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I diritti dei bambini e il ddl Cirinnà

Bisogna regolamentare le unioni civili. L’Italia è l’unica nazione europea che non lo ha ancora fatto perché il Vaticano condiziona la politica ed è pieno di baciapile bigotti che negano i diritti degli altri”. Ecc. ecc. Con la solita sfilza di generalizzazioni dello stesso tenore. Qualche giorno fa, a pranzo, ho avuto la solita trita e ritrita discussione con un amico sull’argomento del momento: il ddl Cirinnà che dovrebbe regolare le unioni tra persone dello stesso sesso e vorrebbe introdurre nell’ordinamento giuridico italiano la cosiddetta stepchild adoption, cioè l’adozione del figlio che il partner ha avuto da un precedente rapporto con una persona di diverso sesso oppure ha ottenuto attraverso le pratiche di maternità surrogata espletate fuori dall’Italia (dove sono vietate).

Ogni volta che parlo di questo argomento mi meraviglia sempre che un tema che interessa la sfera affettiva delle persone e un aspetto intimo e delicato come quello della maternità, venga trattato con tanto livore e faziosità. Continua a meravigliarmi l’abitudine che tante persone hanno ad omologare e a mettere un’etichetta su tutto.

Oggi il dibattito sul matrimonio e sulla famiglia è stato derubricato a una mera competizione tra cattolici e atei. Anzi, meglio: tra bigotti e progressisti. Chi prova a capire e fare delle distinzioni discostandosi dal pensiero unico che omologa, etichetta e parifica tutto e tutti viene messo alla gogna, come i trenta senatori del Partito Democratico che nei giorni scorsi hanno osato mettere in discussione la stepchild adoption e sono stati messi sotto accusa con tanto di foto segnaletica da un sito militante sul fronte dei diritti gay.

La politica, si sa, usa i termini difficili per non farsi capire. Ma è chiaro anche per un bambino che la stepchild adoption sarà il grimaldello per introdurre la maternità surrogata anche in Italia. Quella, per intenderci, che non tiene nel minimo conto il bene del minore, ma mercifica i figli (che diventano un costoso oggetto appannaggio dei più ricchi) e sfrutta e umilia le donne in difficoltà.

La verità è che in questo fazioso e ipocrita dibattito politico sul ddl Cirinnà che il 28 gennaio approderà in Senato pochi pensano ai diritti dei bambini e delle mamme. Si pensa piuttosto ai delicati equilibri all’interno del Partito democratico e alla maggioranza. Si pensa alla mediazione politica. Si trovano soluzioni rabberciate per risolvere problemi di una delicatezza inaudita (adozione o affido rafforzato, questo è il dilemma politico).

Adozione e affido sono istituti giuridici che nell’ordinamento italiano hanno diverse motivazioni e presupposti: la prima risponde ad uno stato di abbandono del minore, il secondo a difficoltà momentanee della famiglia di origine. L’utilizzo improprio di questi istituti giuridici, piegati a finalità completamente diverse, calpesta il diritto fondamentale del minore a sapere chi è il padre e chi è la madre e quali sono le sue origini.

Ecco perché è aberrante e riduttivo limitare questo dibattito ad una sterile diatriba tra cattolici baciapile e atei liberali e progressisti.

I giuristi contro il ddl Cirinnà

Nei giorni scorsi oltre cento giuristi hanno raccolto l’invito del Centro studi dedicato a Rosario Livatino, il giudice bambino ucciso dalla mafia, esprimendo una forte preoccupazione in vista dell’esame in Parlamento del ddl Cirinnà.

Non si tratta certo di baciapile, ma di autorevoli magistrati, avvocati esperti in diritto di famiglia, docenti universitari e notai che hanno redatto un testo intitolato Rilancio della famiglia come riconosciuta dalla Costituzione, no a improprie equiparazioni, che oltre a denunciare le incongruenze giuridiche del ddl Cirinnà invitano il legislatore – visto il momento di grande crisi demografica ed economica – a promuovere norme positive che promuovano la famiglia e la maternità.

Il documento si articola su quattro punti, evidenziando come l’ordinamento italiano già riconosca in modo ampio diritti individuali ai componenti di una unione omosessuale.

Secondo i giuristi firmatari del documento, il ddl Cirinnà «in realtà individua un regime identico a quello del matrimonio» in contrasto con il riconoscimento della «funzione fondamentale» della famiglia negli articoli 29 e 31 della Costituzione. Ma la norma più iniqua è secondo i giuristi del centro Livatino la stepchild adoption. Parificando la crescita di un bambino in una coppia omosessuale a quella con padre e madre, il legislatore priverebbe infatti il bambino «della varietà delle figure educative».

Guardando l’orientamento delle Corti europee spesso seguito dalla magistratura italiana, i giuristi prefigurano un futuro allargamento del diritto all’adozione a ogni coppia omosessuale («perfino a scapito del genitore biologico») in modo che il diritto al figlio dell’aspirante genitore sostituisca il superiore interesse del minore, mettendo a rischio i fondamenti essenziali dello stesso diritto minorile. Questo, come detto, utilizzando in maniera impropria istituti come l’adozione e l’affido che hanno scopi e presupposti totalmente differenti.

Infine, il documento dice no alla pratica dell’utero in affitto: «una delle forme contemporanee di sfruttamento e di umiliazione della donna più gravi, ostile a quel rispetto della persona che è cardine del nostro ordinamento». Secondo i giuristi firmatari del documento, tenuto conto che la Corte europea dei diritti dell’ uomo ha «costruito un vero e proprio diritto ad avere figli», la parificazione tra il matrimonio e le unioni civili aprirebbe la strada anche alla «gestazione per altri».

Ecco perché, dato che sono in campo questioni di grande spessore bioetico, sarebbe il caso di stralciare per lo meno dal ddl Cirinnà le norme sulla stepchild adoption, magari rimandandole ad un esame complessivo dell’intera normativa sulle adozioni e sull’affido alla luce della mutata situazione socio-culturale. E’ comunque aberrante che la regolamentazione di situazioni così delicate avvenga in un clima da caccia alle streghe dove i senatori contrari alla linea (i cosiddetti “malpancisti”) sono messi alla gogna con tanto di nome cognome, fotografia e mail. Riforme di questo genere presuppongono legislatori coraggiosi e liberi dai condizionamenti e non politici sotto scacco che hanno paura delle minacce e dei boicottaggi delle lobby.

Ma soprattutto bisogna sgombrare il campo da un pregiudizio: la difesa della famiglia e del diritto di un bambino ad avere un padre e una madre e conoscere le sue radici non è una prerogativa dei soli cattolici. Per questo il 30 gennaio a Roma scenderanno in piazza persone di ogni credo religioso e politico che hanno ancora un minimo di ragionevolezza e discernimento.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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