Alluvione ad Olbia: chi si prende le responsabilità?

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Per mettere in sicurezza tutte le zone a rischio della Sardegna servirebbero tanti soldi: un miliardo e 200 milioni di euro. Lo hanno spiegato rappresentanti delle istituzioni comunali, regionali e nazionali facendo il punto sulla nuova alluvione che ha colpito Olbia a quasi due anni di distanza dal ciclone Cleopatra. C’erano tutti: il ministro dell’Ambiente, il numero uno della Protezione Civile, il presidente della Regione, gli assessori regionali all’Ambiente e ai Lavori Pubblici, il sindaco di Olbia e altri sindaci dei territori colpiti da questo ennesimo disastro annunciato. Tutti insieme appassionatamente per promettere che anche stavolta alla città sarà riconosciuto lo stato di calamità naturale e che sono disponibili un tot di milioni per la messa in sicurezza delle aree più a rischio della città gallurese.

La calma dopo l’alluvione

A pochi giorni dall’innominato ciclone che nei giorni scorsi ha investito la Sardegna, nell’isola splende finalmente il sole. E il sole dà fiducia e ottimismo, al contrario di quei giorni neri dell’allerta meteo che hanno reso tutti molto più timorosi. Anche chi dal tempo non aveva nulla da temere. Certo. Questa volta, al contrario di due anni fa, l’alluvione non ha mietuto vittime. La Protezione civile ha funzionato nettamente meglio. E questo è innegabile.

Eppure da Olbia a Sarroch le scene sono state precise identiche a quelle dell’alluvione di due anni fa e di quella del 2008. Case allagate e piene di fango, famiglie disperate che hanno perso i loro beni. Automobili immerse nelle strade diventate acquitrini.

La natura si è nuovamente ripresa gli spazi che in passato le erano stati tolti senza alcun criterio da una programmazione disgraziata dell’uso del suolo sardo.

E’ naturale che quando si costruisce nelle zone a rischio i risultati sono questi. E in Sardegna i dati ci dicono che dobbiamo fare i conti con ben 126 aree urbane costruite in maniera criminale dove non si sarebbe mai dovuto costruire. Certo, il presidente della Regione Pigliaru ha ragione ad evidenziare che questa situazione è stata ereditata da decenni e decenni di speculazioni edilizie. E’ vero. Ma è altrettanto vero che si continua a perseverare negli errori e nella imprudenza se ad Olbia lo stesso ponte che nel 2013 aveva fatto da tappo al fiume Siligheddu allagando un intero quartiere dopo l’alluvione è stato ricostruito esattamente nello stesso modo e ha fatto gli stessi enormi danni.

Quel miliardo e duecento milioni di soldi pubblici che servirebbero per evitare nuovi disastri e mettere in sicurezza la Sardegna dovrebbero essere usati per sanare un numero spropositato di abusi, smantellare interi quartieri costruiti in zone a rischio di frane e smottamenti, eliminare i circa 300 ponti-tappo dislocati nelle aree più a rischio, demolire edifici che insistono sul corso dei fiumi. Servirebbe insomma un enorme (e difficilmente ipotizzabile in questo momento) piano di rinascita dell’urbanistica isolana.

Non ci saranno mai più condoni edilizi nelle zone pericolose del Paese”, ha annunciato il ministro allì’Ambiente Galletti. Ma la sensazione, dopo questa ennesima alluvione è che ormai le colpe per gli abusi pluridecennali che hanno violentato il suolo sardo siano ormai passate in cavalleria. Che – nonostante i processi avviati nei Tribunali sardi per rendere giustizia alle vittime di Olbia e di Capoterra (e sono soltanto le ultime perchè complessivamente in Sardegna, dal 1960 ad oggi, sono molte per le alluvioni 42 persone) – i responsabili di questa situazione di insicurezza diffusa dovuta a decenni e decenni di programmazione criminale del territorio e speculazioni edilizie selvagge siano riusciti a farla franca.

La cosa che salta agli occhi è che per l’alluvione di Capoterra del 2008, in cui erano morte quattro persone, le uniche condanne, come racconta la più recente cronaca giudiziaria, hanno riguardato per ora sei residenti delle zone alluvionate accusati di aver intascato dei rimborsi non dovuti.

Anche questa volta, come le altre, a pagare per quelle colpe saranno le comunità colpite dall’alluvione. Che, persa completamente la fiducia nelle istituzioni, nelle prossime occasioni di maltempo guarderanno tante altre volte le nuvole nel cielo, sperando nella sua clemenza. E aspetteranno impotenti che la pioggia finisca e che il sole ritorni a splendere un’altra volta. Perché sino a quando nessuno avrà il coraggio di assumersi le sue responsabilità questi disastri continueranno ad accadere.

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