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Una rete per il rilancio dei media diocesani

Creare sinergie, proporre progetti innovativi ed economicamente sostenibili e investire sulle persone. Il rilancio dei media diocesani deve passare attraverso una maggiore cooperazione e professionalità. Esistono le risorse, pubbliche e ecclesiastiche, per creare un sistema di comunicazione sociale che permetta alla Chiesa sarda di far sentire la sua voce e intervenire in maniera più efficace nel dibattito pubblico in Sardegna.

E’ quanto è emerso durante l’incontro tra il direttore dell’Ufficio Comunicazioni sociali della Conferenza Episcopale italiana, don Ivan Maffeis, e i direttori e i collaboratori degli uffici diocesani per le comunicazioni sociali, gli addetti stampa delle realtà associative ecclesiali e i rappresentanti della stampa cattolica (UCSI) e del MEIC.

Marco Piras FiscQuelli di Oristano sono stati una sorta di Stati generali della stampa cattolica in Sardegna dai quali sono scaturite parecchie criticità, ma anche una crescente volontà di collaborare e fare rete che si è concretizzata con alcune proposte, ascoltate con attenzione dal direttore Maffeis.

Lo stato dell’informazione diocesana nell’isola è stato illustrato dal delegato regionale della FISC (Federazione dei settimanali e periodici cattolici) Marco Piras, direttore dell’ufficio regionale per le comunicazioni sociali.

I media diocesani in Sardegna

In Sardegna ci sono attualmente 11 testate diocesane iscritte alla Fisc (7 settimanali, 2 quindicinali e 2 mensili). La tiratura complessiva è di un milione di copie all’anno e circa 30mila abbonati, per lo più di età avanzata. Il panorama della stampa collegata al mondo ecclesiale – spesso e volentieri legata alla sensibilità dei vescovi e dei sacerdoti, che non sempre credono nell’importanza della comunicazione – si completa con alcune radio diocesane e parrocchiali, l’inserto mensile di Avvenire, la web-tv dei frati Cappuccini, alcuni periodici di parrocchie e ordini religiosi e il sito della Conferenza Episcopale sarda, appena messo online.

Le principali criticità – è stato evidenziato – riguardano la difficoltà ad essere innovativi (non solo nella forma ma spesso anche nei contenuti poco appetibili per i ragazzi), la mancanza di adeguata professionalità e, quasi sempre, uno scarso utilizzo dei social network: solo 5 giornali diocesani hanno il sito web (nessuno con l’edizione digitale sfogliabile) e tutti hanno un’attività redazionale basata sul volontariato.

Questo perché, situazione peraltro non dissimile al resto della stampa isolana, gli introiti pubblicitari (in termini di pubblicità tradizionale) sono sempre più scarsi e non esistono – almeno in forma diretta – contributi per l’editoria. Anche se esistono anche modi diversi dalla pubblicità tradizionale e dai tradizionali contributi per fare rete e coinvolgere con attività diversificate le persone (privati, imprese) che in Sardegna credono nell’importanza della comunicazione sociale e la vogliono promuovere e finanziare.

incontro media diocesaniAll’Ufficio nazionale delle Comunicazioni sociali della CEI i media diocesani sardi hanno chiesto soprattutto un sostegno nella formazione degli operatori, un maggiore supporto legale e amministrativo, un aggiornamento tecnologico degli operatori, un aiuto nella condivisione delle “buone prassi ed una maggiore sensibilizzazione del clero (magari coinvolgendo i seri sacerdoti che si stanno specializzando in attività legate alla formazione umana e spirituale dei ragazzi).

Ma anche una maggiore veicolazione delle notizie provenienti dal territorio sui canali nazionali (soprattutto l’agenzia di stampa Sir e la testata della CEI Avvenire, che peraltro ha investito molto in Sardegna scegliendo di stampare al centro stampa di Elmas).

Durante la discussione i direttori dei giornali e degli uffici diocesani hanno raccontato luci ed ombre delle loro realtà, fatte di tanto impegno profuso sul territorio ma anche di difficoltà e localismi. E se al momento non è ancora realizzabile un’unica testata diocesana con delle pagine regionali e delle pagine territoriali (sogno antico e non ancora avverato), è urgente invece la necessità di creare almeno una banca dati comune da cui tutti i media diocesani possano attingere.

Ma ciò che è emerso con forza dall’incontro di Oristano è la consapevolezza che non si possano fare le nozze con i fichi secchi. La comunicazione sociale, anche quella ecclesiale, non si può reggere solo sul volontariato, ma ha bisogno di professionisti della comunicazione che come tali debbono essere retribuiti.

Dall’UCSI, presente all’incontro con una folta delegazione, è giunta la disponibilità alla collaborazione, ma anche l’esortazione ad una maggiore concretezza. “Abbiamo un obiettivo comune – ha detto il presidente regionale Mario Girau -: dare visibilità alla stampa cattolica in Sardegna, dare maggiore risalto alla voce della Chiesa e favorire un suo intervento nel dibattito politico economico e sociale. Le risorse pubbliche esistono – ha aggiunto – manca la capacità progettuale”.

Don Ivan Maffeis, dopo aver ascoltato attentamente le istanze dei media diocesani sardi, ha annunciato la disponibilità dell’ufficio ad erogare la necessaria formazione e assistenza (amministrativa, legale e anche tecnologica). Ma anche la disponibilità a stanziare – oltre ai servizi digitali (che potranno concretizzarsi anche nella creazione di una app per tablet e smartphone) – un’ulteriore somma tra i 15mila e i 20mila euro per finanziare dei progetti per il rilancio dei media diocesani sardi puntando su pagine regionali e utilizzo diffuso dei social (di norma ogni anno l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della CEI mette a disposizione della FISC nazionale 150mila euro).

Chiedete. Fate sentire la vostra voce ma non organizzate cose che non servono”, ha spiegato molto pragmaticamente il direttore dell’Ufficio nazionale: individuate i bisogni reali ma non attendete soluzioni da Roma. Abbiamo le risorse sufficienti per abitare questo tempo con qualità”.

Insomma le risorse per rilanciare con professionalità la comunicazione sociale della Chiesa sarda ci sono, sia in termini di capitale umano che economico. Manca solo quel passo in più, quello che don Maffeis ha definito “l’ultimo miglio che serve veramente al territorio”.

Serve professionalità, collaborazione, umiltà e creatività per coinvolgere anche i ragazzi più giovani, magari organizzando anche nelle scuole e nelle parrocchie laboratori e attività legate alla comunicazione. Ma serve anche un po’ di coraggio per creare un sistema di comunicazione efficace, capace di confrontarsi con quelli che il responsabile regionale della Comunicazione sociale, Paolo Atzei, ha definito i “potentati della comunicazione sociale”, ovvero i “mammona di cui parla il Vangelo”.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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