Rai

Nonostante il forte sole dell’estate, sulla Rai sembrano addensarsi molte nuvole. A qualche giorno dalla selezione di Bastia Umbra, mentre a Saxa Rubra iniziano a confluire i primi giornalisti che dopo aver superato il quizzone devono affrontare la prova pratica, quei cento posti a tempo determinato, che parevano il preludio all’ingresso trionfale nella tv di Stato di cento nuovi mezzibusti, non sembrano più un porto tanto sicuro. Per lo meno non fa presagire nulla di buono il progetto di accorpamento delle sedi regionali della Rai previsto dal decreto legge 66 del 2014 che ha tagliato drasticamente le risorse pubbliche destinate dal Governo Renzi a Mamma Rai: ben 150 milioni di euro.

I tagli del Governo alla Rai

Oltre ad usare l’accetta tagliando le sedi regionali, le nuove norme – Matteo Renzi lo aveva annunciato da tempo – prevedono che quei 150 milioni di euro – parte di un canone che molti italiani continuano ad evadere (oggi è una tassa sul possesso della tv ma probabilmente diventerà obbligatoria e non è escluso che venga fatta pagare  con la bolletta elettrica) – vengano recuperati dalla cessione di parte delle quote di Rai Way, la società controllata che gestisce le torri di trasmissione della Rai.

Con i suoi 2.300 siti, le sue 23 sedi in ogni regione d’Italia, 600 dipendenti (valore economico stimato intorno ai 600 milioni), Rai Way è una infrastruttura essenziale, il presupposto fondamentale perché la Rai continui a garantire su tutto il territorio nazionale le prestazioni che devono essere erogate dalla concessionaria del servizio pubblico.

Su questo progetto di smantellamento della Rai sul territorio ha preso una netta posizione contraria l’Usigrai, il sindacato interno dei giornalisti della Rai. E qualche mese fa anche le associazioni stampa delle Regioni e province speciali hanno elaborato un documento in cui spiegano che la presenza della Rai sul territorio è un “elemento chiave del futuro”.

Ecco perché lo smantellamento delle sedi regionali (la storica Rai Sardegna dovrebbe essere accorpata alle sedi della Sicilia e dell’Abruzzo) e la cessione delle quote di Rai Way non fanno presagire nulla di buono per il futuro della Rai.

In particolare queste operazioni sembrano strettamente connesse alla scadenza della convenzione per il servizio pubblico radiotelevisivo tra Stato e Rai Spa prevista per il prossimo maggio 2016.

In base alla cosiddetta legge Gasparri il 6 maggio dell’anno prossimo scadrà infatti la convenzione per la concessione del servizio pubblico e non è escluso che per la riassegnazione dell’appalto (è una scadenza e non un rinnovo) si debba procedere ad una gara pubblica. Non è neppure escluso che l’assegnazione della concessione del servizio pubblico radiotelevisivo possa essere scorporata e, a livello regionale, per l’assegnazione del servizio possano concorrere le emittenti private locali, notoriamente penalizzate dal passaggio al digitale terrestre che negli anni scorsi ha portato ad una netta retrocessione della loro posizione nel telecomando degli italiani.

Nella battaglia per l’apertura della concessione del servizio pubblico a livello regionale  – lo spiega bene il segretario nazionale dell’Usigrai Vittorio Di Trapani in questa lezione sul servizio pubblico radiotelevisivo – sono da tempo in prima linea alcune tra le principali tv private italiane: soprattutto il ligure Primo Canale, che ha presentato anche una proposta alla Camera dei Deputati, e la sarda Videolina, che sta faticosamente uscendo da un momento di grande difficoltà economica (i tecnici sono ancora sotto contratto di solidarietà e i giornalisti ne sono appena usciti). Insomma il sistema radiotelevisivo privato avrebbe sicuramente una boccata di ossigeno da una quota delle risorse provenienti dal canone televisivo e si sta giocando tutte le carte per essere della partita.

In questo periodo in tutta Italia le forze politiche dell’opposizione stanno scendendo in campo contro l’accorpamento delle sedi regionali Rai per la difesa del pluralismo dell’informazione. In Sardegna, ad esempio, gli esponenti di Forza Italia in Consiglio regionale hanno presentato ieri un’interpellanza sulla soppressione della sede Rai della Sardegna che, nei progetti del Governo, pare debba essere accorpata a quella siciliana e a quella abruzzese. Peccato che abbiano presentato questa interpellanza a una Giunta regionale che (ne abbiamo parlato nel post Rai Sardegna, un patrimonio da difendere) non ha ancora neppure firmato la convenzione regionale che consentirebbe alla Rai sarda di riprendere a produrre i programmi radiofonici dedicati alla valorizzazione della lingua e della cultura sarda.

Nei giorni scorsi il direttivo dell’Assostampa sarda e il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Sardegna si sono confrontati con i rappresentanti delle istituzioni sarde nella sede Rai di Sassari sottolineando con forza la “necessità di tutelare e anzi irrobustire la presenza della Rai sul territorio e raggiungere una convenzione col Servizio pubblico che rispetti e valorizzi le specificità dell’Isola, come d’altronde avviene con le altre Regioni a Statuto speciale“.

L’attenzione sul servizio pubblico a rischio smantellamento è dunque molto alta.

Le nuove assunzioni previste in Rai hanno un senso se serviranno ad implementare le redazioni locali che oggi spesso non riescono a seguire tutti gli eventi a livello territoriale. Se serviranno ad inserire negli organici dei giornalisti che conoscono bene le dinamiche sociali, politiche ed economiche della loro regione per averci  sempre lavorato. Hanno un senso se serviranno ad incrementare la programmazione televisiva che nelle singole regioni è stata tagliata da anni e a valorizzare le tante cose belle che ogni territorio italiano ha da raccontare.

Ma il Governo Renzi non sembra avere alcuna intenzione di implementare il servizio pubblico fornito dalla Rai a livello territoriale. Anzi. Il rischio – concreto – è che tra un anno il servizio pubblico radiotelevisivo italiano venga ridotto ai minimi termini o addirittura spacchettato a livello locale. E che quel sogno di entrare in Rai che ha accomunato tutti noi che abbiamo partecipato alla prima scrematura di Bastia Umbra, ammessi o meno, debba essere un po’ ridimensionato. Il 2016 potrebbe portare molte sorprese.

Di Alessandro Zorco

Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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