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WeAreN2016: il grido dei cristiani perseguitati

So che con l’aiuto dei cristiani, mia mamma tornerà a casa“. Sono le parole ancora piene di speranza di Eisham, la figlia minore di Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte in Pakistan per la sua fede. Eisham le ha pronunciate durante il Congresso WeAreN2016 (“Siamo tutti Nazareni”) che si è tenuto nei giorni scorsi a New York per denunciare e testimoniare le efferatezze compiute ai danni delle minoranze cristiane nel mondo. Durante il congresso WeAreN2016 l’associazione CitizenGo ha consegnato la sua raccolta di 400mila firme a difesa dei cristiani perseguitati nel mondo e ha presentato il nuovo documentario “Insha Allah – Il sangue dei martiri”.

Abbiamo fatto tanto per far sentire la voce dei cristiani perseguitati e per riaffermare l’importanza del diritto alla libertà religiosa presso le Nazioni Unite”, spiega il responsabile di CitizenGo Matteo Cattaneo che riporta alcune testimonianze significative raccolte durante giorni di lavori del Congresso WeAreN2016.

WeAreN2016: i martiri della fede

weareN2016
Il congresso WeAreN2016

Il congresso WeAreN2016 ha riportato testimonianze drammatiche come quella di Carl e Marsha Mueller, due coniugi che hanno partecipato alla sessione del 28 aprile presso la sede dell’ONU, promossa assieme all’Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite. La loro figlia Kayla di 26 anni, che lavorava in Siria per aiutare le vittime della guerra, è stata rapita dall’ISIS, ridotta in schiavitù e violentata ripetutamente.

Ci dissero che l’avevano torturata, che era proprietà personale di Al-Baghdadi e che l’avevano data in sposa a quest’ultimo. Abbiamo capito subito cosa significava”. Quattro mesi prima di venire uccisa, nel febbraio 2015, Kayla ha scritto ai genitori una lettera in cui riaffermava la sua fede che si concludeva così: “Non abbiate paura. Se Dio vuole, saremo di nuovo insieme”. “Bisogna stare uniti e trovare una soluzione a tutto questo – hanno detto i coniugi Mueller -: Dobbiamo chiedere con forza ai governi di risolvere questa situazione”.

Cattaneo riporta anche la testimonianza di Samia, ragazza yazida di 15 anni che – racconta – senza sapere una parola di inglese, senza essere mai uscita dalla sua comunità, ha trovato il coraggio di andare a New York e descrivere, tra le lacrime, come durante 6 mesi di prigionia da parte dell’ISIS, a 13 anni, è stata ripetutamente violentata.

Ci facevano cose orribili – ha raccontato la ragazza –. Violentavano bambine anche di 7 o 8 anni. Uccidevano le nostre mamme perché erano troppo vecchie per i loro gusti. Volevano solo le bambine per utilizzarle come schiave sessuali”.

Come ha spiegato Elisa von Joeden-Forgey, esperta di Studi sul Genocidio dell’Università di Stockton, “la violenza sessuale è parte integrante della tattica genocida“, perché “danneggia irreparabilmente l’individuo e la società” e, in combinazione con gli stermini e le altre volenze, mira a distruggere “non solo i corpi, ma le anime e le identità“.

Siamo in pericolo di essere sradicati dalla nostra terra – ha denunciato Samia, chiedendo aiuto alla comunità internazionale -: Non abbiamo risorse e forze per difenderci da soli”. E proprio non far sentire sole le vittime di questo orrore, ha spiegato l’avvocato Jacqueline Isaac, è fondamentale per permettere loro di superarlo.

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Durante il congresso WeAreN2016 – riporta Cattaneo – è emersa anche la terribile vicenda delle giovanissime ragazze nigeriane fatte schiave dai terroristi di Boko-Haram. La ha raccontata monsignor Joseph Bagobiri, arcivescovo di Kafanchan, in Nigeria, Paese dove ci sono stati circa 11.500 martiri cristiani negli ultimi 8 anni.

Boko-Haram è diventato il peggior gruppo terrorista del mondo”, ha spiegato monsignor Bagobiri che ha detto di non avere quasi più speranza di rivedere vive le circa 200 ragazze ancora nelle mani dei terroristi, perché, ha spiegato, “non solo le utilizzano come schiave sessuali, ma anche come bombe suicide: i cristiani nigeriani non hanno nessuno che li difenda, non hanno diritti nè speranza di sopravvivere.”

Non è meno terribile la situazione dei cristiani che vivono in Iraq, dove Cattaneo e il team di CitizenGo lo scorso febbraio avevano visitato il campo dei profughi cristiani di Erbil gestito da Padre Douglas. Sequestrato per nove giorni dai terroristi che lo hanno torturato, gli hanno rotto il naso e i denti con un martello solo per il fatto di essere cristiano, Padre Douglas ha detto di avere comunque ancora speranza per la comunità cristiana irachena, a patto che si riformi profondamente la Costituzione del Paese. “I politici iracheni parlano in pubblico citando il Corano e pregano nei loro interventi, e la Costituzione irachena mescola principi democratici e precetti coranici”, ha raccontato. Questo non può assicurare una convivenza pacifica quando, come sta accadendo ora, “un gruppo vuole radicare le sue idee considerando noi altri come schiavi. Riconoscere ufficialmente il genocidio in corso è “il primo passo per porre rimedio. Se non lo chiamiamo così, non stiamo dicendo la verità“.

l ruolo dei media internazionali

Secondo la suora argentina Sorella Maria Guadalupe, da 18 anni in missione in Medio Oriente, i media internazionali non stanno parlando abbastanza di tutto quello che succede in Siria e Iraq. “Avete presente gli attentati di Parigi? – ha detto – Da noi cose così succedono tutti i giorni. Ma non ci sono reazioni dell’opinione pubblica occidentale”. In alcune occasioni, quando i media occidentali parlano della Siria, finiscono addirittura per manipolare i fatti: “come quando”, ha raccontato la suora, “è stata scambiata una manifestazione pro-Assad con una protesta contro di lui. Non che Assad fosse un santo, ma quello che sarebbe venuto dopo era molto peggio”.

E’ difficile commentare tutto questo – afferma Cattaneo concludendo il suo significativo reportage sul Congresso WeAreN2016 -. Ma una cosa è certa: dobbiamo continuare a darci da fare per difendere le vittime di persecuzioni religiose, per svegliare le coscienze dell’opinione pubblica e delle istituzioni occidentali. Per far sentire la loro voce, come abbiamo fatto finora e come continueremo a fare, finché sarà necessario. Ci hanno chiesto: “Non dimenticatevi di noi.” Non lì abbiamo dimenticati. E non li dimenticheremo”.

 

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