Poletti, la laurea e la fiera dell’ovvio

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È meglio laurearsi con un voto più basso a 21 anni che laurearsi con 110 e lode a 28. Da due giorni questa frase del ministro del Lavoro Giuliano Poletti campeggia su tutte le homepage e le prime pagine dei giornali cartacei. Con il suo simpatico accento emiliano Poletti – in linea con il filone paternalistico nazional-popolare inaugurato qualche anno fa dai tecnici del governo Monti – ricorda ai ragazzi italiani che è meglio laurearsi a 21 anni piuttosto che a 28. In sostanza, per dirla alla Max Catalano (il compianto opinionista di Quelli della Notte, il programma cult di Renzo Arbore): è meglio un uovo oggi che una gallina domani.


Il simpatico ministro Poletti ricorda un po’ il sottosegretario all’Economia del Governo Monti, Gianfranco Polillo. Ve lo ricordate? Era quello che aveva detto che gli italiani fanno troppe ferie e non sono abbastanza produttivi. D’altronde qualche mese fa anche il buon ministro Poletti, percorrendo lo stesso filone, aveva detto che per i ragazzi delle scuole tre mesi di vacanza sono troppi. Li viziano. Non sia mai che diventino schizzinosi: choosy, come li appellava un altro ministro del lavoro cult che passerà alla storia per le sue riforme, Elsa Fornero.

Martone antesignano di Poletti

il ministro polettiIl festival della generalizzazione era iniziato con le dichiarazioni del viceministro dell’era Monti Michel Martone che, appena insediato, aveva detto che “laurearsi a 28 anni è da sfigati“. Il ministro Poletti non ha fatto altro che ribadire questo concetto e in pratica, seppur con altre parole, a Verona ha spiegato ai ragazzi che laurearsi a 28 anni è da sfigati anche se fai un grande exploit e prendi 110 e lode con il bacio accademico. Perchè negli altri paesi europei, dove evidentemente i corsi di laurea sono più snelli, i ragazzi riescono ad uscire prima dalle università. E dunque anche a trovare prima un posto di lavoro.

Ma, probabilmente il ministro Poletti non ne è a conoscenza, l’università italiana è diversa dalle altre università europee. La nostra università, salvo sporadiche eccellenze, è completamente staccata dal mondo del lavoro.

È il mondo delle idee, una realtà puramente accademica, peraltro spesso gestita purtroppo in modo baronale, dove gli studenti sono l’ultimo pensiero, non il primo. È una realtà fatta esclusivamente di grossi tomi da studiare che nella maggior parte dei casi non serviranno a nulla nella vita lavorativa.

Certo, un foglio di carta ottenuto a 28 anni rischia di essere assolutamente inutile, su questo il ministro Poletti ha perfettamente ragione. Ma questo perchè è crollato il mito della laurea a tutti i costi che ci hanno fatto respirare da ragazzini. L’Italia è piena di laureati che escono dalle facoltà universitarie senza aver fatto un minimo di pratica nel loro settore. Non sanno fare nulla. Sono imbottiti esclusivamente di teorie che inevitabilmente dopo poco tempo si dimenticano. Probabilmente, più che prendersi una laurea, oggi per un ragazzo volenteroso è molto meglio imparare almeno un mestiere che gli consenta di vivere.

Provi però ad immaginare il ministro Poletti un’università più snella e meno medievale.

Un’università dove alla teoria viene affiancata anche la pratica. Dove i giovani studiano, ma con la concreta prospettiva di poter fare il lavoro che hanno scelto. Sicuramente in quel caso negli Atenei italiani ci sarebbero meno studenti parcheggiati e demotivati.

E provi il ministro Poletti anche ad ipotizzare un’altre cosa: un mercato del lavoro più equo e meritocratico dove le opportunità sono distribuite a tutti e non solo a quelli che hanno la raccomandazione più forte. In quel caso probabilmente ci sarebbero meno neet, i giovani che non studiano, non fanno formazione e non lavorano. Non hanno alcuna speranza di mettere a frutto la loro esistenza.

La verità è che tutti parlano di riforme ma tutto rimane sempre fermo. E rimane fermo perché forse non tutti quelli che parlano hanno il reale interesse a creare sviluppo e opportunità.

Ma tranquilli. Tra un po’, alla fiera dell’ovvio, arriverà qualche altro ministro del lavoro che ci dirà: “Alt, fermi tutti. È meglio un bel lavoro ben retribuito che un lavoro di merda con un salario da fame“. E tutti i giornali lo riporteranno con tanto di titoloni.

Francamente per sentire delle banalità proferite con saccenza preferivo di gran lunga ascoltare Max Catalano a Quelli della notte. Almeno faceva ridere.

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