti – sempre in base ai requisiti previsti dalla legge Mammì – la legge 350 del 2003, ovvero la legge Finanziaria 2004, ha attribuito un sostegno fisso nella misura del 10% dei contributi destinati complessivamente alle radio locali.

Tale finanziamento è stato da subito contestato dal resto del sistema radiofonico italiano, anche da chi fa larghissimo uso della pubblicità e esclusivamente ragiona in base alle leggi di mercato senza troppi valori identitari da portare avanti che non siano gli interessi delle lobby, economiche e non, più influenti.

Oggi il Governo – per la felicità di molti – ha comunicato che questo sostegno alle radio comunitarie nazionali sarà tagliato drasticamente. Nella breve nota in calce all’articolo di Repubblica contro l’odiata Radio Maria, il ministero dello Sviluppo Economico ha reso noto che “con l’entrata in vigore del regolamento che riforma la disciplina dei contributi all’emittenza locale – introdotta dalla Legge di stabilità dell’anno scorso – viene abrogata la norma che stabiliva il contributo fisso annuale per Radio Maria e Radio Padania, cioè le due radio comunitarie nazionali, prevista dalla legge 350 del 2003 (Legge Finanziaria 2004). In uno dei prossimi Consigli dei ministri – prosegue il comunicato del ministero – sarà approvato il nuovo regolamento che stabilisce, tra le altre cose, la costituzione di una graduatoria nazionale sia per le emittenti radiofoniche sia per quelle televisive e la definizione di criteri meritocratici di attribuzione (non generalizzata) dei contributi per le emittenti locali che premino chi svolge attività editoriale di maggiore qualità, mediante l’impiego di dipendenti/giornalisti e di tecnologie innovative. Quindi, a partire dall’esercizio 2016, le radio comunitarie a carattere nazionale non beneficeranno più del contributo annuale erogato dal Ministero dello sviluppo economico“.

Insomma il Governo rassicura Repubblica e tutti i detrattori comunicando che taglierà i fondi alla temibile Radio Maria, rea di irradiare nell’etere terribili anatemi contro il pensiero dominante.

Ma nello stesso tempo sembra voler fare anche un passo indietro rispetto ai buoni propositi della legge Mammì che voleva valorizzare l’informazione libera a carattere culturale, etnico, politico e religioso, sostenendo le radio comunitarie che fanno informazione senza scopo di lucro e danno voce a soggetti, opinioni e progetti poco o per nulla rappresentati dai media “ufficiali”.

In breve: il Governo con questo atto attesta per l’ennesima volta che nell’asfittico mondo dell’informazione italiana deve essere favorito e sostenuto esclusivamente chi interpreta e si adegua alle leggi del mercato e della pubblicità, mentre non c’è più spazio per le voci che cercano di differenziarsi dal pensiero dominante. Alla faccia del pluralismo dell’informazione con cui troppo spesso ci si sciacqua la bocca.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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