moby prince

Sarebbe una riabilitazione della memoria, un simbolico riconoscimento di dignità. Per le famiglie delle 140 vittime del traghetto Moby Prince – che ancora attendono verità e giustizia dopo venticinque anni di silenzi, omissioni e bugie – sarebbe un segnale importantissimo della vicinanza delle istituzioni italiane e della loro volontà di ristabilire la verità sulla strage del 10 aprile 1991. Per questo l’Associazione 10 Aprile – Familiari Vittime Moby Prince presieduta da Luchino Chessa, uno dei due figli del comandante della Moby Ugo Chessa, in occasione della festa del primo maggio ha chiesto alle massime cariche statali, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, i presidenti del Senato e della Camera Piero Grasso e Laura Boldrini e il presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi, di impegnarsi per attribuire una medaglia al merito a tutti i membri dell’equipaggio del Moby Prince.

Oggi primo maggio, festa dei lavoratori, non possiamo non ricordare i nostri cari morti nella strage del Moby Prince – scrive Luchino Chessa a nome dell’Associazione 10 aprile -. Su quel traghetto passeggeri in servizio da Livorno ad Olbia c’erano 66 persone che erano membri dell’equipaggio e stavano facendo il loro lavoro, ognuno con il suo ruolo, ognuno addestrato al lavoro quotidiano, ma anche all’emergenza. E l’emergenza si è presentata improvvisamente in una tranquilla notte di primavera del 10 aprile del 1991. Non sappiamo cosa sia successo nei minuti precedenti la collisione, ma siamo sempre più sicuri, e noi lo sapevamo già, che tutti i membri dell’equipaggio del Moby Prince hanno fatto il loro dover fino in fondo”.

L’equipaggio della Moby Prince

Commemorazione moby prince
Il Comune di Cagliari ricorda le vittime della Moby Prince

L’Associazione 10 Aprile – che sta continuando a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla tragedia del ’91 anche grazie alla proiezione di un bel documentario realizzato dal giornalista Rai Paolo Mastino – ricorda come le sentenze dei processi e da ultimo la sentenza di archiviazione delle indagini bis del 2010 hanno dipinto un equipaggio distratto, superficiale, superficiale e, nell’attesa delle risultanze dell’inchiesta avviata dalla Commissione parlamentare sulla Moby Prince, chiedono verità e giustizia sulla vicenda.

Prima o in prossimità della collisione con la petroliera AGIP Abruzzo – scrive l’Associazione 10 Aprile – i membri dell’equipaggio hanno radunato tutti  passeggeri nel punti di riunione, mentre in plancia il comandante, il primo ufficiale e il timoniere hanno tentato di risolvere il problema, pur nella ineluttabilità della collisione. I membri dell’equipaggio che secondo le procedure facevano parte del  drappello antincendio, si sono organizzati, hanno indossato le tute ignifughe e si sono presentati sul ponte di poppa con le manichette antincendio e sono state carbonizzati in brevissimo tempo dalle fiamme. Come il Comandante ed il primo ufficiale che sono rimasti sul ponte di comando e fino all’ultimo hanno tentato l’impossibile. Poi raggiunti dalle fiamme sono morti carbonizzati. Mio padre, il Comandate Ugo Chessa, l’ho riconosciuto perché aveva il mio orologio e per un ponte odontoiatrico……per il resto era un tronchetto carbonizzato di poco meno di mezzo metro.  I membri dell’equipaggio che dopo aver portato i passeggeri nel salone Delux, coibentato e con porte tagliafuoco, sono stati fino all’ultimo con loro, nella speranza per loro concreta che i soccorsi sarebbero arrivati quanto prima, ed invece il loro calvario e’ durato ore, ore di attesa in un inferno di fumo e fiamme. E nel momento che è stata percepita la presenza dei soccorsi, dopo ore di  attesa, qualcuno dell’equipaggio è sceso in sala macchine e ha messo le eliche in “folle”, pensando che oramai tutto sarebbe andato per il meglio. Poi invece di cercare da solo vie di fuga, è tornato del zona di riunione per continuare il suo compito con da procedura. A parte il mozzo Alessio Bertrand, recuperato oltre un’ora dalla collisione, gli altri 65 membri dell’equipaggio sono morti durante il loro lavoro e, anche da quello emergendo sempre di più anche nei lavori della Commissione Parlamentare di inchiesta, con pieno spirito di abnegazione e di sacrificio”.

Per questo i familiari delle vittime chiedono che coloro che hanno scritto certe nefandezze facciano  un  passo indietro e chiedano scusa. E nel frattempo chiedono alle massime autorità dello Stato – attraverso una petizione online – di  impegnarsi per attribuire la medaglia al merito a tutti i membri dell’equipaggio del Moby Prince.

L’audizione dell’ex sottosegretario Valdo Spini

Intanto nei giorni scorsi l’ex sottosegretario all’Interno Valdo Spini, sentito in audizione dalla commissione d’inchiesta sulla Commissione Moby Prince, ha sottolineato che “una vicenda come quella del Moby Prince, così ampia nella sua tragicità e singolarità, non può essere considerata chiusa”. Nonostante tra le sue deleghe all’epoca dei fatti ci fossero sia la direzione generale della protezione civile che i servizi antincendi Valdo Spini non era inspiegabilmente mai stato sentito nel corso delle indagini.

La sua audizione è per noi particolarmente utile – ha commentato in un comunicato stampa il presidente della commissione Silvio Laiperché ci consente di ottenere informazioni dirette da chi, nell’ambito dell’importante ruolo istituzionale ricoperto, è entrato direttamente in contatto con la gestione degli interventi successivi all’incidente“.

Nell corso dell’audizione, Valdo Spini ha ricordato la tragica notte tra il 10 e 11 aprile del 1991, a partire dalla telefonata del gabinetto del Ministro Scotti che nel cuore della notte lo informava dell’accaduto invitandolo a recarsi immediatamente sul luogo del disastro.

Ci avvicinammo il più possibile e ci rendemmo conto che dal relitto non arrivavano segni di vita”, ha detto l’ex sottosegretario ricordando il primo sopralluogo sui due reliti con un elicottero dei Vigili del Fuoco per verificare prioritariamente se vi fossero vite umane ancora da salvare. Spini ha ricordato anche un secondo sopralluogo, questa volta su un mezzo della Capitaneria di Porto, insieme all’allora ministro della Marina Mercantile Vizzini, al comandante della capitaneria Albanese e al comandante dei vigili del fuoco di Livorno.

Proprio all’allora sottosegretario Valdo Spini, tra l’altro, era toccato il gravoso compito di informare i familiari del fatto che non vi fossero altri superstiti oltre ad Alessio Bertrand.

È stata la prova più terribile che mi è capitato di dover sostenere nel corso delle responsabilità istituzionali che ho ricoperto – ha detto –. La gravità della tragedia mi faceva sentire sensibile anche alle ipotesi diverse dall’errore umano, considerata come la prevalente. In più di un’occasione, anche in seguito, sono tornato sulla necessità di fare piena luce su quanto accaduto. Se questa commissione, dopo un lungo e infruttuoso iter giudiziario, potrà portare ad elementi nuovi avrà sicuramente fatto un lavoro benemerito”.

 

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