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Metano: la Sardegna deve essere protagonista

Zinco, piombo, alluminio, argento. Il sottosuolo della Sardegna, metano a parte, è sempre stato ricchissimo di metalli. Qualcuno ipotizza addirittura che Tartesso, la leggendaria “terra dei metalli” descritta dagli storici greci e romani di cui la Bibbia parla 25 volte, fosse proprio in Sardegna. Per anni l’estrazione di questi metalli è stata un grande business per le multinazionali. Così come il carbon fossile che a un certo punto pareva potesse essere la panacea di tutti i mali. A partire dall’Ottocento per quasi due secoli, con particolare vigore in epoca fascista, è andato in scena il grande business dell’estrazione del carbone nel Sulcis iglesiente. Poi, alla fine degli anni Novanta, nella nostra regione è arrivata anche l’età dell’oro. Il metallo più prezioso. Direttamente dal Klondike gli americani sono giunti con i loro setacci sulle colline di Furtei: sembrava che la Sardegna fosse diventata il nuovo Eldorado.

Adesso invece pare che sia giunta l’età del gas. Il gas metano. Rispolverando degli studi che per la verità pare fossero già noti dagli anni Sessanta all’Eni (Ente nazionale idrocarburi), una società di ricerche che fa gli interessi degli sceicchi del Qatar (quelli che hanno rilevato mezza Costa Smeralda) avrebbe rivelato che la Sardegna galleggia praticamente sopra un enorme giacimento di gas metano. Una ricchezza inestimabile che attenderebbe soltanto di essere estratta e sfruttata vantaggiosamente. Vantaggiosamente soprattutto per lo Stato e per i fortunati scopritori. E forse anche per i sardi, che quel gas metano da anni lo attendono per poter cucinare e potersi riscaldare la casa senza spendere una barca di soldi andando a comprare i bomboloni di gas propanato.

Il giacimento di metano

La cronaca proposta in questi giorni nei minimi dettagli dal quotidiano L’Unione Sarda racconta di un dossier super segreto che pare sia da prima dell’estate sulla scrivania del presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi. La notizia del giacimento di metano pare sia stata data solo successivamente al presidente della Regione Sardegna Francesco Pigliaru e ad altri eminenti politici isolani: il leader dell’opposizione ed ex governatore Ugo Cappellacci, l’europarlamentare Renato Soru, segretario del Pd sardo e anch’egli ex governatore e al presidente della Fondazione Banco di Sardegna Antonello Cabras (che anche lui ha presieduto la Regione sarda ed è persona competente in materia in quanto ingegnere minerario).

Sull’affare metano, che potrebbe essere veramente decisivo nel bene e nel male per le sorti della nostra regione, vige la massima segretezza. Ma perché oggi diventa di vitale importanza uno studio che risaliva agli anni Sessanta? Cosa è cambiato?

Il presidente Pigliaru continua ad affermare di non aver alcun dossier sul metano sulla sua scrivania. Da’ la sensazione di attendere gli eventi. Sembra cadere dalle nuvole, un po’ come fece a suo tempo Cappellacci quando ricevette da Berlusconi, durante un convegno pubblico alla Fiera di Cagliari, la notizia dello spostamento del G8 da la Maddalena all’Aquila.

Eppure su una faccenda dai contorni ancora molto dubbi come questa occorrerebbe la massima trasparenza e il massimo coinvolgimento delle forze buone della nostra regione. Certo, bisognerà rispettare le regole. Soprattutto bisognerà rispettare il decreto Sblocca Italia (o sblocca trivelle?) che nell’articolo 38 (contestatissimo dalle associazioni ambientaliste) attribuisce allo Stato la competenza primaria sulle questioni energetiche e lo sfruttamento del sottosuolo relegando alle regioni, anche quelle speciali, funzioni meramente amministrative da semplici passacarte.

Ma è una coincidenza che il giacimento di metano sardo, conosciuto a quanto pare sin dagli anni Sessanta, sia stato ufficialmente scoperto solo dopo lo Sblocca Italia? E che il dossier che lo riguarda sia finito immediatamente sulla scrivania di Matteo Renzi?

E’ chiaro che la questione, ben lungi dall’essere soltanto amministrativa, ha una forte valenza politica. Soprattutto in una regione che, come la Sardegna, ha un territorio che è stato negli anni abbondantemente sfruttato e devastato.

La Sardegna non si può più permettere di lasciare ancora nelle mani delle potenti multinazionali l’uso del suo territorio. Abbiamo sotto gli occhi i risultati di quel che è successo negli ultimi secoli. Le industrie pesanti per l’estrazione dei metalli e del carbon fossile hanno lasciato solo inquinamento, devastazione e disoccupazione. Oggi il Sulcis Iglesiente, grazie a politiche industriali assolutamente scellerate avviate negli anni Sessanta, è diventato la provincia più povera d’Italia. E l’estrazione dell’oro, lasciata al buon cuore della americana Sardinia Gold Mining che una volta finite le estrazioni avrebbe dovuto bonificare il territorio di Furtei, ci ha regalato solo un enorme lago di cianuro che sta lentamente pervadendo le falde acquifere.

Oggi la popolazione e le istituzioni dell’Oristanese stanno facendo le barricate contro il progetto Eleonora della Saras, che voleva scavare un pozzo esplorativo per cercare anch’essa il gas metano ad Arborea.

Non è dato sapere se il giacimento di metano scoperto dalla Saras ad Arborea è lo stesso che hanno scoperto qualche mese fa gli sceicchi in Costa Smeralda. Viste le dimensioni potrebbe essere lo stesso. Quel che è certo, però, è che al progetto della Saras la Regione sarda, esercitando le sue prerogative amministrative, non ha concesso la valutazione di impatto ambientale ingaggiando una battaglia legale davanti al Tar.

Ma ora come si comporteranno i nostri rappresentanti regionali, quel centrosinistra che alcuni anni fa accusava il centrodestra di Cappellacci di mettersi il turbante per chiedere l’elemosina ai ricchi emiri arabi, davanti alle pressioni del Governo, dell’Eni e degli sceicchi del Qatar? Forse le trivelle e le royalities degli sceicchi sono diverse e più eco-sostenibili di quelle della Saras?

Ecco perché è opportuno restare con gli occhi aperti e non farsi abbagliare dalla ricchezza facile prospettata da una società che non fa certamente gli interessi della Sardegna, ma quelli del Qatar.

E’ invece necessario che la Regione Sardegna tiri fuori gli attributi e diventi protagonista di questa partita in cui – potrebbe essere in gioco davvero il futuro della nostra regione – dovranno necessariamente poter scendere in campo le imprese sarde e dovrà essere tutelato al massimo un territorio già abbondantemente sfruttato.

Non abbiamo bisogno di altre multinazionali che saccheggino scriteriatamente le nostre ricchezze. Lo hanno già fatto. Ma abbiamo bisogno di iniziative imprenditoriali sostenibili che creino sviluppo e posti di lavoro mettendo in moto tutti quei finanziamenti europei che non vengono utilizzati bene da chi ci governa. Abbiamo un gran bisogno di programmi e di buoni progetti. E probabilmente abbiamo bisogno anche di metano, quello stesso metano che per tanti anni avremmo voluto far arrivare dall’Algeria.

La possibilità di sfruttare responsabilmente una risorsa naturale non deve essere comunque demonizzata. L’importante è che chi ci rappresenta non dia carta bianca ai soliti pirati abituati a depredarci da centinaia d’anni senza alcuna reazione.

E’ ora che chi ci rappresenta alzi la testa e non accetti passivamente le decisioni altrui. Sia che arrivino da Roma che dal Qatar. Ed è ora che i sardi pretendano di essere finalmente padroni in casa loro. Come hanno fatto giustamente protestando contro le trivelle ad Arborea. E pretendano dai loro rappresentanti programmi seri per lo sviluppo sostenibile del territorio e la creazione di posti di lavoro. Senza accontentarsi delle royalities concesse da chi probabilmente ha solo l’interesse di sventrare la nostra terra, estrarre ciò che contiene e lasciarci solo i buchi. Di buchi sul suo territorio la Sardegna ne ha purtroppo fin troppi.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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