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Giornalisti al lavoro fino a 70 anni? Il caso Creti

Quando si arriva ad una certa età esistono tanti modi per rendersi utili. Si può dare una mano ai propri figli ad accudire i nipotini oppure volendo, si può anche fare il nonno vigile e bloccare le automobili per aiutare i ragazzini ad attraversare le strisce pedonali davanti alle scuole. Un giornalista, poi, potrebbe mettere il suo bagaglio di esperienza a disposizione delle giovani leve e insegnargli i preziosi segreti di una professione bella ma difficile come il giornalismo, E se è una buona penna, e fortunatamente qui da noi ce ne sono tante, potrebbe proseguire a scrivere a tempo perso e a titolo gratuito o semigratuito. Eppure – grazie alla riforma Fornero che probabilmente passerà alla storia per le sue incongruenze – in base alla cosiddetta “sentenza Creti” fino a qualche mese fa un giornalista poteva liberamente restare in redazione fino a 70 anni. Anche senza il consenso dell’azienda. Con buona pace dei giovani collaboratori bisognosi di un contratto stabile dopo anni ed anni di precariato.

Il caso Creti: una sentenza storica

Il principio della libera opzione per i giornalisti era stato stabilito da una sentenza storica, la sentenza Creti, con cui i giudici del lavoro di Milano avevano condannato sia in primo grado che in appello la Rai a reintegrare un redattore di una sede locale, Vincenzo Creti, che all’età di 65 anni, in base all’articolo 33 del Contratto collettivo nazionale dei giornalisti aveva ricevuto la lettera di licenziamento. Creti aveva infatti esercitato l’opzione di avvalersi della legge 214/2012, la celebre manovra “Salva Italia” del governo Monti, che consente ad un lavoratore di rimanere in servizio fino a 70 anni.

La “sentenza Creti” depositata nella cancelleria della Corte d’Appello di Milano il 29 ottobre 2013 (quella di primo grado era stata depositata il 23 dicembre 2012) aveva infatti applicato anche ai giornalisti (nonostante specifiche norme contrattuali e una cassa di previdenza distinta dall’Inps, l’Inpgi), il comma 4 dell’articolo 24 della manovra “Salva Italia” (dl 201/2011 convertito con la legge 214/2011) che appunto – con l’obiettivo di alleggerire gli oneri delle casse previdenziali – consente ai lavoratori di rimanere nel proprio posto di lavoro fino a 70 anni, estendendo al massimo la portata dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (legge 20 maggio 1970, n. 300) con la previsione della garanzia massima, la sentenza di reintegro in caso di licenziamento illegittimo.

Insomma, in base alla sentenza Creti un giornalista avrebbe potuto semplicemente comunicare all’azienda di volersi avvalere della legge 214/201 per avere diritto a proseguire l’attività fino ai 70 anni.

Consiglio ai colleghi in attività di spedire, attorno ai 55/56 anni, una letterina al proprio editore con la quale può essere legittimamente manifestata la volontà di rimanere in servizio fino al compimento dei 70 anni – aveva dichiarato Franco Abruzzo, decano dei giornalisti, consigliere dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia e dell’Associazione lombarda dei Giornalisti, commentando le sentenze sul caso Creti: “Il contratto prevede, all’articolo 33, che si possa essere licenziati una volta compiuti i 65 anni. L’articolo 37 della legge 416/1981 prevede il prepensionamento dei giornalisti a 58 anni con almeno 18 anni di contributi alle spalle. Così, con lo stratagemma della letterina, chi compie i 58 o i 65 anni non può essere licenziato. La mia generazione si è avvalsa di una norma simile presente nella “riforma Amato” del 1992 che dava il diritto di rimanere in redazione fino ai 65 anni”.

Lo scorso maggio la Corte di Cassazione (questa è la sentenza definitiva) ha però ribaltato la sentenza Creti, dando ragione alla Rai e stabilendo che per un giornalista restare sul posto di lavoro fino a 70 anni non è assolutamente scontato.

Oltre ad offrire preziosi spunti per i giuristi del lavoro (in particolare analizzando in modo approfondito i rapporti tra distinte casse di previdenza come l’Inps e l’Inpgi) la Cassazione a Sezioni Unite ha infatti stabilito un principio basilare che ora, come suol dirsi, farà giurisprudenza: per prolungare la propria attività lavorativa oltre i 65 anni un giornalista deve avere il consenso dell’azienda, che evidentemente nel caso in questione non c’era stato.

Ma oltre ai risvolti giuridici di indubbio interesse per i giuslavoristi, resta qualche dubbio sull’equità di norme di legge di questo genere. E in generale sull’opportunità, in questa situazione di crisi occupazionale, di quelle prassi che prolungano all’infinito l’attività dei giornalisti con una lunga vita professionale senza tenere nel debito conto le esigenze di chi oggi ha enormi difficoltà a trovare un posto di lavoro.

Spesso infatti le aziende giornalistiche mantengono un rapporto lavorativo con i giornalisti appena pensionati proponendo loro dei contratti di collaborazione, per cui il pensionato da lavoratore subordinato semplicemente si trasforma in lavoratore autonomo.

Lo schizofrenico sistema Italia (che evidentemente non è stato salvato dalla manovra “Salva Italia” del professor Monti) si ostina a far lavorare ad oltranza persone che spesso sono oggettivamente inadatte ad un mondo del lavoro che si è totalmente trasformato per via delle nuove tecnologie e nello stesso tempo non riesce ad immettere in un mercato del lavoro asfittico tantissimi giovani bisognosi di progettare il futuro e crearsi una famiglia.

Con il paradosso che spesso interi nuclei familiari sono portati avanti dai nonni che magari lavorano fino a tarda età per sostenere figli, generi, nuore e nipoti.

Non sarebbe meglio far lavorare i giovani e dare ai nonni, anche ai nonni giornalisti, il meritato riposo e fargli ricoprire il loro ruolo istituzionale? Magari quello di godersi finalmente la pensione accudendo i nipotini. Oppure quello di rendersi utili alla collettività facendo i nonni vigile e bloccando le macchine per permettere ai ragazzini di attraversare le strisce pedonali?

Certo, parlando di giornalisti in qualche caso sarebbe un vero peccato perdere certe belle penne. Però quelle belle penne potrebbero tranquillamente continuare a scrivere a titolo gratuito magari aprendosi un bel blog (cosa che molti colleghi in pensione hanno fatto). Oppure potrebbero essere presenti nelle redazioni in modo da dare qualche prezioso consiglio alle giovani leve, tanto bisognose di buoni maestri. Ma senza pretendere di rimanere ancorati al posto di lavoro fino a 70 anni. In modo da liberare qualche scrivania in quegli openspace in cui da troppo tempo non viene assunto più nessun giovane giornalista in pianta stabile.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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