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L’anno delle riforme in Sardegna

“Il 2016 sarà per la Sardegna l’anno delle riforme”. La fatidica frase pronunciata dal presidente del Consiglio regionale della Sardegna Gianfranco Ganau durante la classicissima conferenza stampa di inizio anno è un must della politica sarda di ogni tempo. Tutti i presidenti dell’Aula consiliare, da sinistra a destra e al centro, parlando al grande tavolo della presidenza davanti ai giornalisti isolani disposti in semicerchio, hanno sempre immancabilmente manifestato la volontà di dare finalmente corso all’anno delle riforme. Immancabilmente poi gli annunci si sono sempre scontrati con una politica poco lungimirante e governata dalle solite dinamiche e dai soliti sterili litigi: così che l’amministrazione regionale continua da anni ad essere sempre identica. Immutabile nei suoi meccanismi.

L’utopia delle riforme in Sardegna

gender murgia riformeNon parlo di riforme epocali come quella dello Statuto Speciale. Fino a qualche anno fa la riforma dello Statuto sardo era considerata il passo fondamentale per risolvere i mali della Sardegna. La politica sarda, che in quasi settant’anni è riuscita poco o niente a dare gambe all’autonomia speciale, riteneva che la riscrittura dello Statuto fosse la panacea di tutti i mali della nostra regione. Ma ora, visto che non è mai stato trovato neppure l’accordo su come riscrivere il patto tra lo Stato e Regione, la questione statutaria è stata a quanto pare momentaneamente accantonata.

Ora si vola più in basso. Si tenta per lo meno di riformare l’organizzazione politico-amministrativa della Sardegna che si è sempre dimostrata una specie di buco nero capace di ingoiare una marea di risorse che si sarebbero potute utilizzare per lo sviluppo della nostra regione.

Ma l’abolizione delle province imposta dallo Stato (stando ai proclami e ai titoli di giornale di questi ultimi anni le province sarde sono state abolite almeno cinque volte), ha fatto piombare la nostra classe politica nel caos più assoluto. La riforma degli enti locali, in discussione nel palazzo di via Roma, ha scatenato negli ultimi mesi una vera e propria guerra tra il sud e il nord della nostra isola. In particolare la possibilità di istituire la famigerata “città metropolitana”, istituto che per legge deve avere determinate caratteristiche demografiche e amministrative, ha fatto tornare in auge la tradizionale, centenaria, feroce rivalità tra Cagliari e Sassari, fomentata peraltro da una politica che per tanti anni è stata obiettivamente molto cagliaricentrica.

In questi mesi più che ad un dibattito politico abbiamo assistito ad una lotta tra ultras. Il tentativo di una improbabile mediazione (soltanto Cagliari, a quanto pare, ha le caratteristiche previste dalla legge nazionale per l’istituzione della città metropolitana e ottenere cospicui finanziamenti) ha portato proposte assolutamente fantasiose: si è parlato di mini-città metropolitane, città “medie”. Fino a proporre addirittura l’istituzione di una enorme città metropolitana che abbracci tutta la Sardegna.

In questo trionfo di metropoli e finanziamenti che in tempi di crisi fanno gola a tutti, sembra sia stato perso il senso della misura. E soprattutto che siano state perse di vista le soluzioni più semplici. Ad esempio sembrano aver perso appeal le classiche “Unioni di Comuni” di cui si parla da anni e che consentirebbero – soprattutto in presenza di un clima collaborativo e non campanilistico – una gestione più economica e sostenibile dei servizi degli enti locali. In questo delirio istituzionale la razionalizzazione delle spese sembra essere l’ultima delle preoccupazioni di chi ci governa. E più che di unione e collaborazione nella gestione della cosa pubblica si continua a discutere di città metropolitane e di gerarchia tra comuni per importanza e possibili finanziamenti.

Sappiamo che gli enti locali non hanno soldi. Spesso non possono neppure spendere quelli che hanno a disposizione. Per cui è naturale che la questione economica sia di vitale importanza. Ma una riorganizzazione degli enti locali (così come qualsiasi riforma istituzionale) non può essere basata su una graduatoria dei territori per importanza, sul campanilismo e sul predominio di un comune su un altro. Dovrebbe piuttosto essere basata sulla solidarietà, sulla capacità di collaborazione e di fare rete tra i territori. Sulla capacità di evitare sprechi e fare economie di scala nell’erogazione dei servizi ai cittadini.

Perché in questo sterile dibattito sulle riforme chi ci sta perdendo veramente non sono i grossi comuni sardi in lizza per il titolo di città metropolitana: a perderci sono i piccoli e piccolissimi comuni che rappresentano la maggior parte degli enti locali sardi. Quei piccoli comuni che non hanno scuole, non hanno ufficio postale e non hanno neppure un presidio delle autorità di sicurezza. Chi ci perde in questo asfittico dibattito politico sulle riforme sono le zone interne della Sardegna, da cui i giovani stanno scappando perché non hanno alcuna possibilità di costruire il loro futuro. Chi ci perde è la Sardegna tutta. Che invecchia e continua a spopolarsi.

E’ sintomatico che un emendamento proposto dall’opposizione (Fratelli d’Italia) che prevedeva l’inserimento nella legge sugli enti locali di alcuni interventi per contrastare lo spopolamento delle zone interne e favorire la crescita demografica nei piccoli comuni sia stata bocciata dalla maggioranza. Ed è triste – come giustamente sostengono i due proponenti (Gianni Lampis e Paolo Truzzu) – constatare che l’unica idea che il centrosinistra sardo sta proponendo per ripopolare l’interno della Sardegna sia sempre e solo quella: offrire le terre incolte dell’interno agli immigrati che sbarcano in Sardegna. Ma siamo proprio sicuri che l’integrazione si faccia in questo modo? E soprattutto siamo sicuri che questa sia l’unica strada per fare le riforme istituzionali in Sardegna?

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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