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Giornalisti e ambiente: la Carta di Olbia

La professione giornalistica potrà avere un futuro solo attraverso la riscoperta della sua utilità sociale. I giornalisti devono maturare questa consapevolezza, impegnarsi a fondo reinventando il proprio ruolo al servizio delle comunità e imparare a far buon uso di tutti gli strumenti che le nuove tecnologie mettono a loro disposizione, che consentono di costruire con i propri lettori/spettatori un rapporto nuovo basato sulla fiducia e la credibilità. La tutela dell’ambiente è un tema privilegiato in questo percorso”. E’ il concetto principale espresso nella dichiarazione di Olbia che ieri ha concluso la convention che i giornalisti cattolici sardi dell’Ucsi – con il patrocinio della Fondazione Banco di Sardegna – hanno tenuto in Gallura, nelle sedi di Olbia, Tempio e Porto Cervo, per ricordare il drammatico ciclone Cleopatra che colpì la zona nel novembre 2013 e il fortunatamente meno disastroso ciclone Mediterraneo di qualche settimana fa.

Sul palco – prima ad Olbia e poi all’istituto Euromediterraneo di Tempio – si sono dati il cambio numerosi relatori che – spesso partendo dalle esortazioni contenute nella Enciclica Laudato Sì di Papa Francesco – hanno cercato, forse per la prima volta, di analizzare con un approccio multidisciplinare qual è il modo ottimale dei media per rapportarsi al Creato.

La tutela dell’ambiente – è emerso – ha bisogno di un giornalismo rigoroso e approfondito. Che sia certamente critico e intransigente, ma che sappia anche collaborare con le istituzioni, soprattutto nel momento dell’emergenza. Un giornalismo che da un lato svolga il suo compito di “cane da guardia” del potere e, dall’altro, tuteli e salvaguardi la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni. In poche parole un giornalismo ecologico e libero.

L’informazione e l’ambiente

Informazione e ambiente - OlbiaDal Capo Dipartimento della Protezione Civile Fabrizio Curcio è arrivata un’esplicita richiesta di collaborazione al mondo dei media. “Gli organi di informazione sono un pilastro fondamentale nel sistema di protezione civile, sia durante l’emergenza sia in fase di prevenzione – ha detto Curcio ad Olbia -: è il flusso costante, tempestivo e preciso delle informazioni certificate che consente ai cittadini di fruire del  diritto ad essere informati, soprattutto in situazioni di criticità”.

Ma la stampa fa effettivamente il suo dovere? Approfondisce? Fa inchieste? Denuncia? Racconta sempre tutto oppure a volte preferisce stare zitta e acquiescente quando in gioco ci sono poteri forti o magari gli stessi interessi degli editori?

Informazione e ambiente - OlbiaE’ stato Andrea Melodia, presidente dell’Ucsi, a porre all’intera categoria i primi interrogativi alla luce delle parole di Papa Francesco. “Sappiamo svolgere il nostro ruolo di “cani da guardia” nella società civile o ci limitiamo a rincorrere la cronaca? – ha detto Melodia -. Di fronte ai fiumi che non si puliscono, ai ponti mal costruiti, alle costruzioni erette dove non dovrebbero esserci, raccontiamo o stiamo zitti? O piuttosto siamo portati a scaricare le responsabilità delle carenze sui nostri editori? Siamo convincenti del mostrare modelli virtuosi di comportamenti pubblici e privati, o piuttosto consideriamo queste doverose attenzioni “educative” come estranee alla nostra missione professionale? La riflessione di papa Francesco coinvolge tutti noi in questi doveri”.

La tre giorni di lavoro è stata impreziosita da numerosi autorevoli interventi.

informazione e ambiente - TempioTra fede cristiana ed ecologia esiste una sorta di sintonia e simbiosi naturale, originaria e inscindibile”, ha spiegato il Vescovo della Diocesi di Tempio-Ampurias Sebastiano Sanguinetti illustrando la posizione della Chiesa sull’ambiente alla luce dei pronunciamenti degli ultimi cinquant’anni. Decenni – ha detto – nei quali il tema ecologico si è trasformato in una vera e propria emergenza. “La strada obbligata per il futuro – ha detto il presule – è quella di un’economia integrale, cioè di un’economia ambientale, economica e sociale, di un’economia culturale, un’ecologia della vita quotidiana che salvaguardi il bene comune e la giustizia tra le generazioni“.

Durante i lavori del convegno dei giornalisti cattolici è stata tante volte citata l’Enciclica Laudato Sì con cui Papa Francesco ha lanciato a tutti, cristiani e non, l’appello ad unire le forze per tutelare l’ambiente. “Non è solo un auspicio, ma un impegno – ha detto monsignor Sanguinetti citando Bergoglio -: è una responsabilità cui non è possibile derogare.  Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti perché la sfida ambientale che viviamo, le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti“.

Gli aspetti giuridici e finanziari della Laudato Sì sono stati illustrati dal vice presidente emerito della Corte costituzionale Paolo Maddalena, che ha definito l’Enciclica “un dono della Provvidenza nel momento eccezionale vissuto in questo periodo. Il mondo sta cadendo in un abisso“, ha detto Maddalena, spiegando che “oggi la finanza e il governo stanno portando l’Italia verso una recessione senza precedenti nonostante politici e mezzi di informazione dominanti ci vogliano far credere il contrario. Le questioni giuridiche poste dalla Laudato Sì – ha aggiunto – hanno una valenza fortemente giuridica e attuale. Le posizioni neoliberiste stanno strangolando le economie favorendo la grande finanza e svendendo i territori a scapito dei cittadini, ma la voce di Papa Francesco ci dice che abbiamo il dovere di riprendere i territori e tutelare la loro funzione sociale“.

Nella tre giorni organizzata dall’UCSI è ritornata più volte la parola competenza. La necessità di approfondire problematiche complesse come quelle ambientali è emersa nelle relazioni del professor Paolo Fois, docente di Diritto Comunitario all’Università di Sassari, che ha illustrato gli strumenti conoscitivi che le direttive comunitarie offrono ai giornalisti, e nelle testimonianze di Mimmo Vita, giornalista esperto di agricoltura e presidente dell’Unaga (Unione Nazionale Associazioni Giornalisti Agricoltura Alimentazione Ambiente Territorio Foreste Pesca Energie Rinnovabili) e Piergiorgio Pinna, cronista della Nuova Sardegna che ha raccontato come la redazione sassarese ha vissuto i drammatici momenti di quel 18 novembre 2013 (testimoniato anche da un filmato dei giornalisti Nicola Pinna e Paolo Mastino, due dei 25 cronisti i che si sono riuniti nell’associazione #18undici, nata per ricordare quell’evento).

Della necessità di studio e approfondimento, in questo caso soprattutto da parte di chi deve pianificare il territorio, ha parlato anche il professor Angelo Aru, docente di Scienza della Terra all’Università di Cagliari, in una relazione sull’incuria, lo spopolamento e l’abbandono del territorio sardo. Tra gli errori madornali fatti da chi ha pianificato l’utilizzo dell’ambiente isolano Aru ha ricordato il fallimento di una riforma fondiaria che ha distribuito ai contadini terreni assolutamente inadatti all’uso agricolo che alla fine sono stati abbandonati. O gli errori nell’irrigazione dei terreni, effettuata con calcoli ingegneristici in base alla sola facilità di trasporto dell’acqua. Una serie di errori – ha spiegato il docente – che hanno portato al degrado, all’erosione e alla desertificazione del suolo sardo.

Ma cosa possono fare concretamente i giornalisti, oltre che raccontare le alluvioni ex post? Un esempio concreto lo ha dato Massimo Lavena, giornalista cagliaritano che si sta spendendo molto per divulgare l’attività di una società (Resemina) che sta sperimentando in Sardegna l’utilizzo della pianta del vetiver. Un’essenza che, oltre ad essere conosciuta per il suo profumo, può essere utilizzata efficacemente per la bonifica e la messa in sicurezza del suolo. “Eppure – ha spiegato Lavena – nonostante il Vetiver sia utilizzato con successo per la tutela dell’ambiente in tante altre parti del mondo e nonostante il numero uno del network Vetiver Italia abbia un’azienda proprio in Sardegna, la nostra regione non ha mai neppure voluto provare in maniera seria una sperimentazione di questa pianta”.

Insomma dalla tre giorni gallurese è emerso che nel trattare l’ambiente è lo stesso giornalista che deve in qualche modo diventare “ecologico”. Come ha detto Franco Siddi, ex presidente della Fnsi e ora componente del cda Rai, l’informazione “deve saper coniugare la pastorale della denuncia con la pastorale dell’esempio”.

Al termine dei lavori è stata stilata una carta deontologica, la dichiarazione di Olbia, con cui i giornalisti dell’UCSI hanno inteso dare il loro contributo a quella che sembra la questione essenziale del prossimo futuro. “Noi giornalisti UCSI – si legge nella dichiarazione di Olbia – vogliamo dichiarare il nostro forte impegno a approfondire e realizzare questi obbiettivi nelle nostre scelte professionali, anche attraverso nuove iniziative di formazione, e ci impegniamo a fondo perché i nostri editori maturino le nostre stesse convinzioni: il futuro della informazione professionale sta nella sua utilità sociale e, in ultima analisi, nell’esercizio concreto e responsabile di una mediaetica, e non nella ulteriore esaltazione di modelli consumistici già ampiamente diffusi nelle pratiche della comunicazione”.

 

INFORMAZIONE E TUTELA DELL’AMBIENTE – LA CARTA DI OLBIA

I giornalisti dell’Unione Cattolica Stampa Italiana, riuniti per tre giorni a Olbia, Tempio Pausania e Porto Cervo dove hanno preso parte al convegno “INFORMAZIONE E TUTELA DELL’AMBIENTE”, dopo avere ascoltato numerose relazioni di esperti, autorità e protagonisti sui disastri ambientali che hanno funestato questa parte della Sardegna negli ultimi anni e averne ricordato le vittime, e ispirandosi alle proposte e agli stimoli della Lettera enciclica di Papa Francesco LAUDATO SI’, convengono sulla seguente dichiarazione.

Nella odierna realtà dei sistemi di comunicazione, caratterizzata da rumore dispersivo e da mezzi personali di connessione che spingono all’individualismo, la professione giornalistica è in evidente crisi ma conserva un ruolo insostituibile a favore della coesione sociale, della legittimazione della politica in contrasto con la regressione populista, della possibilità concreta di reinventare le ragioni di fondo della pace e del vivere civile, anche di fronte a fenomeni epocali come il riscaldamento globale e le migrazioni. Appare evidente che pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, e che la questione ambientale presenta un punto di rottura.

Noi siamo convinti che i giornalisti debbano svolgere un ruolo importante nell’aiutare la società a affrontare questi problemi, e che così facendo i giornalisti stessi possano trovare risposte a quella carenza di credibilità della categoria che è forse la causa principale della crisi professionale.

Il diritto alla terra e alla sua salvaguardia sono beni indisponibili. La corruzione e l’egoismo individualistico ne ostacolano il rispetto. Gli amministratori pubblici, gli imprenditori, chiunque abbia poteri rilevanti è chiamato a operare in modo trasparente e responsabile. I singoli cittadini devono maturare la consapevolezza che ogni nostra azione ambientale avrà conseguenze sul futuro dei nostri figli.

Noi giornalisti proviamo dunque a fare un esame di coscienza. Sappiamo svolgere il nostro ruolo di “cani da guardia” nella società civile? Ci limitiamo a rincorrere la cronaca, o facciamo un giornalismo di inchiesta, di investigazione, sui fenomeni che riguardano la vita di tutti? Di fronte ai fiumi che non si puliscono, ai ponti mal costruiti, alle costruzioni erette dove non dovrebbero esserci, raccontiamo o stiamo zitti? O piuttosto siamo portati a scaricare le responsabilità delle carenze informative sui nostri editori? Siamo convincenti nel mostrare modelli virtuosi di comportamenti pubblici e privati, o piuttosto consideriamo ogni doverosa attenzione educativa come estranea alla nostra missione professionale?

Se i cittadini non controllano il potere politico – nazionale, regionale e municipale – neppure è possibile un contrasto dei danni ambientali. E come può esercitarsi questo potere dei cittadini in assenza di una informazione corretta? Come si può realizzare un dibattito ampio e approfondito sulle analisi di impatto ambientale dei nuovi progetti, non alterate da tentativi di corruzione o di pressioni indebite, in assenza di meccanismi trasparenti di informazione pubblica professionalmente certificata? Per realizzare politiche condivise, occorre che tutti siano adeguatamente informati nella prospettiva del bene comune.

Per diffondere la nuova cultura ecologica i giornalisti devono approfondire le proprie competenze con un approccio interdisciplinare, e promuovere alleanze responsabili con chi analizza fenomeni complessi e fornisce interpretazioni e previsioni.

In realtà, la professione giornalistica potrà avere un futuro solo attraverso la riscoperta della sua utilità sociale. I giornalisti devono maturare questa consapevolezza, impegnarsi a fondo reinventando il proprio ruolo al servizio delle comunità, e imparare a far buon uso di tutti gli strumenti che le nuove tecnologie mettono a loro disposizione, che consentono di costruire con i propri lettori/spettatori un rapporto nuovo basato sulla fiducia e la credibilità. La tutela dell’ambiente è un tema privilegiato in questo percorso.

Noi giornalisti UCSI vogliamo dichiarare il nostro forte impegno a approfondire e realizzare questi obbiettivi nelle nostre scelte professionali, anche attraverso nuove iniziative di formazione, e ci impegniamo a fondo perché i nostri editori maturino le nostre stesse convinzioni: il futuro della informazione professionale sta nella sua utilità sociale e, in ultima analisi, nell’esercizio concreto e responsabile di una mediaetica, e non nella ulteriore esaltazione di modelli consumistici già ampiamente diffusi nelle pratiche della comunicazione.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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