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Nel corso degli anni la Sardegna si è rivelata una terra sicuramente accogliente per chi è approdato nelle nostre coste per sfuggire alle guerre e alla povertà. Come i profughi giuliani provenienti da Fiume, dall’Istria e dalla Dalmazia che alla fine della Seconda Guerra mondiale si sono inseriti nel tessuto sociale contribuendo allo sviluppo economico della zona di Fertilia. O come i cosiddetti profughi siculi-tunisini, cioè le famiglie siciliane sistemate nelle ex case dell’Etfas dopo essere state evacuate dalla Tunisia, decisive per lo sviluppo della viticoltura nelle zone di Castiadas e Pula dove hanno fondato due cantine sociali. Ancora più eclatante il caso di Mussolinia, la moderna Arborea, con la integrazione di circa 250 famiglie venete che si sono impegnate nella bonifica di ventimila metri quadri di palude e le hanno fatte diventare ricche zone di pascolo.

Sardegna terra di accoglienza, documentario storico realizzato dalla Regione Sardegna e proiettato ieri sera alla Fiera di Cagliari, che presto sarà visibile nell’archivio Sardinia Digital Library, è un interessante documento che racconta con testimonianze inedite un’isola votata alla integrazione che non si è mai fatta pregare per accogliere gli esuli che, a loro volta, hanno offerto entusiasmo e competenze professionali per lo sviluppo dei territori che li hanno accolti.

Ma è anche un documento che consente un paragone tra l’ integrazione di ieri e quella di oggi, in un momento in cui anche in Sardegna sta arrivando dal sud del mondo un esodo biblico di migranti che scappano dalla guerra e dalla fame.

L’assenza di progetti di integrazione crea paura e intolleranza

La proiezione del documentario firmato dalla giornalista Giosi Moccia ha fornito molti spunti di riflessione per comprendere meglio il complesso tema della immigrazione in Sardegna. Perché se è vero che l’ integrazione dei giuliani, dei siculo-tunisini, dei tabarchini a Carloforte e dei veneti ad Arborea è avvenuta in circostanze diverse e con progetti ben strutturati, oggi la situazione e molto diversa.

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Il dibattito dopo il documentario Sardegna terra di accoglienza

I migranti – è emerso dal dibattito moderato dal giornalista Rai Roberto Olla al quale hanno partecipato i maggiori attori del primo soccorso a Cagliari – continuano ad essere sbarcati in Sardegna senza alcun criterio e senza alcun progetto. E dopo appena 72 ore dal loro arrivo – cioè dopo essere stati curati dalla Asl 8 e dal 118, accolti dai mediatori culturali e rifocillati dai volontari della Croce Rossa, della Protezione Civile e della Caritas – vengono praticamente abbandonati a chiedere l’elemosina per strada oppure affidati ad organizzazioni che spesso non hanno la formazione e le competenze necessarie per seguirli.

Spesso si tratta di persone che nel loro paese d’origine hanno studiato o acquisito una professionalità: ingegneri, medici, sarti, allevatori, giusto per fare qualche esempio, per i quali fare gli accattoni è umiliante come lo può essere per ciascuno di noi. Persone che, ha sottolineato don Marco Lai, responsabile della Caritas Diocesana ed ex parroco a Santa Margherita di Pula, potrebbero dare un grande contributo alla comunità che li accoglie (come è accaduto a Pula con la comunità siculo-tunisina). Gli immigrati – secondo don Lai – potrebbero contribuire a combattere la crisi demografica e lo spopolamento dei paesi dell’interno di un’isola dove l’80% dei prodotti agricoli viene importata e dove circa 40mila ettari di territori agricoli sono abbandonati.

Tutto facile allora?

Assolutamente no. Prima di tutto perché non esiste alcuna progettualità politica in questo senso e il tema dell’immigrazione resta allo stadio della perenne emergenza. In secondo luogo perché – lo ha sottolineato il responsabile della Protezione Civile Graziano Nudda molti migranti non hanno alcuna intenzione di restare in Sardegna e vogliono subito scappare dalla nostra regione.

Molte testimonianze, alcune delle quali toccanti e sentite, hanno dimostrato che l’accoglienza, il soccorso e la solidarietà sono un dovere per tutti. Per i medici, che con il giuramento di Ippocrate si impegnano a curare chiunque, senza distinzione di etnia, religione e sesso. Per i mediatori culturali che accolgono i loro connazionali in difficoltà. Per le crocerossine che accolgono i migranti in ogni parte del mondo. Per i volontari che gli insegnano a parlare in italiano. Per tutti i sardi che hanno nel loro dna un innato il senso dell’ospitalità.

Ma dovrebbero essere un dovere anche per la politica e le istituzioni, grandi assenti in questo meccanismo di accoglienza, che dovrebbero studiare progetti per dare dignità e valorizzare chi decide di rimanere in Sardegna. Come ha spiegato il magistrato Sergio De Nicola bisognerebbe superare il mero assistenzialismo e usare parte delle risorse a disposizione per coinvolgere gli enti locali in progetti che possano valorizzare le attitudini dei richiedenti asilo.

La vera integrazione, quella raccontata nel filmato di Giosi Moccia, si raggiunge infatti realizzando dei progetti inclusivi che superino la fase dell’emergenza. Ma per quelli ci vuole una politica vera, capace di creare sviluppo economico e posti di lavoro per tutti. Per i migranti e per i sardi.

Perchè la totale assenza della politica che, una volta terminato il primo soccorso abbandona i migranti in mezzo alla strada o delega l’accoglienza ad organizzazioni inadeguate, crea soltanto intolleranza, diffidenza tra la gente e paura del diverso. Avvalora l’idea sbagliata che la presenza dei migranti tolga ai sardi le ultime briciole di una inesistente ricchezza. E giustifica la reazione di chi, come alcuni ragazzi presenti ieri alla proiezione, si indigna giustamente perché le istituzioni non pensano ai tanti giovani sardi che per mancanza di lavoro, prospettive e fiducia scappano dalla Sardegna per costruirsi un futuro. Perché non c’è dubbio che anche nella fuga in massa dei giovani dalla Sardegna la politica sarda abbia pesantissime responsabilità.

Di Alessandro Zorco

Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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