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Piano Sulcis: proposta del Movimento Zona Franca

Perché invece di usare i 630 milioni del Piano Sulcis per tentare di salvare delle aziende decotte la Regione non li utilizza per istituire una vera zona franca, l’unico strumento che davvero potrebbe salvare quel territorio e farlo diventare appetibile? Da Cagliari e dal Sulcis la zona franca potrebbe poi essere estesa a tutta la Sardegna. A proporlo al presidente della Regione Francesco Pigliaru, mentre nel Sulcis monta la protesta popolare, i comuni vengono occupati e i manifestanti si apprestano a marciare su Cagliari, è stato il segretario del Movimento Zona Franca Francesco Scifo. Non importa che il governatore, per tutta risposta, non abbia neppure convocato i rappresentanti del movimento nella riunione di venerdì prossimo in cui si discuterà del Piano Sulcis.

Di zona franca, Sardegna e globalizzazione si è parlato ieri sera in un incontro organizzato dall’associazione “Riprendiamoci la Sardegna” nella sede della Lega Navale di Cagliari.

L’ipotesi di utilizzare i finanziamenti del Piano Sulcis per intervenire con lo strumento della zona franca, che come si sa è presente in almeno sei o sette tra leggi statali e regionali (a partire dall’articolo 12 dello Statuto speciale, norma addirittura di rango costituzionale), non è assolutamente campata per aria. Ovviamente la zona franca di cui ha parlato ieri il legale cagliaritano non ha nulla a che vedere con la zona franca urbana prevista per il Sulcis, che ha dimostrato di non avere alcuna utilità e di non poter creare alcuno sviluppo.

Piano Sulcis e zona franca

scifo piano sulcisLa zona franca di cui si è parlato ieri è viceversa quella che, in base all’articolo 12 dello Statuto sardo attuato nel 1998 con il decreto legislativo 75, avrebbe dovuto creare da circa diciotto anni nei porti sardi delle zone extra doganali in grado di assicurare agli operatori importanti agevolazioni doganali e fiscali con l’esenzione da dazi, accise e Iva.

In particolare il decreto legislativo 75, emanato sotto la Giunta Palomba, prevedeva la partenza immediata della zona franca nel porto di Cagliari. Il perché di quella urgenza lo ha spiegato lo stesso avvocato Scifo: in quel periodo veniva infatti istituita anche la zona franca di Tangeri, in Marocco, che – ha spiegato il legale – avrebbe dovuto fare concorrenza a quella di Cagliari.

Per comprendere appieno la questione è necessaria questa premessa: a beneficiare del regime della zona franca sono soprattutto le merci in transito dai paesi all’esterno verso altri paesi all’esterno dell’UE: queste merci – secondo l’attuale normativa – transitando in una zona franca non pagano alcun dazio o tassa, neppure se durante lo scalo vengono effettuate attività di assemblaggio e trasformazione.

Con benefici economici ragguardevoli per le aziende manifatturiere insediate nella stessa zona franca. Nel porto di Tangeri, ad esempio, si sono insediate numerose case automobilistiche come la Renault e altre importanti case giapponesi e altre aziende che assemblano macchinari di ogni tipo (la zona franca doganale prevede agevolazioni anche per i call center).

In soldoni: la zona franca di Tangeri è partita subito e in dieci anni ha creato circa 85mila posti di lavoro, mentre quella di Cagliari, che sarebbe potuta partire immediatamente, non è stata attuata neppure nel 2001 quando sono state emanate le norme per il suo funzionamento. E continua a non partire per mille cavilli burocratici, ancora oggi che si è scelto di limitarla a solo 6 dei 900 ettari disponibili nel retroporto (l’attuale perdurante stop pare sia dovuto ai finanziamenti per la recinzione, nonostante la normativa preveda la possibilità di una zona franca che abbraccia i porti sardi e le zone industriali ad essi collegate senza necessità di alcun tipo di recinzione).

Nel frattempo, mentre a Cagliari si discute da vent’anni, a Tangeri nel 2014 si è deciso di raddoppiare le dimensioni della zona franca con un investimento di 500 milioni che, si stima, porterà alla creazione di altri 500mila posti di lavoro.

La Sardegna è crocevia di rotte commerciali e la zona franca di transito andrebbe benissimo per il porto di Cagliari e per il Sulcis – ha spiegato Scifo -: con i 630 milioni del Piano Sulcis si potrebbero creare almeno 300mila posti di lavoro che per la nostra isola e soprattutto per il Sulcis Iglesiente sarebbero un toccasana”.

Eppure a Cagliari la zona franca non è mai decollata. Perché?

Perché in questi anni si è preferito puntare sul transchipment: i container vengono svuotati e la merce viene trasferita dalle grandi navi su navi più piccole che la portano nel Mediterraneo. Ma in questo caso i benefici della zona franca doganale sono molto minori e soprattutto non è necessario attrezzare il retro porto”.

Insomma, seppure (come si legge ancora nella pagina internet del Cacip) la zona franca cagliaritana interessi tutta l’area portuale di circa 900 ettari, l’estensione è stata osteggiata nel corso degli anni perché non è stata considerata conveniente. “In questi anni i quotidiani sardi – ha detto Scifo – hanno spesso riportato prese di posizione contro la zona franca. In particolare, la zona franca non sarebbe convenuta ai commercianti che hanno sempre considerato l’Unione Europea come il mercato principale per i propri prodotti”.

Dall’incontro di ieri alla Lega Navale – al quale ha partecipato anche il presidente della Cagliari Free Zone Piergiorgio Massidda (autore di un intervento in cui ha chiarito la sua posizione) – è dunque emerso che in tutti questi anni si è spesso ragionato in modo miope senza inserire la Sardegna all’interno di un mercato globale in cui la nostra regione deve essere sempre più orientata non solo verso l’Europa, ma soprattutto verso il nord Africa, il Medio oriente e i Paesi orientali.

Adesso con il raddoppio del Canale di Suez tantissime navi passeranno davanti al porto di Cagliari – ha spiegato Francesco Scifo – ma se continueremo a non sfruttare le nostre potenzialità tutte quelle navi andranno a Tangeri. Ci stiamo condannando alla marginalità”.

Il mistero della zona franca

Il mistero della zona franca, inattuata nonostante tante leggi la prevedano, è dunque il paradigma di una Sardegna che sta morendo di povertà e spopolamento perché vive ancora di assistenzialismo e da decenni è governata da chi fa le leggi e poi neppure le applica. Da chi chiede la modifica dello Statuto sardo ma quello statuto non riesce neppure ad applicarlo. L’articolo 52, ad esempio, prevede la partecipazione dei nostri rappresentanti istituzionali alla elaborazione degli accordi internazionali, commerciali e tariffari che interessano la Sardegna. Qualcuno lo ha mai applicato? “Non risulta – ha spiegato Scifo – che alcun presidente della Regione Sardegna o delegato sardo abbia partecipato ai lavori preparatori del trattato di Lisbona o di Maastricht. E neppure che qualcuno oggi stia partecipando ai lavori preparatori per il Trattato Transatlantico TTIP tra Usa ed Europa che, se varato, rischia di distruggere il grande patrimonio dei prodotti artigianali tipici della Sardegna perchè porterà all’invasione del mercato internazionale con prodotti di bassissima qualità”.

La Sardegna subisce da anni i comportamenti esterni con la connivenza di tanti governanti e parlamentari sardi che non fanno quello che devono fare: rappresentare il popolo sardo”, ha aggiunto Scifo, elencando le tante norme regionali che regolano la zona franca: da una norma del 53 che stabilisce l’obbligo per la Regione di finanziare i punti franchi, a quella del 2008 (Giunta Soru) che estende le zone franche ai consorzi industriali e infine a quella del 2013 che ha creato la Sardegna Freezone ed esteso ai comuni la zona franca. Fino al decreto legge, anch’esso ancora inattuato, con cui lo scorso giugno il Governo Renzi ha istituito la zona franca nei 61 paesi colpiti dal Ciclone Cleopatra.

Tutte norme cogenti, obbligatorie, che addirittura spesso prevedono il commissariamento del presidente della Regione in caso di inadempienza. Ma che non vengono inspiegabilmente applicate.

In Sardegna – insomma – a quanto pare le leggi vengono applicate solo quando convengono, anche grazie al benestare di tanti giuristi che sembrano piegare la legge alle esigenze del potere. Un sistema di illegalità diffusa degno di quello di altre regioni italiane, ha detto Scifo, che il Movimento Zona Franca ha anche denunciato alla magistratura italiana e, in ultimo a quella internazionale.

Tra i pretesti addotti dai governanti per affossare il dibattito sulla zona franca c’è anche il seguente: eliminare il gettito dell’IVA, presupposto fondamentale della zona franca, metterebbe a rischio la sanità sarda. Ma è un pretesto che non regge, perché il mancato gettito Iva sarebbe compensato da un maggiore gettito Irpef per via dell’aumento dei redditi di tanti sardi. E soprattutto è un clamoroso paradosso che adduca questo pretesto proprio chi, nel 2006, con un assurdo accordo con lo Stato, ha accollato alla Sardegna i costi di una sanità regionale che, era chiaro, sarebbe cresciuta in maniera esponenziale anche per l’invecchiamento della popolazione dell’isola.

Ma allora a chi non conviene la zona franca, l’unico strumento che pur essendo previsto da tante leggi non è mai stato neppure provato? Non conviene alla popolazione sarda o non conviene alla politica?

“Sicuramente un maggiore sviluppo economico della Sardegna comporterebbe l’emarginazione di una classe politica che vive sul clientelismo – ha spiegato l’avvocato Scifo -. La corruzione prospera nei trasferimenti statali e sicuramente ridurre il potere di chi deve distribuire questi soldi sarebbe un fatto molto positivo”.

In soldoni, però, il tempo stringe. La zona franca, istituita nel lontano ’98, deve essere comunicata all’Unione Europea entro il prossimo 30 aprile, quando scadrà il vecchio codice doganale (chissà perchè in quasi vent’anni nessuno lo ha ancora fatto!). Poi sarà troppo tardi. E questa occasione per la Sardegna svanirà per sempre.

Dare impulso a questo strumento di politica economica è fondamentale – ha concluso il segretario del Movimento Sardegna Zona Franca – se no la Sardegna sarà condannata alla marginalizzazione. Chiediamo al professor Pigliaru di studiare queste norme che possono davvero tutelare la Sardegna”.

Ecco perché, mentre il Sulcis si appresta a marciare su Cagliari, anche se non sarà riportata dai quotidiani sardi, è doveroso dare notizia della proposta indirizzata dal Movimento Sardegna Zona Franca al presidente Pigliaru, anche se i rappresentanti zonafranchisti non sono stati neppure invitati per discutere del Piano Sulcis: utilizzare i 630 milioni del Piano Sulcis per creare una zona franca che favorisca sviluppo e posti di lavoro invece di usarli per continuare a tenere in vita artificialmente delle industrie decotte che, in quella zona, hanno prodotto soltanto inquinamento e disoccupazione.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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