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Don Tonino Bello: il vescovo tifoso del Cagliari

Don Tonino Bello era un grande tifoso del Cagliari e ammirava Gigi Riva che considerava il più grande calciatore italiano di tutti i tempi. Il Vescovo di Molfetta, nonostante i suoi tantissimi impegni pastorali, trascorreva le domeniche pomeriggio con l’orecchio incollato alla radio per seguire la sua squadra del cuore che tra l’altro proprio in quel periodo viveva la sua stagione più esaltante. E’ questa una delle chicche emerse dall’incontro-testimonianza con Renato Brucoli, uno dei più stretti collaboratori di Don Tonino Bello, che si è tenuto qualche giorno fa nell’Aula Magna del Seminario diocesano di Cagliari.

Penso che amasse non soltanto la squadra, ma anche questa terra e chi la abita”, ha detto il giornalista-editore che, in una lunga e generosa testimonianza in cui non sono mancati i momenti di commozione, ha raccontato una serie di episodi utili a comprendere meglio l’affascinante e poliedrica figura di don Tonino Bello, che con le sue doti umane e pastorali ha anticipato di almeno una trentina d’anni il pontificato di Papa Francesco, caratterizzato – come il suo impegno episcopale – da una grande sobrietà e da una forte attenzione alla comunicazione e alle relazioni umane.

L’intervista a Renato Brucoli andrà in onda sabato prossimo durante la trasmissione Cammino nel mondo – Storie di fede quotidiana su Radio Bonaria nella quale saranno trasmessi anche alcuni stralci della conferenza tenuta a Cagliari.

Don Tonino Bello. Comunicatore del volto misericordioso di Dio

Renato Brucoli Incontro don Tonino Bello
Un momento dell’incontro su don Tonino Bello

Don Tonino Bello. Comunicatore del volto misericordioso di Dio era il titolo dell’incontro cagliaritano, organizzato dagli Uffici diocesani della Pastorale sociale e delle Comunicazioni sociali diretti da don Giulio Madeddu e fortemente voluto dal diacono permanente Ignazio Boi.

La testimonianza di Renato Brucoli è riuscita a tratteggiare in modo molto efficace la figura di don Tonino Bello, soprattutto attraverso il racconto di alcuni momenti di vita vissuta. Particolarmente significativo, ad esempio, l’episodio in cui il vescovo di Molfetta era stato invitato ad una manifestazione a Giovinazzo, cittadina pugliese con una grande tradizione nell’hockey a rotelle. Don Tonino Bello doveva celebrare la Messa nel campo sportivo ed utilizzò una suggestiva immagine per spiegare ai bambini delle squadre giovanili cosa significasse vivere una “buona vita”: fece sistemare in mezzo al campo il Crocefisso che stava davanti all’altare e invitò i bambini a girare con i pattini intorno alla Croce, per arrivare sempre più vicini al simbolo di Cristo Crocefisso e Risorto. “Per Don Tonino Bello – ha raccontato Brucoli – una buona vita è quella in cui si riesce a danzare intorno alla figura di Cristo”.

Amava comunicare con i segni e con le immagini, don Tonino Bello. Ma oltre che un grande vescovo e un grande comunicatore era – come si è detto – anche un amante dello sport e un ottimo sportivo: giocava bene a calcio ed era un buon nuotatore e pallavolista. Era un uomo molto concreto che, come soleva dire, amava la vita contemplattiva, la vita cioè fatta contemporameamente di Parola e preghiera, ma anche di azione e impegno concreto.  La sua vita era sbilanciata verso l’Alto e verso l’altro – ha spiegato Brucoli –. Don Tonino Bello viveva la sua fede attraverso i poveri che per lui erano le “cattedrali maggiori”. Per lui l’esperienza di Dio e di Cristo non poteva che passare attraverso la prossimità del volto dell’altro.

Ciò che mi ha sempre avvinto è l’estrema coerenza tra ciò che annunciava e ciò che faceva: tra il dire il fare per don Tonino Bello non c’era il mare, ma una perfetta coerenza e identità”, ha spiegato il giornalista, che era stato incaricato a sorpresa da don Tonino Bello di dirigere la comunicazione della Diocesi di Molfetta, mansione che per tanti anni era stata affidata a dei sacerdoti. Un’esperienza che – ha raccontato Brucoli – ha cambiato profondamente anche il suo modo di affrontare la professione giornalistica che, per essere veramente efficace e veritiera, deve anch’essa passare attraverso la prossimità del volto dell’altro.

Don Tonino Bello – ha raccontato Brucoli – è stato estremamente precoce in tutto: entrò a 11 anni in seminario, a 21 divenne sacerdote e a 28 era già monsignore,  titolo peraltro di cui non ha voluto mai fregiarsi. Poi è diventato vescovo a 48 ed è morto a 58, dopo una vita estremamente intensa. “Non meraviglia che sia considerato il precursore di Papa Francesco perché i principi e le scelte sono stati gli stessi”, ha spiegato il giornalista raccontando che don Tonino Bello ha vissuto molto da vicino e ha tradotto nel suo episcopato il clima del Concilio Vaticano II e le istanze di apertura e rinnovamento della Chiesa scaturite dal Concilio. Le stesse istanze che oggi animano il Pontificato di Papa Francesco.

Proprio in quel vento di rinnovamento post conciliare, con cui si è iniziata faticosamente a superare una concezione meramente gerarchica della Chiesa Cattolica e si è iniziato a valorizzare il ruolo dei laici all’interno della comunità ecclesiale, sono visibili – ha detto Brucoli – sia le radici dell’episcopato di don Tonino Bello che quelle del pontificato di Papa Francesco. Quella chiesa “in uscita” che non ha paura di mettersi il grembiule e di sporcarsi le mani. Quella chiesa sbilanciata verso l’Alto e verso l’altro, come era don Tonino. Una Chiesa, cioè, intesa come un grande cerchio al centro del quale non ci deve essere il Papa, ma Cristo morto e risorto dopo tre giorni. Quello stesso Crocifisso attorno al quale don Tonino Bello aveva invitato a danzare i piccoli giocatori di hockey a rotelle nella manifestazione sul campo sportivo di Giovinazzo.

 

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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