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La polemica mediatica innescata dalla puntata di Porta a Porta dedicata al clan dei Casamonica potrebbe riaprire la causa che vede da dieci anni contrapposti l’Inpgi, l’ente previdenziale dei giornalisti, e la Rai Radiotelevisione italiana e verte sul recupero dei contributi previdenziali relativi all’attività autonoma svolta dal conduttore televisivo Bruno Vespa. Il vicepresidente della Commissione Vigilanza e contributi Inpgi, Luciano Borghesan, ha infatti segnalato al presidente dell’Inpgi Andrea Camporese una serie di dichiarazioni e reazioni che dimostrerebbero che l’attività svolta da Vespa nella conduzione di Porta a Porta – contrariamente a quanto attestato da ben due sentenze – è un’attività di tipo giornalistico e riaprirebbero una lunghissima vertenza giudiziaria per la quale sia il Tribunale che la Corte d’Appello di Roma hanno dato ragione a Vespa e alla Rai.

Sembra paradossale, ma l’oggetto del contendere della vertenza è proprio questo: l’attività svolta da Bruno Vespa alla Rai come libero professionista è o non è un’attività giornalistica? Secondo i giudici del lavoro no.

La vertenza tra Inpgi e Rai

Dopo una prima ispezione svolta nel 2004, l’Inpgi aveva chiesto alla Rai il pagamento dei contributi pensionistici asserendo il carattere giornalistico delle prestazioni di Bruno Vespa nella conduzione di Porta a Porta nel triennio dal 2001 al 2003.

Nel 2007 un decreto ingiuntivo aveva imposto alla Rai di versare quasi 1,9 milioni di euro all’Inpgi.

Nel 2012 il giudice della sezione lavoro del Tribunale di Roma Paolo Mormile (questa è la sentenza che dà torto all’Inpgi) aveva però revocato il decreto ingiuntivo che dava ragione all’Inpgi sostenendo che l’attività svolta da Vespa a Porta a Porta è “squisitamente autoriale e di conduzione”, autonoma e non subordinata: dunque non deve rispettare quanto stabilito dal contratto nazionale dei giornalisti.

Ecco uno stralcio della sentenza:

Nulla è emerso che convinca della natura ontologicamente giornalistica del programma ‘Porta a porta’, chiaramente appartenente al genere dei programmi di intrattenimento e approfondimento culturale e politico, realizzato come vero e proprio talk show (imperniato sulla carismatica figura di anchorman del noto conduttore) per mezzo di una scenografia, di un tema musicale e di un canovaccio tipici di un format televisivo, del tutto diverso, come tale, dai notiziari o dai servizi giornalistici in senso stretto”.

In pratica secondo la sentenza del Tribunale di Roma l’Inpgi non avrebbe “minimamente provato né la natura subordinata del rapporto di lavoro intercorso tra la Rai e il dott. Vespa oggetto di ispezione (…) né la natura giornalistica delle prestazioni rese dal dott. Vespa”.

Insomma secondo il giudice Mormile la Rai avrebbe correttamente versato i contributi di Vespa all’Inps e all’Enpals (l’Ente nazionale di previdenza e di assistenza dei lavoratori dello spettacolo), anziché all’Inpgi.

Nel novembre 2014 la tesi del giudice Mormile è stata confermata dalla sezione Lavoro della Corte d’Appello di Roma ed ora l’unica strada percorribile per l’Inpgi è il ricorso in Cassazione.

Ovviamente questa interpretazione dell’attività del celebre conduttore, collegata peraltro a una trasmissione che almeno in apparenza è rimasta invariata dopo la transizione di Bruno Vespa da lavoratore subordinato a libero professionista, ha suscitato non poche polemiche.

E ora l’Inpgi affila le armi e conta di attivare gli uffici legali per utilizzare le dichiarazioni sul caso Vespa-Casamonica.

In particolare il vicepresidente della Commissione di Vigilanza e contributi Inpgi Borghesan fa riferimento alle dichiarazioni dei giornalisti che, oltre al presidente Monica Maggioni, fanno parte del Consiglio di amministrazione della Rai. Tra questi figura l’ex presidente del sindacato della Fnsi e per molti anni (proprio nel periodo delle cause-Vespa) membro del Consiglio d’amministrazione dell’Inpgi, Franco Siddi.

Non è doveroso chiedere coerenza a  questi illustri colleghi nel collocare la Rai di fronte alla vertenza con l’Inpgi per il lavoro giornalistico di Bruno Vespa – chiede Borghesan nella richiesta inviata al presidente Camporese -? Non è da richiamare la loro testimonianza in sede processuale?”.

A supporto della sua richiesta, Borghesan riporta in particolare le dichiarazioni dei giornalisti Arturo Diaconale, direttore del giornale L’Opinione delle libertà, Giancarlo Mazzucca, direttore de Il Giorno ed ex direttore del Resto del Carlino e, come detto, Franco Siddi.

Mazzucca e Siddi all’Agi

Per il consigliere Giancarlo Mazzuca “non c’è da sorprendersi o interrogarsi, Vespa ha solamente fatto il suo dovere di giornalista, anch’io come direttore avrei chiesto il loro parere”. Franco Siddi, anche lui componente del Cda Rai, dice di non credere alla via disciplinare per il giornalismo, “le scelte devono essere sempre fatte in base al principio della completezza e del pluralismo. Tanto più nel servizio pubblico”, e però al tempo stesso sottolinea che la vicenda, per le reazioni diffuse dei cittadini, “deve indurre una riflessione alta sia sulla funzione del servizio pubblico e sia sull’uso dello strumento televisivo perché, per le sue modalità di confezionamento, può determinare percezioni fuorvianti della realtà”.

Arturo Diaconale all’Adnkronos

“La scelta di Vespa è stata legittima. Il caso Casamonica ha colpito l’opinione pubblica del Paese e sentire il parere di chi ne è stato causa mi è sembrato, dal punto di vista giornalistico, abbastanza corretto”.

Vespa – conclude Borghesan si è difeso con un “Lasciateci fare il nostro mestiere”.  Quale mestiere, chiedo io, se non quello dichiarato in modo esplicito (più di Siddi) da Mazzucca e Diaconale”.

L’attività giornalistica

La questione – al di là del caso concreto che la rende notiziabile – pone un problema sostanziale.

  1. Quando l’attività di conduzione di un talk show e la realizzazione di interviste televisive sono  attività giornalistiche e devono essere svolte da giornalisti iscritti all’albo con  il vincolo del rispetto della deontologia professionale?
  2. Quando, nel caso in cui non vi sia l’iscrizione all’albo, ricorre il caso di esercizio abusivo della professione giornalistica?

Non più di un anno fa il presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino ha presentato un esposto contro la conduttrice televisiva Barbara d’Urso (lo racconta in questo servizio il Fatto Quotidiano) affermando che, sebbene non iscritta all’albo “compie l’attività specifica della professione senza rispettare le regole” e chiedendo alla D’Urso il rispetto delle norme deontologiche.

Dunque per l’Odg le interviste nei talk show di Barbara D’Urso sono attività giornalistica. E quelle di Bruno Vespa?

Di Alessandro Zorco

Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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