equo compenso

Ieri abbiamo festeggiato il primo maggio. La festa del lavoro. Lavoro che in primo luogo deve essere pagato. E che in secondo luogo deve magari essere pagato equamente. Nel mondo dell’informazione dove il contratto nazionale è applicato a un numero sempre minore di giornalisti e dove la stragrande maggioranza dei lavoratori è precaria l’equo compenso è un’utopia. Ma un’utopia regolata dalla legge. Nel 2012 la legge numero 233 aveva infatti stabilito il teorico diritto a un equo compenso per tutti i giornalisti che lavorano presso le testate giornalistiche senza un contratto di lavoro subordinato. Ma come molte altre leggi che dovrebbero mettere ordine nel settore è rimasta inattuata.

Doveva essere l’apposita Commissione per l’ equo compenso (prevista dalla stessa legge 233 e formata da rappresentanti di Governo, editori ed enti dei giornalisti) a stabilire l’entità dell’ equo compenso in coerenza con le retribuzioni previste dal contratto collettivo per i giornalisti titolari di un rapporto di lavoro subordinato. La Commissione – destinata a restare in carica per tre anni – avrebbe inoltre dovuto definire i criteri di tracciabilità e verifica dei compensi effettivamente erogati ai collaboratori delle testate (non essendo possibile basarsi solo sui dati forniti dalle aziende editoriali) in modo da redigere un elenco delle testate che rispettano l’equo compenso e eventualmente applicare le sanzioni previste dalla 233 (la mancata iscrizione nell’elenco avrebbe dovuto comportare la decadenza di qualsiasi contributo pubblico a favore dell’editoria!).

La paralisi dell’ equo compenso

Ovviamente tutto ciò non è avvenuto. O meglio si è fermato al primo step. La Commissione ha effettivamente emanato una delibera di attuazione stabilendo che – come avviene normalmente – l’ equo compenso deve essere determinato “a pezzo” e basarsi sul numero degli articoli che vengono pubblicati al freelance.

La delibera è stata però cassata dai giudici amministrativi, prima il Tar Lazio e poi il Consiglio di Stato, dopo un ricorso dell’Ordine dei giornalisti. In realtà i giudici amministrativi – questa è per lo meno l’interpretazione della FNSI – non avrebbero cassato totalmente la delibera di attuazione, ma avrebbero limitato l’ equo compenso alle prestazioni giornalistiche autonome che siano connotate da alcuni caratteri del lavoro subordinato e proprio per questo meritevoli di tutela.

In pratica, il Consiglio di Stato non avrebbe dichiarato l’iniquità dei criteri stabiliti dalla commissione e dunque avrebbe sdoganato la possibilità di determinare i compensi “a pezzo” in base al numero degli articoli pubblicato: si sarebbe limitato a dire che la delibera impugnata dall’Odg prevede compensi inadeguati per i freelance che producono tra 144 e 288 articoli all’anno ed avrebbe invitato la Commissione a considerare l’opportunità di definire anche i compensi per le prestazioni superiori a 288 articoli all’anno.

Con riferimento a queste osservazioni del Consiglio di Stato – afferma la FNSI – si deve ricordare che l’accordo contrattuale, che ha piena applicazione in tutte le aziende che applicano il Contratto Nazionale di Lavoro Giornalistico Fieg-Fnsi, prevede i trattamenti minimi per le prestazioni giornalistiche in regime di parasubordinazione e stabilisce esplicitamente che nelle ipotesi di produzione di contenuti informativi superiori a quelli previsti devono essere pattuiti compensi aggiuntivi, tenendo conto dei parametri e dei minimi previsti dall’accordo per la prima fascia di prestazione”.

Il problema è che lo stop del Consiglio di Stato ha di fatto impedito anche la redazione dell’elenco delle aziende editoriali virtuose. Secondo la FNSI la commissione per l’ equo compenso è infatti ormai scaduta per decorrenza del termine di tre anni e per la sua formazione e riconvocazione sarà necessario attendere l’approvazione della legge sull’editoria.

Di diverso avviso è la rete dei Giornalisti Freelance che viceversa sostiene che la Commissione per l’equo compenso – essendo stata istituita con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 17 giugno 2013 – non è ancora decaduta, ma resterà in carica fino al 16 giugno 2016. “Non esiste alcun impedimento a convocare sollecitamente la Commissione per l’equo compenso – scrive la rete dei Giornalisti freelance -: si tratta solo di una scelta politica se si vuole farla funzionare davvero oppure no. Il compito di convocare la Commissione spetta al Sottosegretario all’Editoria, che la presiede. E allora che aspetta il sottosegretario all’Editoria Lotti a convocare la commissione per l’equo compenso? Lotti vuole rimetterla al lavoro e dare corretta attuazione alla legge 233/2012 per l’equo compenso dei giornalisti non dipendenti?”.

Nel frattempo, in assenza di regole certe, i giornalisti precari italiani continuano a non avere alcuna forza contrattuale ed a scrivere per pochi euro a pezzo.

Di Alessandro Zorco

Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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