Aylan

Non volevo scrivere nulla sulla foto del piccolo Aylan. I bambini sono sacri e non devono essere toccati, da quando stanno nel grembo materno fino a quando hanno bisogno di noi adulti per diventare uomini e donne. Per questo qualsiasi parola in più su – utilizzo una definizione di mia moglie – quell’angioletto caduto sulla sabbia sarebbe stata di troppo. La morte non dev’essere strumentalizzata. Deve essere rispettata con il silenzio.

Eppure in questi giorni il silenzio e il rispetto si sono lentamente trasformati in indignazione, soprattutto quando sono state pubblicate anche le foto di un altro bimbo trovato tra gli scogli di quella spiaggia turca. Qualcuno, guardando quelle foto, ha sostenuto che il corpicino del piccolo Aylan fosse stato trovato in un luogo non troppo fotogenico e allora sia stato artificiosamente spostato in una location migliore per avere una foto più evocativa. Poi si è scoperto che il secondo corpicino trovato senza vita tra gli scogli era quello del fratellino più grande di Aylan, Galip, 5 anni.

Quel che è certo è che l’immagine del piccolo Aylan è stata utilizzata strumentalmente e consapevolemente dall’informazione mondiale per mandare un messaggio chiaro all’opinione pubblica. La foto di quel bimbo bianco, così uguale ai nostri bambini occidentali, con i pantaloncini blu, le scarpine e la t-shirt rossa a maniche corte, è finita in prima pagina sui giornali di tutto il mondo, perché – lo ha spiegato bene il direttore della Stampa Mario Calabresi – l’Europa adesso non può più far finta di non vedere.

La foto di Aylan

La foto del piccolo Aylan è stata utilizzata quasi come un messaggio pubblicitario, talvolta accompagnata anche da slogan di dubbio gusto. Ed il messaggio, oltre che sulle prime pagine dei giornali, è stato veicolato dappertutto, finendo anche nella maggior parte delle bacheche di Facebook e nelle tweetlines.

Magicamente la foto di Aylan, adagiato sulla sabbia come un angioletto caduto, sembra aver sconfitto ogni remora e ogni forma di razzismo. Ogni forma di paura. L’Europa, come auspicato da Calabresi, ha smesso di far finta di non vedere. I migranti – temuti fino a poche ore prima dalle superpotenze europee, tanto che l’Inghilterra aveva appena proposto la chiusura delle frontiere e la sospensione del trattato di Schengen – sono improvvisamente diventati una grande risorsa. La Germania e l’Austria, dopo aver lasciato per anni sole l’Italia e la Grecia ad affrontare l’emergenza immigrazione in un Mediterraneo rosso di sangue, hanno steso improvvisamente i tappeti rossi per i migranti, evidentemente interessate soprattutto ad ospitare quelli più agiati e scolarizzati.

La stampa oggi esulta perché la foto di Aylan ha finalmente illuminato le coscienze intorpidite e ha sconfitto tutti i razzisti che si ostinavano imperterriti a mettere mille paletti e fare mille obiezioni.

In tutta Europa si è fatta strada in poche ore l’idea che i tanto bistrattati migranti sono il toccasana per il ripopolamento delle zone meno popolate del vecchio Continente. Ed è questo il refrain che si sente anche in Sardegna. Lo ha detto qualche giorno fa il responsabile della Caritas, don Marco Lai, e ieri lo ha ripetuto in tv l’europarlamentare e segretario regionale del Pd Renato Soru. Oggi in un’intervista a tutta pagina sull’Unione Sarda un esperto sostiene che per ripopolare la Sardegna servirebbero almeno 15 mila coppie fertili di migranti.

Eppure a far paura non è certamente la vera integrazione, non sono le coppie miste che ci sono sempre state e ci saranno sempre. Gli italiani e i sardi hanno dimostrato ampiamente quanto sanno essere solidali e ospitali.

A far paura è che la programmazione di questa nuova disposizione dei popoli nello scacchiere mondiale sia stata fatta a tavolino dai personaggi più influenti del pianeta che hanno deciso di spartirsi i migranti in base al loro ceto e al loro grado di istruzione per ovviare al calo demografico mondiale (determinato da chi, poi?).

A far paura è che ci stiano sempre più propinando l’idea menzognera che il Sud del mondo, in particolare l’Africa, sia una terra poverissima da cui si può soltanto scappare, magari per lasciarla sempre più in balia delle multinazionali che sfrutteranno senza ritegno le sue immense risorse come hanno fatto negli ultimi secoli.

E a far paura è soprattutto l’impressionante velocità con cui l’opinione pubblica è manipolabile con il sapiente utilizzo dei social media (facebook in particolare) dove bata parlare alla pancia della gente per istigare all’odio e all’intolleranza reciproca, dove si può veicolare qualsiasi notizia, anche quelle più false e tendenziose, e dove chi prova ad opporsi al pensiero unico dominante viene sitematicamente coperto di insulti. Dove ormai non ci si fa più alcuna remora. Neppure di strumentalizzare la morte di un piccolo angioletto di tre anni.

Di Alessandro Zorco

Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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