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La luce di Torino: un pellegrinaggio alla Sindone

Quello che ci aspettiamo da un viaggio è che ci cambi dentro. Che ci insegni qualcosa che possiamo riportare a casa e coltivare dentro l’anima. Qualcosa che ci faccia diventare un po’ migliori. Quello che conservo nel cuore del breve pellegrinaggio fatto a Torino per vedere la Sindone è la luce. La luce che fendeva il soffitto quando siamo entrati per caso in una chiesa del centro e abbiamo assistito al battesimo di tre bambini della comunità francofona torinese. La stessa luce che a Superga filtrava nella cripta delle tombe dei re sabaudi, dove una guida che parlava come Dario Fo ci ha raccontato la storia della dinastia dei Savoia. O quella che filtrava tra i rami nel viottolo che portava al luogo dove nel ‘49 è precipitato l’aereo che trasportava i campioni d’Italia del grande Torino. Ma anche la luce delle migliaia di candele accese la notte della processione chilometrica per la festa di Maria Ausiliatrice. E quella della cripta di Valdocco dove don Bosco, ragazzino, fece il sogno che ha cambiato la sua vita e quella di centinaia di ragazzi di tutto il mondo. La luce. Gli scienziati dicono che è stata una grande luce quella che ha permesso alla figura dell’uomo della Sindone di imprimersi su quel lenzuolo di lino che, dopo essere stati accuratamente perquisiti, abbiamo ammirato per qualche minuto nel Duomo di Torino.

Un viaggio a Torino

La continuità territoriale è una delle maggiori croci per noi sardi. Non mi sono meravigliato quando, pochi giorni prima di partire, Ryanair mi ha comunicato che il volo Cagliari-Cuneo-Cagliari che avevo prenotato era stato soppresso. Fortunatamente abbiamo trovato posto per Orio al Serio e la tappa iniziale nella Bergamasca ci ha permesso di tornare a Ghiaie di Bonate (dove nel 1944 la piccola Adelaide Roncalli disse di aver visto la Madonna) e di visitare Sotto il Monte, il paese natale di Giovanni XXIII.

E’ strana la vita. Giuseppe Angelo Roncalli era figlio di povera gente, i genitori erano contadini che facevano i mezzadri per una famiglia di ricchi possidenti. Non avevano nulla. Erano talmente poveri che a ventuno anni, appena diventato maggiorenne, Giuseppe Angelo era stato dichiarato ufficialmente “miserabile” dal sindaco di Sotto il Monte: il suo “certificato di miserabilità” è incorniciato nella piccola casetta in cui è vissuto da ragazzino insieme ai genitori. Eppure, siccome i disegni di Dio sono imperscrutabili, quel ragazzo “miserabile” è diventato Giovanni XXIII, il Papa Buono.

A Torino siamo arrivati nel pomeriggio. Dopo aver incontrato Laura, la nostra padrona di casa, abbiamo scoperto che alloggiavamo vicino a Valdocco.

Valdocco era un rione malfamato e paludoso di Torino quando don Giovanni Bosco fondò il primo oratorio su un terreno che gli era stato regalato dalla famiglia Pinardi. Dove c’era solo una tettoia oggi c’è la casa madre dei Salesiani e soprattutto sorge l’enorme basilica di Maria Ausiliatrice in cui quest’anno, in occasione dell’Ostensione della Sindone, è stata aperta anche la cripta con la Cappella dell’Apparizione.

Da ragazzo Don Bosco aveva sognato che la Madonna gli indicava con il piede il punto esatto dove sarebbe dovuta sorgere una grande chiesa intitolata a “Maria ausilio dei cristiani”. Successivamente si scoprì che in quel punto, nel 297, i romani avevano ucciso i martiri torinesi Ottavio e Avventore (era in tre ma il terzo, Solutore, era riuscito a scappare ad Ivrea dove era stato ucciso un anno dopo). Per capirci, Valdocco – che significa in latino vallis occisorum – era il luogo in cui i romani giustiziavano i cristiani condannati a morte. Ed oggi nella cripta della Basilica di Maria Ausiliatrice sono conservate le reliquie di circa tremila martiri per la fede.

Torino è una città multietnica. A volte, soprattutto quando la periferia diventa una specie di zona franca per la criminalità, quello degli stranieri è un mondo a se stante che fa paura. Ma altre volte le culture e le razze riescono ad intrecciarsi. Come nella basilica di Santa Croce, intitolata ai santi Maurizio e Lazzaro, dove una volta alla settimana si riunisce la comunità francofona. Quando siamo entrati, quasi per caso, un raggio di luce illuminava la chiesa dove dove tre bambini di colore erano stati appena battezzati. Credo che mi resterà a lungo impressa la gioia di quei canti e di quei colori. Il sorriso di quel sacerdote vestito di rosso che ci ha porto l’ostia: la comunione ha tanti colori e tante lingue.

Torino è una città piena di storia. In questo periodo migliaia i volontari illustrano ogni giorno ai visitatori il suo patrimonio di opere d’arte. Con una passione e una competenza che colpiscono. E che probabilmente dovrebbero essere presi come esempio dalle regioni che vogliono realmente puntare sul turismo e sulla cultura.

Torino SupergaA pochi chilometri dalla città c’è la collina di Superga. Per gli sportivi è il luogo della tragedia aerea in cui nel ’49 morirono i campioni d’Italia del grande Torino. Ma è soprattutto la sede di una grande e bellissima basilica che per anni è stata desolatamente abbandonata (basta vedere le colonne piene di scritte).

La basilica di Superga è stata fondata dal duca Vittorio Amedeo II di Savoia dopo la battaglia di Torino nel 1706. Assediato dal forte esercito franco-spagnolo, il duca era salito sul colle di Superga insieme al cugino Eugenio di Savoia – Soissons e aveva fatto un voto alla Vergine Maria: nel caso, per la verità abbastanza remoto, di vittoria, avrebbe fatto costruire un santuario in suo onore.

La storia racconta che i Savoia riuscirono a vincere e a difendere Torino dall’assedio. E oggi nei sotterranei della grande basilica di Superga fatta costruire da Vittorio Amedeo II ci sono le tombe dei re Savoia, dallo stesso Vittorio Amedeo a gli ultimi successori. C’è anche Carlo Alberto, promulgatore dello Statuto Albertino che per cent’anni è stato la carta costituzionale italiana. In vita pare fosse alto oltre due metri e camminasse un po’ dinoccolato: per questo, oltre che per la sua indecisione, era soprannominato Re Tentenna. Alla fine è stato seppellito in una tomba troppo piccola per lui, con le ginocchia rannicchiate per mancanza di spazio.

Nella cripta di Superga la storia dei Savoia – magistralmente interpretata da una guida che sembrava Dario Fo – si intreccia a doppia mandata a quella della Sardegna. Tra i re seppelliti là sotto c’è anche Vittorio Emanuele, esiliato a Cagliari, nel Palazzo Regio, con tutta la famiglia reale dal 1806 al 1814.

Quello spazio freddo dove la luce entra a mala pena, quelle statue bellissime e quei marmi preziosissimi sono l’emblema della caducità della ricchezza e della gloria umana. Puoi essere un grande re o un grande campione dello sport, come poco lontano testimonia la lapide ai calciatori caduti a Superga mentre tornavano da una trasferta, ma basta nulla e tutto finisce. Al contrario, le grandi opere che nascono dalla fede e trovano in Dio il loro artefice sfuggono alle insidie del tempo e durano nei secoli. Dio abbassa i potenti e innalza gli umili. Come ha fatto rendendo santo Giuseppe Angelo Roncalli che la visuale degli uomini aveva definito “miserabile”.

Quello che ci aspettiamo da un viaggio è che ci cambi dentro. Che ci cambi la prospettiva, ci insegni qualcosa da riportare a casa e coltivare silenziosamente dentro l’anima. Per questo, come tanti milioni di pellegrini che arrivano a Torino da tutto il mondo, l’ultimo giorno di permanenza, dopo esserci sottoposti ad accurate perquisizioni, ci siamo messi in fila per guardare quel telo di lino che porta impresse le sofferenze dell’uomo della Sindone. Personalmente non ho sentito grandi emozioni stando là davanti, anche perché studiando la Sindone mi ero già immerso nel mistero di quella sofferenza. Nei singoli segni della passione che ha portato quell’uomo alla morte. Nel suo sangue e nelle ferite che hanno tappezzato il suo corpo.

Ma in quell’ultima tappa del nostro viaggio a Torino, nella penombra in cui siamo stati immersi per una decina di minuti davanti alla Sindone, è come se a mia insaputa mi fosse rimasta impressa dentro l’anima una luce profonda. Una luce che comprende tutto. Dalla A alla Z. Dalla storia di Papa Giovanni XXIII al sogno di Don Bosco e al suo impegno per i ragazzi poveri a Valdocco. Dalla musica africana cantata nella chiesa del centro di Torino dove sono stati battezzati quei tre bambini ai sorrisi delle persone incontrate durante questo breve viaggio. Ci sono le reliquie di tutti quei martiri e la miseria incontrata nelle periferie torinesi, dove la notte fa un po’ paura. Ci sono persino l’enorme bistecca impanata che, quando eravamo affamati, ci hanno servito nella trattoria di Superga e il “bicerin”, la bevanda a base di panna, caffè e cioccolata con cui faceva colazione il conte di Cavour e che oggi si può ancora bere di fronte alla chiesa della Consolata. E’ una luce che illumina tutto e che tutto riesce a cambiare. Dando una ragione e un senso anche a quello che apparentemente sembra non avere senso.

 

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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