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Energia: il problema della Sardegna non è l’essenzialità

La Sardegna è in fibrillazione per la decisione di Terna, la società che gestisce il sistema elettrico italiano e trasmette l’energia a cittadini e imprese, di estromettere le centrali di Portoscuso, Ottana e Fiumesanto dal novero degli impianti “essenziali” per la sicurezza del sistema elettrico italiano. Il requisito dell’essenzialità rimarrà solo alla centrale Enel di Assemini. Ma al di là degli strascichi polemici che hanno accompagnato la decisione di Terna, qual è tecnicamente l’effetto di questo “taglio”? E quali saranno effettivamente le sue conseguenze per la Sardegna? Lo abbiamo chiesto ad Emilio Ghiani, docente del corso di Impianti di Produzione dell’Energia Elettrica alla Facoltà di Ingegneria di Cagliari.

Professor Ghiani, innanzitutto cosa significa regime di essenzialità?

Il regime di “essenzialità” è definito da una delibera dell’autorità per l’energia, il gas e il sistema idrico (AEEGSI), nello specifico la 111/06 relativa a tutte le attività che sono svolte da Terna per garantire il soddisfacimento della domanda di energia di tutto il sistema elettrico italiano, garantendo allo stesso tempo i requisiti di sicurezza e affidabilità necessari in un sistema che evolve nel tempo con continue variazioni di energia consumata e prodotta, e che devono essere mantenuti identici in ogni istante.

La delibera AEEGSI 111/06 definisce “impianto di produzione essenziale” un impianto di produzione in assenza del quale, anche per le esigenze di manutenzione programmata degli altri impianti di produzione e degli elementi di rete, non è possibile assicurare adeguati standard di gestione in sicurezza del sistema elettrico.

Chi decide il requisito dell’essenzialità di un impianto?

La delibera individua in Terna il soggetto che deve stabilire quali siano gli impianti essenziali e quali no. Evidentemente questa valutazione dell’essenzialità Terna la deve svolgere in qualità di arbitro imparziale sul funzionamento del sistema elettrico.

Il regime di essenzialità significa pagare i costi extra di impianti non efficienti. Ma chi paga questi costi? Sono spalmati sui cittadini?

Ho letto diverse erronee interpretazioni di questo “regime di essenzialità”. In alcuni casi ho letto anche di “essenzialità energetiche”, una terminologia che non trova alcun riscontro nei documenti tecnici degli addetti ai lavori. Anzitutto tengo a precisare che il regime di essenzialità non è un regime assistenziale: regime di essenzialità significa, per gli impianti che rientrano in tale regime, mettersi a disposizione di Terna, in periodi definiti, per fornire un servizio finalizzato alla sicurezza del sistema elettrico.

Che tipo di servizio?

Ogni impianto, ad esempio, potrebbe funzionare a un valore di potenza che viene definito da Terna e che deve essere mantenuto tale, in termini di durata e potenza, in base alle indicazioni del gestore della rete. Questa modalità di funzionamento può corrispondere a costi di produzione superiori ai ricavi ottenibili con l’energia venduta nel mercato, ed allora, grazie al regime di essenzialità, tali impianti ricevono una compensazione di questi extracosti.

Quanto incidono questi extracosti sulla bolletta dei sardi?

Queste compensazioni vengono pagate da tutti i cittadini nella bolletta, con un importo di circa tre centesimi a chilovattora (0.3c€/kWh), e se si fa riferimento al costo medio del kWh dell’utente domestico tipo di circa 25 c€/kWh, tale importo corrisponde a circa l’1% di quello che normalmente paghiamo per ogni kWh che consumiamo.

Perché Assemini ha mantenuto il regime di essenzialità? Si tratta di una centrale di emergenza?

La centrale di Assemini è una centrale particolare con un funzionamento molto specifico. Potremmo volgarmente definirla di “pronto intervento”. E’ una centrale di tipo turbogas, che in circa 30 minuti può passare dal funzionamento a vuoto al funzionamento al massimo carico. E’ in grado quindi di sopperire a brusche variazioni di carico o di produzione nel sistema elettrico, ad esempio una brusca riduzione del vento, un guasto in un’altra centrale di produzione o altri eventi inattesi. Anche l’intervento della centrale di Assemini viene comandato da Terna nel servizio di dispacciamento che la utilizza come risorsa ultima in caso di emergenza, anche perché il suo funzionamento, nel mercato dei servizi di dispacciamento, è molto costoso e ci sono altre centrali che possono fornire lo stesso servizio a costi inferiori, ad esempio le centrali idroelettriche. Il risultato di queste mie affermazioni le può constatare negli stessi dati pubblici diffusi da ENEL Produzione, proprietaria dell’impianto, dove si riscontra per esempio che la centrale di Assemini ha funzionato nel 2013 per meno di 100 ore.

Quindi Terna non sta abbandonando la Sardegna?

Direi proprio di no. Terna sta semplicemente facendo il suo lavoro. Sta facendo ciò che è giusto fare e che gli viene imposto dall’AEEGSI per far risparmiare tutti gli italiani, e non solo i sardi, sui costi della bolletta, che verrebbero altrimenti utilizzati per finanziare un servizio non necessario.

Ricapitolando: le centrali sarde vengono mantenute con il regime dell’essenzialità per non licenziare i dipendenti, ma i costi di questo sistema gravano sui cittadini. Qual è la via d’uscita per evitare di continuare a chiedere assistenza?

La via d’uscita è sicuramente quella di ammodernare gli impianti, anche se attualmente anche gli impianti termoelettrici più moderni d’Italia, e funzionanti a gas metano, soffrono quanto gli stessi impianti sardi. Le centrali sarde si trovano infatti, cosi come tante altre della penisola, per via del grande impatto causato dagli impianti a fonti rinnovabili (eolico e fotovoltaico per la maggior parte) sui prezzi dell’energia nel mercato, a dover offrire l’energia che producono a costi non sufficientemente remunerativi per il funzionamento, specie nelle ore centrali della giornata, dove il prezzo zonale scende a circa 30-40 €/MWh, contro costi di produzione che sono di 50€/MWh e oltre. Una centrale termoelettrica come quelle di Portoscuso, Ottana o Porto Torres non può però stare spenta per un paio d’ore e riaccendersi soltanto quando il prezzo dell’energia nel mercato è conveniente.

La Sardegna, così per lo meno ci fanno credere, paga costi enormi e produce energia oltre i limiti del suo fabbisogno. Ci può spiegare questo paradosso?

Direi che non è assolutamente vero se il concetto è espresso in modo generalizzato. Le industrie e gli altri utenti del sistema energetico sardo necessitano di energia elettrica e di energia termica. Gli utenti del sistema elettrico sardo pagano l’energia allo stesso prezzo degli utenti della Lombardia. Le differenze sono relative all’energia termica, ottenuta spesso con combustibili costosi (gasolio o olio combustibile) o in cui c’è scarsa concorrenza (ad esempio l’aria propanata nelle reti di gas cittadine). Quindi è corretto dire che la Sardegna paga costi più alti per l’approvvigionamento dell’energia termica.

Secondo lei la Sardegna può essere autosufficiente dal punto di vista energetico?

Certo che potrebbe diventarlo, ma dipende da cosa si intende per autosufficiente. La rete della Sardegna è collegata al resto dell’Italia. Non capisco perché venga considerato un aspetto negativo il fatto che la Sardegna possa esportare energia elettrica nel resto del continente. Attualmente ci sono dodici regioni italiane che producono energia meno di quella che consumano. Il fatto che la Sardegna sia in grado di esportare energia grazie ai collegamenti SAPEI e SACOI non è, secondo la mia opinione, una cosa negativa come si vuol far credere. Ad esempio, il Trentino Alto Adige, per la concentrazione di impianti idroelettrici, e la Puglia, per la grande quantità di impianti eolici e fotovoltaici, esportano energia verso le altre regioni molto più della Sardegna. Personalmente, inoltre, mi è di orgoglio sapere che la Sardegna fornisce alla Corsica gran parte del suo fabbisogno energetico.

La Sardegna è l’unica regione italiana che non ha il metano. Condivide l’intenzione del presidente Pigliaru di abbracciare il progetto del metanodotto dalla Toscana?

Direi che il progetto è assolutamente condivisibile, anzi pongo io la domanda: perché non lo si è ancora fatto?

Perché il progetto Galsi è stato abbandonato?

Probabilmente gli investitori non hanno valutato vantaggioso realizzarlo. Tenga presente che sono presenti tanti studi che prevedono oltre a un possibile gasdotto con l’Algeria, anche altri collegamenti in elettrici in corrente continua con il Nord Africa, e che potranno essere utilizzati per importare energia elettrica a minor costo prodotta nelle aree desertiche sahariane.

Nei mesi scorsi è stato detto che la Sardegna è sommersa sopra un enorme giacimento di metano. E’ una notizia vera o una bufala? Non è che dopo esserci opposti alle trivelle della Saras alla fine lasceremo trivellare il nostro territorio agli sceicchi?

Beh, direi che su questo punto non sono in grado di esprimermi. Sicuramente ci sono tante strumentalizzazioni. Personalmente sarei d’accordo con le “trivellazioni”: ovviamente a patto di analisi tecniche dettagliate che siano in grado di dimostrare che gli interventi garantiscono il massimo rispetto dell’ambiente.

Sardegna, terra di maestrale. In passato l’eolico pareva essere un business eccezionale, ora se ne parla meno. Girando per il Campidano è pieno di impianti praticamente fermi. Non è che sono stati sistemati nei posti sbagliati?

Attualmente gli incentivi per l’eolico sono pressoché finiti, nonostante le aspettative. Con l’evoluzione della tecnologia i costi degli impianti non si sono ridotti richiedendo ancora, per garantire la redditività dell’investimento, la presenza di incentivi. Girando il Campidano ho visto le pale girare quando c’è vento e stare ferme quando il vento non c’è. Ma questa è la peculiarità di tutti gli impianti a fonti rinnovabili: producono solo quando c’è la risorsa disponibile.

Quando finalmente riusciremo a sfruttare in maniera sostenibile le energie alternative. E’ una questione culturale?

Direi che in tanti ci siamo illusi che le energie alternative fossero sostenibili. Sicuramente lo sono dal punto di vista ambientale, ma non lo sono ancora dal punto di vista economico. L’avvento delle fonti rinnovabili ha contribuito ad aumentare i costi del KWh e sta portando alla chiusura di diverse centrali termoelettriche con relativo licenziamento degli operai. In questo la Germania sta facendo scuola, ma non c’è tutto il clamore mediatico che abbiamo in Italia.

Dovremmo smettere di utilizzarle?

Sicuramente non dobbiamo e non possiamo smettere di utilizzare le energie alternative, ma bisogna acquistare la consapevolezza che ci saranno dei costi da sostenere. Per poter sfruttare le fonti rinnovabili sono necessari sempre più sistemi di accumulo energetico (es. batterie, sistemi di pompaggio). Gli operai che saranno inevitabilmente licenziati se chiuderanno gli impianti termoelettrici potrebbero essere impiegati per la dismissione degli impianti e per il recupero ambientale dei siti. Tenga conto che in bolletta stiamo ancora pagando i costi per la dismissione delle centrali nucleari dagli anni ’60. Gli operai potrebbero essere utilizzati per lo sviluppo di sistemi di accumulo energetico. Ad esempio, la Sardegna ha le cavità delle miniere dismesse sfruttabili per realizzare sistemi di accumulo ad aria compressa. Perché non fare sperimentazioni di questo tipo? A Villacidro si costruivano le batterie della Scaini: si potrebbe pensare di far ripartire questi stabilimenti per produrre batterie per accumulo energetico per sistemi fissi e per veicoli elettrici. In altre nazioni lo stanno già facendo. Mettere in pratica progetti di questo tipo è l’unica via d’uscita all’inevitabile chiusura di molte centrali elettriche convenzionali. Ma la scelta deve essere politica e non si deve basare su richieste di tipo assistenzialistico, ma su progetti concreti di sviluppo.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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