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Severgnini e la Sardegna selvaggia

Sicuramente quando Beppe Severgnini ha scritto sul prestigioso New York Times la sua ricetta per risolvere l’emergenza immigrazione in Italia, per quanto il giornalista/opinionista sostenga di amare molto la Sardegna, non aveva ben presente la situazione della nostra regione e il dibattito sui migranti che sta infiammando la politica isolana. Da qualche mese il centrosinistra lancia con sempre più insistenza l’idea di aprire le porte agli immigrati con lo scopo di ripopolare le zone interne della nostra regione, lasciate incolte e abbandonate. Nei mesi scorsi, in piena emergenza sbarchi, era stato il segretario regionale del Partito Democratico Renato Soru a buttare lì l’idea in un’intervista alla Rai regionale. Qualche settimana fa il concetto è stato ribadito dal presidente del Consiglio regionale, Gianfranco Ganau, durante l’incontro con un gruppo di migranti che protestavano in via Roma. Ma probabilmente a fare ancor più scalpore era stata la teoria del professor Giuseppe Pulina, commissario dell’Ente Foreste, esperto di Modelli matematici e statistici ed ex direttore del Dipartimento di Agraria a Sassari, che a Lodìne, durante un convegno sullo sviluppo delle zone interne dell’isola aveva parlato di un progetto di ripopolamento dell’interno della Sardegna, sostenendo che «visti i tassi di natalità tra i più bassi al mondo e i giovani che emigrano, se si vuole scongiurare un’implosione demografica bisognerà accogliere, entro il 2050 e nell’arco di dieci anni, 15 mila coppie fertili di immigrati».

L’articolo di Beppe Severgnini

Severgnini New York TimesLa nuova bordata di Severgnini dalle pagine New York Times, con tanto di foto delle campagne near Mandas, Italy, ha dato però una rilevanza internazionale alla sempre più evidente intenzione della sinistra italiana– probabilmente in seguito ad un accordo al ribasso con le nazioni più potenti che hanno deciso “generosamente” di assicurarsi i rifugiati più istruiti – di accollarsi una quota dei migranti economicamente meno appetibili.

Con un erudito e romantico esempio, l’intellettuale Severgnini ha ricordato la cosiddetta “centuriazione” romana, cioè la pratica di assegnare ai veterani dell’esercito in congedo dei territori incolti affinchè li coltivassero, per poi auspicare una sorta di colonizzazione delle aree incolte e spopolate d’Italia, Sardegna compresa, da parte dei profughi e dei rifugiati. Un modo per risolvere l’emergenza immigrazione in Europa e, nello stesso tempo, coltivare le terre incolte e combattere lo spopolamento e l’invecchiamento della italica popolazione.

Queste teorie, ammissibili quando si tratta di impiantare nel territorio una nuova specie floreale o tutt’al più animale, diventano però inquietanti quando si parla di esseri umani. Ma a parte l’inammissibilità di questo tipo di sperimentazioni sotto il profilo umano e morale, non convince neppure la fattibilità della ipotesi di Severgnini sotto il profilo meramente agricolo.

Come ha spiegato più volte il prof Angelo Aru, docente di Diritto della Terra all’Università di Cagliari, in Sardegna tantissimi terreni non sono stati abbandonati per i capricci dei contadini che non avevano più voglia di lavorare, ma perché negli anni Cinquanta una sconsiderata riforma fondiaria gli ha appioppato delle terre inadatte alla coltivazione. Un errore che ha portato conseguenze devastanti anche dal punto di vista della stabilità idrogeologica del suolo sardo.

La americaneggiante posizione di Beppe Severgnini di assegnare ai rifugiati, come moderni pionieri, degli appezzamenti di terreno da coltivare e rendere così ricchi e fruttuosi, non regge. Per lo meno in Sardegna. Le parti del territorio abbandonate di cui parla Severgnini sono infatti spesso terre brulle e inadatte ad essere coltivate, suoli che non potrebbero essere coltivati da nessuno, neppure da moderni pionieri venuti dal nord Africa.

Sono queste le terre che la sinistra sarda vorrebbe appioppare ai poveri migranti in nome della tanto decantata integrazione?

Ovviamente le parole di Severgnini, prontamente pubblicate da L’Unione Sarda, hanno suscitato gli strali della politica. A reagire è stato soprattutto il Partito Sardo d’Azione, che dopo una fase di annebbiamento culminata con la solenne donazione della bandiera dei Quattro Mori a Silvio Berlusconi sta a quanto pare riprendendo una connotazione identitaria.

La Sardegna è spopolata perché è mal governata e vessata da interessi esterni, perché subisce l’imposizione di modelli di sviluppo inadeguati, perché da sempre soffre di una insufficiente libertà e perché manca il lavoro. Ma la soluzione non sarà importare disoccupati”, ha dichiarato il nuovo Presidente del Psd’az Giovanni Columbu.

Secondo il partito che fu di Emilio Lussu e Camillo Bellieni, la sola accoglienza dei migranti basata sull’assistenzialismo non ha alcuna prospettiva, ma “occorre impegnarsi a creare nuove e credibili opportunità di sviluppo e di lavoro, in primo luogo per i numerosi sardi disoccupati e per coloro che dalla Sardegna sono stati costretti ad andarsene”.

La posizione del Psd’Az non è dissimile a quella che l’ex funzionario dell’ONU Gianni Andrea Deligia – ha espresso in una intervista rilasciata a questa testata dove pone la questione migranti in maniera diametralmente opposta all’apertura proposta da Severgnini: la Sardegna si deve certamente aprire ai migranti, ma deve prima di tutto creare sviluppo e lavoro per far ritornare a casa i suoi emigrati e soprattutto deve poter scegliere le persone a cui aprire la porta.

Un paese senza frontiere – afferma Columbu a questo proposito – è come una casa senza muri e se la via da perseguire è quella di testimoniare a favore dell’autodeterminazione di ogni popolo, noi tutti dovremo adoperarci con rinnovato impegno nel luogo in cui viviamo, per affermare il nostro diritto e dovere di esistere, con la nostra identità e con la nostra storia”.

Lo spopolamento – aggiunge il consigliere regionale dei Quattro Mori Marcello Orrù si combatte con ben altre politiche, creando opportunità di sviluppo legate all’ambiente, alla qualità della vita e al benessere, all’industria alimentare e turistica, sostenendo gli agricoltori e i produttori locali e non di certo impiantando nuovi popoli nella nostra terra. Severgnini dovrebbe sapere che ogni anno 6mila giovani lasciano la Sardegna per andare all’estero in cerca di lavoro: la Regione dovrebbe dare i terreni incolti ai giovani sardi e incentivare le nascite con politiche di sostegno alle giovani coppie. Altro che profughi”.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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