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Legge 150: una normativa fantasma

Che differenza c’è tra comunicare e informare? Tra fare informazione e fare propaganda? Forse c’è solo il fatto che un giornalista, anche se lavora per la politica o la pubblica amministrazione, deve rispettare determinate norme deontologiche. E’ obbligato a rispettare la verità sostanziale dei fatti e non deve raccontare frottole. Insomma il giornalista, anche se è stipendiato dalla politica o da un’azienda pubblica, ha il compito non di propagandare ma di rendere comprensibile ai cittadini l’attività politica e amministrativa.

Molte domande e pochissime certezze sono emerse durante l’incontro “Uffici Stampa della Pubblica Amministrazione: professionalità e deontologia”, organizzato a Cagliari dall’Ordine dei giornalisti sardi, dall’Assostampa sarda e dal Gus Sardegna nell’ambito dei corsi di formazione professionale continua.

Ospite, insieme al presidente dell’Ordine Francesco Birocchi e al segretario dell’Assostampa Celestino Tabasso, l’ex presidente nazionale della Fnsi Giovanni Rossi.

L’ufficio stampa della Pubblica amministrazione è una delicata mansione in cui il giornalista deve barcamenarsi per trovare un equilibrio tra la ritrosìa dei burocrati, che non vedono di buon occhio un professionista che metta il naso nelle loro carte e nei loro segreti, e le inevitabili strumentalizzazioni della politica che, invece, propende naturalmente verso una spasmodica ricerca di visibilità.

Per garantire questo equilibrio, essenziale perché l’informazione istituzionale resti tale e non diventi propaganda, nel 2000 è stata introdotta nel nostro ordinamento la legge 150, che obbliga gli enti pubblici ad assumere negli uffici stampa giornalisti iscritti all’albo dei professionisti o dei pubblicisti e dunque distingue tra l’ufficio stampa vero e proprio e il portavoce, alter ego del politico e, in quanto non giornalista, svincolato dagli obblighi deontologici. Oltre che istituzionalizzare l’ufficio per le relazioni con il pubblico.

Eppure la legge 150 per quindici anni buoni è stata quasi totalmente disattesa.

Proprio dei motivi della scarsa applicazione della legge 150 ha parlato Giovanni Rossi. Motivi che – oltre all’originario ostracismo dell’Aran, l’agenzia per la contrattazione nel pubblico impiego, nei confronti della Fnsi – sostanzialmente sono da ricondursi alla ritrosìa della politica a servirsi di professionisti dotati di autonomia e libertà (per questo molte pubbliche amministrazioni preferiscono ricorrere a selezioni “creative” per assumere giornalisti di fiducia), alla magistratura contabile che ha sempre reputato i contratti giornalistici troppo onerosi rispetto a quelli dei dipendenti pubblici, ai sindacati confederali che hanno sempre cercato di estromettere dalla contrattazione collettiva il sindacato dei giornalisti considerando un privilegio inaccettabile l’applicazione ad un gruppo di lavoratori di un contratto collettivo fuori dalla loro giurisdizione. Ma anche a un’opinione comune che vorrebbe i giornalisti inadatti ontologicamente a svolgere la mansione di addetto stampa proprio per la loro indole di ricercatori impenitenti della verità e garanti della deontologia professionale.

La non applicazione della legge 150

Durante l’incontro sulla legge 150 Giovanni Rossi ha fornito alcuni numeri utili.

Nel 2000 l’83,2% dei giornalisti iscritti all’Inpgi aveva un contratto giornalistico presso quotidiani, periodici, Rai o agenzie di stampa mentre solo l’8,1% gestiva un ufficio stampa pubblico o privato. In tre anni le cose sono però cambiate radicalmente. Nel 2013 la quota dei primi è diminuita fino al 64,9% e quella dei secondi è raddoppiata (16,1%).

Quello degli uffici stampa è dunque un settore in crescita che accoglie un numero sempre maggiore di lavoratori fuoriusciti dalle tante testate giornalistiche devastate dalla crisi.

In Sardegna attualmente ben 36 giornalisti lavorano stabilmente presso le principali istituzioni pubbliche sarde dopo essere stati assunti con contratto giornalistico (dato in controtendenza rispetto al resto d’Italia). Eppure anche nella nostra regione la maggior parte delle pubbliche amministrazioni non è in regola e rischia pesanti sanzioni e controlli da parte degli ispettori dell’Inpgi. In particolare, su 1896 giornalisti iscritti all’Inpgi in Sardegna, 289 hanno un rapporto di lavoro dipendente, 298 sono Co.Co.Co e 197 sono liberi professionisti.

Il migliaio di colleghi che residuano evidentemente sono disoccupati oppure stanno lavorando in nero (un dato che sintetizza in modo sintomatico lo stato e i problemi enormi che oggi sta vivendo il mondo dell’informazione in Sardegna).

Quanto all’Italia – ha spiegato Rossi – nel novembre 2014 sono state registrate 492 aziende pubbliche iscritte all’Inpgi (un anno prima erano 542) che facevano lavorare 1259 giornalisti (erano 1413 nel 2012): un campione abbastanza significativo dei circa 34mila iscritti complessivamente alla cassa di previdenza dei giornalisti italiani. Di questi, 814 sono assunti con contratto pubblico (erano 949 nel 2012) e 445 hanno un contratto giornalistico vero e proprio (erano 464 nel 2012).

Ma allora perché la legge 150 non viene applicata nonostante gli enti pubblici inadempienti rischino gravi sanzioni?

Le aziende pubbliche e gli stessi dirigenti non riescono a capire la portata della legge”, ha detto Giovanni Rossi spiegando che la trattativa tra l’Aran e il sindacato dei giornalisti, presupposto necessario previsto per dare gambe alla legge 150, si è aperta. Ma si è anche subito chiusa perchè è stata la stessa politica a frenare, ritenendo troppo onerosi i contratti giornalistici e soprattutto, come detto, non vedendo di buon occhio una eccessiva autonomia professionale dei giornalisti. Anche i sindacati confederali si sono messi di traverso ritenendo il contratto giornalistico un privilegio.

Insomma, la trattativa generale è stata bloccata e sostituita da contrattazioni di comparto o con le singole grandi aziende pubbliche. D’altronde a dare la mazzata finale sono state anche le sentenze ostili della magistratura e i pareri non proprio positivi dell’Avvocatura dello Stato per gli alti oneri a carico delle pubbliche amministrazioni.

La politica è preoccupata dall’autonomia dei giornalisti – ha spiegato Giovanni Rossi – e non capisce l’utilità del lavoro giornalistico che deve proprio essere garante della trasparenza dell’amministrazione. La propaganda ha un rimpallo negativo sull’opinione pubblica: tagliando la struttura della informazione si danno la zappa sui piedi”.

Proprio per evitare selezioni discutibili che inseriscono requisiti specifici che rischiano di essere un vero e proprio identikit dei candidati ideali, la Fnsi ha proposto all’Anci un bando virtuoso da adottare in tutte le amministrazioni italiane. Ma a quanto pare è stata ancora una volta la magistratura a bloccare tutto, affermando che la pubblica amministrazione ha pieno titolo di aggiungere elementi per affinare la selezione.

Insomma oggi vige la massima discrezionalità delle amministrazioni e la legge 150 da quindici anni resta in gran parte inapplicata. Anche perchè, ma questo non è stato sottolineato, la legge 150 non prevede un vero e proprio obbligo per le pubbliche amministrazioni di istituire gli uffici stampa, ma offre soltanto una possibilità.

Oltretutto – lo ha evidenziato il segretario dell’Assostampa sarda Celestino Tabasso – per gli enti locali esiste notoriamente un problema di liquidità: i Comuni, specie i più piccoli. non hanno materialmente i soldi per assumere dei giornalisti come addetti stampa. Ed ecco che da più parti gli si propone di superare i consueti campanilismi e consorziarsi per assumenre un ufficio stampa condiviso.

Ma la verità è che dopo ben quindici anni la legge 150, nata nel 2000 con lo scopo di produrre occupazione in un settore in difficoltà che oggi è arrivato alla canna del gas, continua ad essere praticamente inapplicata.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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