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Il Partito democratico e il padrone del pallone

Il Pd visto in questi giorni al Senato sembra il classico “padrone del pallone”. Il padrone del pallone è uno di quei ragazzini fighetti che ogni tanto vedi accompagnando tuo figlio alle partite di calcetto. Indossa il completino del giocatore più forte del momento, i calzettoni di marca e gli scarpini all’ultima moda. Tecnicamente è bravino anche se molto evanescente e poco concreto. Qui a Cagliari i calciatori che pensano di essere fortissimi e non si fidano dei loro compagni di squadra li chiamiamo “dogana” perché non passano mai il pallone. Solitamente questi giocatori sono nefasti, perché nel calcio l’esibizionismo e l’egoismo non pagano mai: è molto più utile chi passa il pallone di prima e gioca per la squadra e non per se stesso. Solitamente il padrone del pallone porta da casa il pallone di cuoio e generalmente, sentendosi più forte degli altri, forma le squadre. E quando sta perdendo – come capita spesso visto che vuol giocare da solo – decide di porre fine alla partita portandosi via il pallone.

La politica nel pallone

SenatoNella discussione in Senato sul cosiddetto disegno di legge Cirinnà il Pd ha fatto un po’ la stessa cosa. E’ sceso in campo con il suo completino arcobaleno e con gli scarpini colorati, convinto di vincere facilmente la partita. Ma quando ha capito che quella partita rischiava di perderla ha fatto come il padrone del pallone. Se ne è andato via. Il Pd voleva vincere facile, senza neppure sudare quel bel completino arcobaleno. Voleva fare come quei giocatori che, quando un avversario è a terra perché ha preso una botta, invece di mettere il pallone in fallo laterale si involano da soli e vanno a fare il gol.

Ma qualcuno, i senatori del Movimento 5 Stelle, pur appoggiando nel merito il ddl sulle unioni civili, gli ha ricordato che le regole democratiche di un dibattito parlamentare devono essere sempre rispettate. Che la politica è prima di tutto lealtà ed eliminare il dissenso è di per sé una pratica antidemocratica. Gli ha ricordato che non si può, con un canguro, saltare a piè pari tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni. Insomma gli ha fatto presente che un avversario non puoi prima azzopparlo e poi andare indisturbato a fargli un gol.

Il dibattito in Senato sarebbe potuto proseguire tranquillamente eliminando gli emendamenti palesemente provocatori e ostruzionistici presentati dall’opposizione e discutendo lealmente sul merito della proposta. A viso aperto, con un confronto franco sugli aspetti più controversi, messi in evidenza anche da insigni costituzionalisti e non soltanto dai bigotti cattolici a cui il Vaticano ha fatto il lavaggio del cervello. Gli italiani avrebbero potuto capire, al di là degli schieramenti di facciata, quali sono realmente le squadre in campo. Avrebbero potuto capire chi vuole davvero la regolamentazione delle unioni civili e chi, attraverso gli escamotages previsti dal ddl Cirinnà vuole raggiungere slealmente altri risultati.

Invece il Pd, per paura di perdere la partita giocando ad armi pari e a viso scoperto, non fidandosi del contributo dei suoi compagni di squadra, ha preferito andare via portandosi via il pallone.

Chissà se il time out di una settimana consentirà ai democratici di rafforzare la squadra ricorrendo a qualche altro artificio politico. Magari ricorrendo in zona Cesarini a qualche operazione di mercato. Oppure, viceversa, se questo rinvio gli consentirà di capire, cosa che gli hanno ricordato i grillini con il loro comportamento coerente, che gli ingredienti fondamentali di una competizione politica sono prima di tutto la lealtà e il rispetto delle regole democratiche.

In una democrazia, sistema che pare sia ancora vigente in Italia, le regole del confronto e del dialogo non possono essere calpestate autoritariamente. Anche se ci si crede più forti degli altri. Anche se si indossa quella divisa arcobaleno che va tanto di moda in questo periodo. Quel gol a porta vuota con l’avversario a terra non lo puoi segnare. Anche se sugli spalti dei tifosi antisportivi si incazzano perché vogliono vincere la partita a tutti i costi, correttezza vuole che il pallone debba essere buttato in fallo laterale. In democrazia bisogna giocare lealmente, correndo anche il rischio di perdere.

Forse è questo concetto che la politica italiana andata nel pallone su un tema spinoso e insidioso come quello delle unioni civili (contenuto in un testo pasticciato e con molti profili di incostituzionalità) dovrebbe aver ben chiaro: la politica, così come il calcio, deve premiare chi gioca generosamente e si mette a disposizione della squadra e soprattutto di tutta la comunità, non chi gioca soltanto per se stesso e per gli interessi della lobby che rappresenta. Anche perché gli italiani, sugli spalti, stanno a guardare.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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