La nostra quarantena al cinema

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Se vi è piaciuto, consigliatene ai vostri amici la visione. Altrimenti, silenziosamente, tenete per voi il giudizio…” Così aveva detto il regista emergente Peter Marcias qualche giorno fa durante la presentazione a Cagliari del film La nostra Quarantena che narra la vicenda del marinai marocchini della nave Kenza, intrappolata per due anni al porto di Cagliari e la intreccia alla storia e alle inquietudini di un ricercatore universitario romano spedito dalla sua docente nel capoluogo cagliaritano. Eppure il giudizio è sempre importante: sia quando è positivo sia quando racchiude qualche critica. Le critiche, lo insegna la vita stessa, bisogna accettarle sempre.

Sarà una mentalità provinciale, ma quando esce un film ambientato nella mia città, così come quando esce un romanzo, sono incuriosito. Mi piace capire come vengono raccontati i luoghi a me cari, vorrei vedere i visi delle persone che conosco, vorrei vivere io stesso in quel film o in quel romanzo. In questo caso il film raccontava di una vicenda che conoscevo abbastanza bene: la quarantena di circa due anni che i marinai marocchini della nave Kenza si sono autoinflitti tra il 2013 e il 2014 per rivendicare gli stipendi non versati dall’armatore, che ha lasciato al suo destino quella nave azzurra e rossa ancorata nel porto di Cagliari.

I cronisti hanno seguito quella vicenda inquietante, le conferenze stampa, la frenetica attività della Caritas e della associazione Stella Maris che hanno convogliato la solidarietà dei cagliaritani che hanno sostenuto quella estenuante lotta sindacale. Per questo, avendo seguito la vicenda, ero molto curioso di scoprire quale interpretazione un regista sardo emergente e uno stimato e impegnato docente di Diritto del Lavoro come il professor Gianni Loy, autore delle sceneggiature, avessero dato alla lunga quarantena dei marinai marocchini guardandola con gli occhi di un giovane studente universitario de La Sapienza di Roma spedito a Cagliari dalla sua insegnante per recuperare materiale per la tesi.

Avevo letto qualche recensione del film, dunque conoscevo a grandi linee la storia. Ma devo dire che non amo le recensioni cinematografiche. Sono spesso scritte soltanto per essere capite dagli addetti ai lavori, mentre la cultura, quella vera, non deve mai essere rivolta ad un numero esiguo di intellettuali eletti. Deve essere accessibile a tutti.

La nostra quarantena

Eccomi allora finalmente in sala, a vedere questo film, impreziosito da una attrice di fama internazionale come Francesca Neri e da un giovane e bravo attore emergente come Moisè Curia.

E’ il giovane ricercatore Salvatore, spedito a quanto pare a Cagliari per la prima volta nel settembre 2013, a ritrarre con la sua vecchia cinepresa la visita di Papa Francesco e la folla delirante aggrappata alle transenne. Un entusiasmo simboleggiato dal sorriso estatico di Suor Maria Luisa, protagonista inconsapevole della prima lunga sequenza. Le immagini forzatamente mosse e sgranate dei filmati amatoriali del giovane Salvatore – nell’intento degli autori – vogliono forse dimostrare la sua inquietudine interiore, la sua confusione, il suo disagio nei confronti della vita. In realtà riescono soprattutto a far venire il mal di mare allo spettatore dimostrando la mano poco ferma del ragazzo.

La parte di verità de La nostra Quarantena è però convincente. Le interviste dei marinai marocchini svelano i loro sogni infranti da un armatore senza scrupoli, danno una luce diversa alla città di Cagliari vista con il loro sguardo. A non convincere troppo è però la parte di fiction. Montata confusamente, quasi alla rinfusa. Senza alcuna spiegazione per l’ignaro spettatore che non conosca già la trama, mai svelata.

Non si capisce se il vagare notturno in bicicletta del giovane e inquieto Salvatore sia ambientata a Cagliari o, come probabilmente è, nei viali di Roma. A un certo punto anche ad un cagliaritano viene addirittura il dubbio che a Cagliari da qualche parte ci possa essere anche la metropolitana sotterranea.

Cagliari, che poteva essere protagonista di questo film, non c’è. E’ solo percepita, leggermente raccontata nella scena del Poetto dove il giovane ricercatore universitario romano confronta i suoi dubbi e le sue inquietudini con quelli di tre generazioni di cagliaritani. Un nonno deluso dalla vita, un padre disoccupato e un figlio completamente in balia degli eventi.

Non si comprende il ruolo di Francesca Neri, praticamente inesistente ed ai margini del film. O quello delle improbabili suore che sempre al Poetto incrociano il protagonista addormentato sulla sabbia.

Ma soprattutto non si capisce quale sia il senso profondo che gli autori hanno dato alla stessa lotta dei marinai della nave Kenza. La loro vicenda e i loro sogni negati condizionano il giovane protagonista e lo mettono in crisi al punto da indurlo ad abbandonare l’Università e a cambiare vita. Lo sconvolge soprattutto la storia del giovane stagista marocchino che, non avendo stipendi da rivendicare, sarebbe potuto andare via da Cagliari ma non lo ha fatto, preferendo restare con gli altri a scioperare sulla nave. Ma alla fine lo sconvolge e lo delude constatare che la motivazione che ha spinto i marinai a stare per due anni lontani dalle loro famiglie sono stati soltanto i soldi. E che una volta ricevuta la loro parte se ne torneranno in Marocco.

Insomma La nostra quarantena è un film dai tanti spunti interessanti ma solo abbozzati e non portati a termine. Come si dice a Cagliari “ghettausu a pari” senza una convincente narrazione. Quasi ci si aspetti dallo spettatore medio delle doti profetiche ed ermeneutiche eccezionali.

Eppure se l’intento era quello di trasmettere un senso di inquietudine, di confusione e di pesantezza nei confronti della vita, quello scopo è stato raggiunto. Se l’intento era quello di descrivere l’agonia interminabile dei marinai imprigionati sulla nave Kenza anche in questo caso lo scopo è stato raggiunto perfettamente. Perché guardando il film è lo stesso spettatore che si sente in quarantena e arriva agonizzante alla fine del film anelando disperatamente i titoli di coda.

REVIEW OVERVIEW
Soggetto
Interpretazione
Fotografia
Montaggio
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Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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