Odio online: come si può combattere?

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L'odio parte spesso dai tasti di un computer

Il picco massimo arriva nel periodo preelettorale. E’ il momento in cui l’ odio online si scatena maggiormente. Orde di internauti faziosi si scatenano sui social network per difendere questa o quella tesi politica. La parola d’ordine non è discutere civilmente, ma asfaltare il nemico e coprirlo di insulti. Perché l’odio online – al giorno d’oggi – è per certa politica una moneta molto preziosa: diffondere odio in rete genera insicurezza e paura che, a loro volta, portano voti e consenso. Così come l’odio porta denaro e pubblicità ai media online che lo utilizzano per fare click baiting e attirare i lettori.

Degli effetti devastanti dell’odio online e soprattutto dei metodi per circoscrivere questo fenomeno dilagante si è parlato nei giorni scorsi in un interessante incontro intitolato  La rete di Caino – L’ odio online tra Free Speech e tutela dei più deboli,  secondo della serie di tre incontri organizzati dall’Università di Cagliari e dall’Elsa (The European Law Students Association) sui computer crimes (il primo ha riguardato Deep Web, DarkNet e DarkWeb).

Per la sua valenza economica l’hate speech sta diventando un fenomeno dalle proporzioni enormi. Un fenomeno che riguarda purtroppo anche le giovani generazioni che sin dalla più tenera età si nutrono anche del veleno propagandato su Internet. Emblematico, a questo proposito un esempio raccontato poche settimane fa al Festival internazionale di Giornalismo di Perugia da una giornalista tunisina: suo fratellino vive a Londra. Non ha amici, si sente escluso e passa il tempo a guardare sul cellulare i filmati propagandistici dell’Isis. E’ un ragazzino, non ha la più pallida idea delle loro idee politiche né del loro fanatismo religioso, ma per lui i combattenti del califfato con la maschera nera sono degli idoli perché incarnano la sua voglia di combattere la società in cui vive e che lo rifiuta.

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I relatori del convegno sull’hate speech: GB. Gallus, G. Gometz e G. Ziccardi

Le facce dell’odio online

L’ odio online ha molteplici facce. Può essere generalizzato verso categorie ben determinate di persone, colpire la razza, la religione, l’appartenenza politica e quella sessuale. Ma può anche essere individualizzato, diretto verso il singolo e dar luogo ad esempio ad episodi di cyberbullismo. Spesso è scatenato da episodi di una banalità sconcertante, magari da una frase o da un concetto frainteso che viene bersagliato sui social network.

Spesso è difficile distinguere questi due profili  – ha spiegato Gianmarco Gometz, docente di Filosofia del Diritto e Informatica giuridica presso l’Università degli Studi di Cagliari –. In ogni caso l’odio online è in grado di fare dei danni che solo dieci anni fa sarebbero stati difficilissimi da prevedere“.  

Questione fondamentale per i giuristi che si occupano di informatica è quella di contemperare le esigenze di sicurezza e di tutela della dignità e dell’onorabilità delle persone con la libertà di espressione del pensiero che la Rete, pur con tutte le sue pecche, riesce a garantire. In campo – ha spiegato Gometz nella sua relazione – ci sono due visioni molto diverse: l’approccio libertario adottato dagli Stati Uniti, sede peraltro dei principali motori di ricerca come Google, in cui la punibilità dell’odio online è limitata ad ipotesi tassative in cui esiste un concreto pericolo di danno (ad esempio quando viene manifestata l’intenzione di commettere un atto di violenza) e quello più restrittivo scelto dall’Europa dove l’odio online è maggiormente controllato e represso.

Ma vista la difficoltà di discernere gli atti leciti da quelli illeciti e di definire esattamente i contorni dell’hate speech – si è chiesto il giurista – ha senso criminalizzare tutte le manifestazioni odio dando il potere di intervenire autoritariamente in maniera repressiva (con il rischio che quei post offensivi assumano anche un maggiore appeal tra gli internauti) oppure è meglio lasciare circolare le idee e combattere l’odio con la ragionevolezza?

La soluzione non è semplice. Di fatto però quella della contrapposizione con il dialogo, il cosiddetto counter speech, è una strada più difficile e dispendiosa.  “Chi odia è sempre più motivato e controbattere all’aggressività con il dialogo comporta un grande dispendio di energia“, ha spiegato Giovanni Ziccardi, docente di Informatica giuridica presso l’Università degli Studi di Milano ed autore dell’interessante saggio “L’ odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete”.

Secondo lo studioso, Internet non ha creato l’odio online, ma lo ha amplificato dando a chiunque la possibilità di manifestare ad una platea di persone sempre più vasta il proprio pensiero anche quando questo è razzista, xenofobo o comunque aggressivo. Anche perché, è stato ampiamente studiato, lo schermo di un pc, di un tablet o di un cellulare induce le persone a cambiare tono e a parlare molto diversamente rispetto a come parlerebbero a quattr’occhi.

Oggi non si odia solo per i temi divisivi tradizionali, ma anche per motivi molto banali. Con picchi massimi nel periodo elettorale.  “L’odio è merce elettorale – ha spiegato Ziccardi –: altro che bitcoin, in politica diffondere odio genera insicurezza e paura che a loro volta portano voti e consenso”.

Ma visto che i presupposti sono questi e visto che l’odio online è veicolato proprio dalla politica e dai media che dovrebbero combatterlo, quali sono le contromisure?

L’incontro di ieri non ha fornito risposte, ma soprattutto interrogativi sui meccanismi dell’ odio online.

Innanzitutto può essere d’aiuto il diritto con regole giuridiche chiare. Attualmente il Parlamento italiano ha in cantiere tre progetti di legge che in qualche modo puniscono l’hate speech (tra cui il controverso ddl Scalfarotto sull’omofobia). Va bene la prevenzione ma con una punizione preventiva – è stato detto – si corre il rischio di intervenire troppo presto e creare dei martiri della libertà di espressione.

Per quanto riguarda i giornalisti possono sopperire in qualche modo anche le regole deontologiche: la Carta di Roma, ad esempio, spiega quali termini utilizzare per evitare forme di razzismo. Sta all’Ordine dei Giornalisti perseguire quelle testate online che utilizzano l’odio razziale e le notizie false sui migranti per fare click baiting.

In parte l’hate speech viene combattuto anche con la stessa tecnologia, ma i sistemi automatizzati con cui i provider gestiscono le segnalazioni degli utenti non sono attualmente testati a fondo e hanno ancora enormi margini di errore. Tenendo contro che solo Facebook e Twitter ricevono circa 6 milioni di segnalazioni al giorno, dare agli utenti delle risposte non automatizzate avrebbe per i provider dei costi proibitivi.

Come ha spiegato l’avvocato Giovanni Battista Gallus, presidente del Circolo dei giuristi telematici, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per combattere l’ odio online comporta inoltre notevoli rischi per la democrazia. Un caso emblematico è quello dell’avvocato statunitense Nicole Wong, soprannominata “il decisore” perché quando era vice presidente di Google (poi è diventata direttore legale dei prodotti di Twitter) aveva nelle sue mani il potere assoluto di determinare cosa doveva apparire sul motore di ricerca e cosa invece doveva essere cancellato.

Pur con tutti i suoi difetti, la Rete è un eccezionale mezzo di circolazione delle idee. Dunque combattere l’ odio online non deve essere il pretesto per ripristinare forme di censura autoritaria (una soluzione interessante che è stata citata durante l’incontro è quella adottata dal social network Reddit che attualmente punisce i contenuti offensivi con la marginalizzazione, cioè la non indicizzazione, ma lasciando libertà di parola).

L’intelligenza artificiale viene utilizzata da qualche anno anche per la repressione di altri tipi di reati telematici come la pedopornografia. Sweety, ad esempio, è una bambina filippina virtuale di dieci anni creata da Terres des Hommes, un’organizzazione per i diritti dell’infanzia, che finora ha permesso di individuare e condannare molti pedofili. Ma è chiaro che la risposta ai crimini online non può essere affidata esclusivamente alla tecnologia che comunque ha molti margini di errore, ancor più pericolosi quando si tratta di perseguire reati così gravi.

Insomma, allo stato dell’arte la ricetta magica per combattere l’hate speech non esiste. Probabilmente è possibile limitarne gli effetti devastanti. Come? In primo luogo con l’educazione. In particolare educando i ragazzi più giovani e magari non dandogli in mano un cellulare già a sette anni (la media purtroppo è quella). Possono contribuire un buon uso della tecnologia e ancor di più una maggiore attenzione ai contenuti offensivi da parte della politica e un grande rigore deontologico da parte della stampa. Ma bisogna prendere atto che fino a quando l’odio sarà utilizzato per avere facili consensi politici o attrarre clic sui giornali online difficilmente questo fenomeno potrà essere contrastato.

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