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Casamonica e la mafia della vita quotidiana

Le note del Padrino diffuse nell’aria, le carrozze nere tirate dai cavalli, le rolls royce, l’elicottero in cielo a inondare di petali tutto il rione e la gigantografia del boss appiccicata alla facciata della chiesa dedicata a don Bosco. Qualche giorno fa tutta l’Italia si è scandalizzata per i funerali show in stile mafioso di Vittorio Casamonica, il re di Roma, capostipite di una famiglia di origini nomadi (ma non è importante) che, a quanto pare, faceva il bello e il cattivo tempo nella Capitale. Per qualche giorno le immagini del funerale di Casamonica hanno infiammato un dibattito, che soprattutto sui social network si è immediatamente spento per fare spazio ad altri motivi di indignazione a comando.

Eppure dal funerale pacchiano e grossolano con cui è stato celebrato il boss Casamonica è arrivato un importante messaggio. Quel funerale è stato una grande provocazione, una gigantesca presa in giro per il nostro Stato impotente contro la mafia. Lo Stato non riesce a far nulla contro il malaffare e la corruzione? Allora la mafia, che ormai sa bene di poter fare impunemente tutto quello che vuole, lo ostenta in un modo grottesco e provocatorio.

Il messaggio di Casamonica

Dopo i primi anni Novanta, quando il brutale sterminio del pool antimafia guidato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ha soffocato l’inchiesta avviata a Palermo, è calato un imbarazzante silenzio sulla trattativa Stato-Mafia su cui stavano indagando i due coraggiosi magistrati. La lotta alla mafia ha ceduto il passo alla lotta alla corruzione che ammorbava e ammorba tuttora la nostra amministrazione pubblica. Come se si trattasse di due fenomeni diversi!

CasamonicaMa il terremoto di “mani pulite” e la fine di quella che è stata definita la “prima Repubblica” hanno dato vita a repubbliche ancora più corrotte e colluse delle precedenti.

Eravamo abituati ad una mafia che parlava il dialetto siciliano e per sopprimere i nemici usava autobombe imbottite di tritolo. Ma poi abbiamo scoperto che lo stile mafioso è uno stile che si può esportare. Mafia e corruzione si sono gradualmente e inesorabilmente impossessate del sistema degli appalti pubblici e hanno preso anche altri accenti. In Abruzzo, come in altre parti d’Italia, la mafia ha lucrato, ridendo beffarda, sui terremoti che hanno messo in ginocchio centinaia di migliaia di famiglie.

Improvvisamente poco tempo fa, molto prima del funerale di Vittorio Casamonica, abbiamo scoperto che la mafia sa parlare bene anche il romanesco.

Roma Capitale ci ha fatto scoprire che si può lucrare anche sulla pelle dei disperati migranti che arrivano in Italia. Che il lupo si sa travestire molto bene da agnello e che anche la solidarietà si può trasformare in un grande business. Basta, come al solito, la connivenza delle persone giuste. Quelle che in cambio di un po’ di denaro sono disposte ad omettere di fare il proprio dovere. E basta il silenzio di chi ha paura di parlare.

Eravamo convinti che la mafia fosse soltanto una questione siciliana. Volevamo credere a quell’abusato luogo comune. Ci faceva comodo crederci. Invece abbiamo scoperto che la mafia si può esportare facilmente. E per chi non ha scrupoli i poveri disgraziati, di qualunque nazionalità siano, possono essere un’ottima fonte di guadagno.

L’affare dei migranti, in questo drammatico esodo biblico dall’Africa, fa gola a tanti. E anche qui da noi in Sardegna ora ci chiediamo, quasi come fosse un destino ineluttabile, chi sarà a lucrare su quegli esseri umani impauriti. Diamo ormai quasi per scontato il fatto che su quei 35 euro per ogni disgraziato che arriva in Sardegna dalle coste africane, qualcuno ci voglia fare la cresta. E in fondo diamo per scontato che la mafia abbia imparato anche parlare il sardo. Anche se non è un dialetto ma è una lingua.

Perché, diciamolo chiaramente, ormai alla disonestà e alla corruzione ci siamo abituati. Quasi non ci scandalizzano più. Come diceva Paolo Borsellino, la mafia è una questione soprattutto culturale. Un modo di essere. Si nutre di piccoli compromessi, di privilegi, di quei favori che si ricevono ma poi si devono restituire a caro prezzo. Si nutre delle scorciatoie utilizzate per scavalcare gli altri. Si nutre delle cose che facciamo perché tanto le fanno tutti e non c’è nulla di male. Sei uno scemo se non ne approfitti.

Eppure, finché non diremo no a un piccolo favore, che magari ci sembra insignificante; finché non rinunceremo a fare i furbi e prendere la scorciatoia per scavalcare gli altri, magari semplicemente per evitare una coda in ospedale; finché non diremo no a un sistema che a tutti i livelli e in tutti i settori premia la prepotenza e l’ingiustizia e non il merito, le cose non potranno cambiare di una virgola. Siamo noi, con i nostri comportamenti, i primi ad avallare lo stile mafioso.

CasamonicaAllora non scandalizziamoci per le rolls royce al funerale di Vittorio Casamonica. Scandalizziamoci invece delle nostre omissioni, dei nostri silenzi colpevoli. Di quelle azioni che abbiamo messo in un cantuccio della nostra coscienza perché sotto sotto ci vergogniamo di averle fatte. Scandalizziamoci per quella volta che abbiamo fatto la telefonata a quell’amico potente pensando che non ci fosse niente di male e che “tanto lo fanno tutti”. Scandalizziamoci di quelle volte in cui non abbiamo ascoltato la nostra coscienza e abbiamo arraffato quel che c’era da arraffare, senza pensare al mondo corrotto che stiamo lasciando ai nostri figli.

Non scandalizziamoci tanto per la famiglia Casamonica e per i suoi funerali. Scandalizziamoci per il funerale che stiamo facendo alla nostra coscienza e per il nostro silenzio colpevole. Perché anche il silenzio è mafia.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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