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Rita Atria: il coraggio di dire no

Prima di combattere la mafia devi farti un esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici. La mafia siamo noi, il nostro modo sbagliato di comportarci. Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta“. Queste parole sono state trovate scritte nel diario di Rita Atria, una ragazza siciliana proveniente da una famiglia mafiosa che aveva trovato nel giudice Paolo Borsellino un vero e proprio padre a cui affidare le sue ansie.

La storia di Rita Atria

Rita AtriaAll’età di 17 anni, dopo che suo padre e un suo fratello erano stati assassinati da altri mafiosi in un attentato, Rita Atria aveva deciso di collaborare con la giustizia, raccontando al giudice Borsellino le confidenze di suo fratello sui fatti di mafia. Per questo motivo era stata messa sotto protezione in una località segreta.

La sua scelta coraggiosa l’ha portata ad essere ripudiata dalla famiglia: dopo la sua morte sua madre sfregiò addirittura la lapide della sua tomba in segno di disprezzo.

Rita Atria si era affidata al giudice Borsellino perché vedeva in lui l’ideale di uno Stato paterno che difende le persone più deboli dai prepotenti, ma quando, il 19 luglio 1992, Borsellino venne assassinato Rita si sentì completamente perduta e, dopo avere scritto sul suo diario quelle parole, si uccise a Roma dopo essersi lanciata dal settimo piano.

La storia di questa ragazza, che ha saputo contrapporsi alla cultura mafiosa della sua famiglia, è riportata nel libro Credenti o credibili di Sergio Messina.

La vicenda e le parole di Rita Atria – alla quale è stata dedicata una associazione antimafia – ci ricordano che la cultura mafiosa si deve combattere prima di tutto modificando gli stessi nostri comportamenti sbagliati.

Tutti noi siamo chiamati a fare un’operazione di pulizia e trasparenza dentro noi stessi e cercare con coraggio la verità delle cose. E’ questa ricerca della verità, per la quale Rita Atria ha sfidato la sua stessa famiglia, ciò che dovrebbe unire forze apparentemente opposte. In una società divisa a compartimenti stagni (destra e sinistra, cattolici e atei, bianchi e neri, cattolici e musulmani) l’unica contrapposizione davvero importante oggi è quella tra chi porta avanti la cultura della vita e chi porta avanti la cultura della morte. Tra chi cerca la verità – anche a costo di scelte e rinunce coraggiose – e chi quella verità cerca di mistificarla con le menzogne. Tra chi rispetta gli altri e chi invece vuole solo calpestarli.

L’ingiustizia e la corruzione sembrano apparentemente prevalere sulla grandissima parte onesta e laboriosa della società. Anche perchè notoriamente chi vuole comandare ed imporre il suo pensiero tende a dividere. Provare a superare le barriere e aprirci al dialogo con chi – seppure guardando il mondo da una prospettiva diversa dalla nostra – sta cercando onestamente la verità sembra essere l’unica arma per combattere.

Combattendo insieme, ognuno con le proprie idee, possiamo dimostrare a chi diffonde la cultura della morte che amare la vita è l’unica possibilità per convivere pacificamente e costruire un mondo migliore e più giusto. Come ha fatto Rita Atria a costo di mettersi contro la sua famiglia.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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