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Voyager, una sola domanda sulla storia sarda

Oltre undicimila condivisioni sui social network e decine di migliaia di visualizzazioni per una riflessione nata dalla puntata monografica di Voyager sulla storia sarda è un dato che fa pensare. Soprattutto se si tratta della riflessione di un profano che non nasce da elucubrazioni scientifiche, ma da un semplice dato empirico. Lunedì sera le immagini di Rai Due hanno impietosamente inquadrato tanti siti archeologici della Sardegna. Definirli poco valorizzati è un eufemismo. Se vogliamo essere veritieri e realistici dobbiamo ammettere che quei siti erano desolati, completamente abbandonati a se stessi. Altrettanto impietosamente le telecamere di Voyager hanno fatto vedere altri siti archeologici, in altri paesi del mondo, in cui reperti molto meno importanti e antichi di quelli sardi sono stati valorizzati e sono assurti ad attrazioni di livello mondiale.

È ovvio che quei riflettori puntati hanno fatto molto male. Quelle immagini, e non tanto le ricostruzioni a volte fantasiose fatte durante la trasmissione, hanno fatto sorgere spontaneamente una domanda: perché la Sardegna non riesce a valorizzare il suo enorme patrimonio storico e archeologico?

Perchè questa coltre di silenzio sulla storia sarda antica?

Molti hanno preferito non rispondere a quella domanda fatta a milioni di spettatori completamente avulsi dalle vicende e dai meccanismi che governano l’archeologia e la storia sarda: hanno preferito buttarla in caciara, sostenendo che Voyager ha sparato una marea di sciocchezze.

Troppo facile.

Valorizzare la storia sarda

Riformuliamo la domanda: perché la Sardegna non riesce a valorizzare il suo enorme patrimonio storico e archeologico? Di chi sono le responsabilità?

È una domanda alla quale dovrebbe saper rispondere innanzitutto chi ha guardato con la puzza sotto il naso una trasmissione senza alcuna pretesa scientifica come  Voyager. Gli esperti di archeologia, gli scienziati che dall’alto del loro sapere sostengono che la trasmissione di Giacobbo abbia raccontato soltanto frottole, dovrebbero saper dire cosa è andato storto in questi anni in Sardegna.

Magari potrebbero raccontare che cosa hanno fatto loro per aiutare l’archeologia e la storia sarda ad essere conosciute nel mondo.

Hanno divulgato la loro scienza rendendola fruibile anche ai comuni mortali oppure l’hanno rinchiusa con il chiavistello nelle loro torri d’avorio accademiche? L’hanno condivisa anche con i meno colti o l’hanno utilizzata soltanto per redigere delle pubblicazioni scientifiche che gli hanno procurato fama e potere negli ambienti accademici?

Perché le responsabilità di questo grande silenzio sulla storia sarda sono molteplici.

Certamente ci sono enormi responsabilità in una classe politica che in questi sessant’anni non ha mai saputo promuovere la Sardegna come terra dall’immenso patrimonio storico e archeologico.

Ma ci sono anche responsabilità degli addetti ai lavori. La domanda di cui sopra infatti deve essere posta soprattutto agli esperti dell’archeologia isolana, agli scienziati che custodiscono i segreti della storia sarda antica. Perché più che di intellettuali rinchiusi nelle loro torri d’avorio che pensano alla gloria delle aule accademiche, la Sardegna ha bisogno di studiosi generosi e competenti che sappiano mettere il loro sapere a disposizione della comunità.

La cultura è fatta per essere divulgata, per essere condivisa. Correttamente, ma condivisa. Se è rinchiusa nelle torri d’avorio e viene utilizzata solo per la gloria personale, la cultura muore di asfissia.

Come quei siti archeologici che le telecamere di Voyager hanno inquadrato lunedì sera. In prima serata su RaiDue. Con un’audience di milioni di spettatori che, comunque, hanno potuto sapere, perché probabilmente nessuno finora glielo aveva mai detto, che la Sardegna non è solo fatta di bellissime spiagge e di calette dove il mare è trasparente e che si possono visitare solo nei mesi estivi. La Sardegna è anche cultura millenaria, storia e archeologia. E possiede siti archeologici che, opportunamente valorizzati e divulgati, possono essere visitati in ogni parte dell’anno e possono essere un ottimo volano di sviluppo e crescita economica per la nostra regione. Possono essere fonte di lavoro.

Ma le responsabilità di questo silenzio è anche del popolo sardo, di tutti noi che non abbiamo saputo valorizzare e difendere la nostra storia millenaria. Come rispondiamo noi a questa domanda? Cosa abbiamo fatto per conoscere, divulgare, amare la storia sarda e le nostre tradizioni? Con la superbia e la puzza sotto il naso non si va da nessuna parte. Bisogna essere umili, rimboccarsi le maniche e lavorare insieme. Per la Sardegna.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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