Consiglio regionale sardegna

Oggi più che mai abbiamo la necessità di individuare una politica vincente in grado di svegliare i sardi dal torpore pseudo-consumistico nel quale sono stati abituati a vivere. Una nuova politica che sappia aggregare, coagulare attorno a un solo grande tema che sia comprensibile e immediato per tutti i cittadini da nord a sud, da est a ovest della Sardegna e che si rapporti all’esterno con una credibile soggettività frutto di scelte autodeterminate. Uno dei protagonisti di questa azione avrebbe dovuto essere il partito dell’identità sarda. Purtroppo questo glorioso partito da tempo si è come incagliato in pure logiche spartitorie dove pur di avere scampoli di potere “ha detto e fatto tutto e il contrario di tutto” mentre buona parte del variegato mondo indipendentista si è insabbiato sulle divisioni fatte da sterili contrapposizioni e distinguo terminologici che hanno fatto perdere la principale metà, l’unità della protesta per l’autodeterminazione del popolo sardo nonché’ la funzionale salvaguardia dei propri diritti.

Per questo motivo in questi anni si è prodotta tanta aria fritta, magari condita con folclorici orpelli rivolti alla continuità territoriale, lingua e cultura sarda, zona franca, a retorici quanto nostalgici richiami all’unità di popolo, ecc, ecc.

Per anni in forza del noto principio “dividi e comanda” i sardi sono stati abituati a vivere in un perenne stato di necessità e di contrapposizione in ragione di contingenze internazionali, emergenze, dissesti di varia natura e patti di stabilità.

Il fatto è che questi patti non tendono a perseguire il benessere dei sardi, ma solo il benessere e gli equilibri della nazione Italia a cui noi sardi, da sempre, diamo oggettivamente di più rispetto a quanto ricevuto. Da anni con le promesse e i ricatti ci fanno chinare il capo.

La quantità e qualità di servitù (militari, civili e energetiche) alle quali siamo soggetti basterebbero da sole a esentarci almeno in parte dal pagamento delle imposte o a beneficiare di un trattamento fiscale agevolato, così come avviene per tante altre comunità insulari sparse nel modo, dalle Baleari alla Corsica.

Invece si continua a far finta di niente facendoci dividere sui candidati e contrapporci fra destra e sinistra, sovranità e autonomia, accorpamento e decentramento, fra coloro che vogliono avere e coloro che vogliono essere e ciò allo scopo di non farci concentrare sulla nostra vera e unica risorsa: la funzionale salvaguardia della Sardegna e delle sue specificità attraverso la realizzazione di imprese e comunità autonome e non dipendenti da Roma.

La Sardegna potrebbe vivere delle sue risorse per 365 giorni l’anno se si eliminassero i “cavalli di Troia” e le “rendite di posizione” che il sistema ha prodotto e diffuso nel nostro territorio, dando un po’ di potere e benessere ad alcuni blasonati signori locali, spesso appartenenti a consorterie familiari o di faccendieri di regime che tutelano il supremo interesse dell’ordine costituito.

Oggi siamo ostaggi del lavoro e della occupazione a tutto danno della salute, qualità e aspettative di vita. Ci siamo fatti espropriare il futuro per una promessa di posti di lavoro, snaturando l’ambiente naturale e umano, e smantellando la nostra identità. Penso ad esempio a Sarroch che è stato fra i 100 Comuni più ricchi d’Italia. Si, ma a quale prezzo? A questo proposito potrei parlare di Ottana, Portoscuso, Portotorres Assemini, Capoterra, Carbonia, Iglesias e altro ancora. Più il tempo passa e sempre maggiore risulta essere la possibilità di non ritorno.

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Lo stabilimento della Saras a Sarroch

Per tutto questo abbiamo il dovere di fermare questo scempio e smetterla di essere conniventi e di stare alla finestra a guardare crescere l’erba del vicino e giudicarla sempre la più verde, per dare vita a una unica grande aggregazione politica e civica che rivendichi la salvaguardia dei nostri diritti ignorati e violati anche da chi pur parlando sardo si adegua alle direttive del Governo centrale persino quando queste non sono di certo a vantaggio dei sardi.

Usciamo dai gusci dei partiti che oramai sono scatole vuote e fondiamo un movimento regionale basato sulla autodeterminazione del popolo, salvaguardia dell’ambiente e delle lingue e della cultura della Sardegna che sappia interpretare la necessità di un vero e proprio rinascimento socio economico e culturale in grado di dare risposte ai reali bisogni e alle legittime aspettative di tutti i sardi.

Del resto se così non facessimo in breve tempo saremmo tutti fagocitati dalla imperante globalizzazione che si può arginare solo in presenza di solide basi conoscitive e culturali che noi sardi non abbiamo cosi presenti, comuni e diffuse nel nostro variegato territorio. Solo una comunità e condivisione di destino ci può far risorgere dall’indifferenza, dall’individualismo e dal materialismo che ha sempre più caratterizzato questi nostri ultimi decenni.

Partiamo dall’esperienza maturata a Cagliari nelle ultime elezioni comunali con Cagliari Città Capitale dove forze politiche di varia natura e provenienza si sono unite per creare una vera coalizione politica al di fuori dai tradizionali schieramenti e si sono poste in modo forte e chiaro dalla parte di coloro che hanno le competenze e capacità di affrontare i veri problemi della Sardegna per colpirli alla radice e non cercando di curarne i mali con elemosine e provvidenze statali che al contrario – sono infatti forse peggio del male – accentuano sempre più la nostra dipendenza e erodono quel poco di dignità sopravvissuta.

Roberto Copparoni

 

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