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La festa della liberazione? Dalla troppa ipocrisia

E’ tempo di liberazione per la Sardegna. Ieri, 25 aprile, in tanti sono scesi in piazza per ricordare la liberazione dalla dittatura nazi-fascista, cantando Bella Ciao, ma cancellando con un po’ di ipocrisia le pagine meno nobili e più insanguinate della nostra Resistenza. Tra qualche giorno sarà la volta di sa die de sa Sardigna. Quello che per i cagliaritani è sa die de s‘acciappa e ricorda l’orgogliosa rivolta del popolo sardo contro la dittatura piemontese, cacciata per non aver rispettato le sacrosante richieste degli stamenti, il vecchio Parlamento sardo.

Il Consiglio regionale della Sardegna ricorderà con la solita imbalsamata seduta solenne il triennio rivoluzionario in cui,  dal 1793 al 1796, i sardi hanno tentato di essere protagonisti delle scelte sociali ed economiche della loro regione, di essere artefici del loro futuro.
Sappiamo poi come sono andate le cose. Una novantina di anni dopo, vista la mala parata, i notabili isolani fecero marcia indietro chiedendo la cosiddetta “fusione perfetta” allo Stato italiano. Non potevano certo rinunciare ai privilegi che comportava far parte di un governo centralizzato che distribuiva ricchezze alle periferie e distribuiva ai suoi fedelissimi potere, ricchezze e prebende. E allora vendettero nuovamente il popolo sardo, rinunciando a quell’anelito di libertà e di autonomia. Una situazione che purtroppo conosciamo bene ancora oggi.

Bandiamo l’ipocrisia

Per la festa nazionale del popolo sardo, le associazioni culturali si riuniranno nel salone del palazzo Viceregio, edificio simbolo della cacciata dei piemontesi. Sarà cantato appassionatamente l’inno dei sardi che rivendicavano i propri diritti contro la tirannia: “Procurade de moderare, barones, sa tirannia…“. Poi l’arcivescovo di Cagliari, monsignor Arrigo Miglio, che per uno strano caso della sorte viene proprio dal Piemonte, celebrerà la Messa in Cattedrale.

Eppure sa die de sa Sardigna, quel giorno simbolo di dignità e orgoglio popolare, è rimasto un caso isolato nella storia sarda. Un giorno perso tra tanti altri giorni di sottomissione, colonizzazione e servitù. Allora – oltre le rievocazioni storiche e i fiumi di parole di circostanza pronunciate da una politica da sempre incapace di produrre autonomia, sviluppo e lavoro – bisognerebbe liberarsi soprattutto da un po’ di ipocrisia e di luoghi comuni. Dalle dichiarazioni buone solo per la propaganda elettorale, dalle menzogne e dalla visione di parte di chi pensa di stare sempre dalla parte della ragione. Allora, visto che è festa, chi in tutti questi anni ha continuato a vendere la Sardegna a Roma perché doveva ubbidire ai referenti nazionali del suo partito potrebbe ammettere per una volta la verità e smettere di spacciarsi per uno strenuo difensore degli interessi della nostra regione. E chi sta demolendo la nostra Costituzione nelle aule parlamentari potrebbe avere almeno il buon gusto di non scendere in piazza con i cartelli in difesa della Costituzione italiana.

Noi cagliaritani ci apprestiamo a celebrare il primo maggio la festa di Sant’Efisio. Il martire guerriero ci ha già liberato dalla peste e per questo ogni anno gli diciamo grazie. Potremmo chiedergli anche un aiutino supplementare: quello di liberarci anche dalla peste dell’ ipocrisia.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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