silenzio

Nel giugno del 2013 Erdem Gunduz, un giovane artista di strada turco, rimanendo in silenzio in piedi per sei ore è diventato l’emblema della rivolta del popolo turco contro l’autoritarismo del presidente Erdogan. D’altronde, secondo l’esempio di Gandhi la protesta in silenzio è stata sempre il simbolo della non-violenza, della disobbedienza civile e della ribellione pacifica al potere costituito. È stata usata negli anni Ottanta per protestare contro i missili nucleari che la Nato voleva installare in Europa e negli anni Novanta per dire no alla Guerra del Golfo voluta dall’America. La lotta in silenzio è stata scelta anche dalle Donne in nero, il movimento di donne ebreo-israeliane nato nel 1988 a Gerusalemme per protestare contro l’occupazione delle terre palestinesi e contro l’oppressione del popolo palestinese da parte del governo israeliano. Da sempre il silenzio è stato un’arma potente da usare contro ogni regime oppressivo e contro ogni forma di mafia.

Il silenzio non ha colore, non ha sesso, non ha religione. Non è né di destra né di sinistra. Ecco perché non meraviglia la reazione scomposta suscitata nell’opinione pubblica dalle veglie del movimento non violento delle Sentinelle in piedi. Ogni volta che scende in piazza questo gruppo di famiglie, spesso con i figli appresso come accadeva alle donne di Gerusalemme, il silenzio diventa talmente assordante che per qualcuno diventa necessario combatterlo con qualche chiassosa contromanifestazione.

E’ paradossale come la nostra società schizofrenica sia in grado di accettare le espressioni della libertà più quando sono sguaiate, scurrili e violente che quando sono pacifiche e silenziose. Siamo tutti Charlie pronti a manifestare per difendere il diritto di insultare e diffamare, ma non siamo in grado di accettare chi manifesta pacificamente in silenzio il proprio dissenso.

Le ragioni del silenzio

Molti di quelli che insultano gratuitamente e pesantemente il movimento delle Sentinelle in piedi dovrebbero fare uno sforzo suppletivo per provare a capire le loro ragioni in maniera intellettualmente onesta e senza pregiudizi. Perché il silenzio delle sentinelle in piedi non è rivolto, come vorrebbe far credere certa informazione, contro il diritto di ognuno a vivere come gli pare e piace la sua vita di coppia e ad impedire a qualcuno di avere gli stessi diritti degli altri. E’ rivolto contro alcune leggi (oggi ancora allo stato di disegni di legge) che, ben lungi dall’assicurare dei diritti, serviranno come grimaldello per annientare i diritti di chi non si può difendere.

E’ a favore della vita umana che non può essere oggetto di compravendita come avverrebbe se fosse sdoganata la cosiddetta stepchild adoption (in termini crudi l’utero in affitto). E’ a favore di quelle mamme che nei paesi più poveri vengono sfruttate da chi ha soldi e potere per sfornare dei figli che gli saranno strappati dal seno. Nel silenzio, quello sì assordante, delle sedicenti femministe che evidentemente preferiscono difendere le donne e gli uomini ricchi piuttosto che le poveracce.

Il silenzio delle sentinelle in piedi è rivolto contro uno Stato che continua a non aiutare le famiglie che con fatica e sacrificio portano in grembo il futuro dell’Italia. E’ contro il pensiero unidirezionale che fa finta di esaltare la libertà, ma condanna e tappa la bocca a chiunque la pensa diversamente. E che ci vorrebbe tutti omologati con tanto di etichetta.

Il silenzio, in una società che usa troppe parole a sproposito, è spesso l’unica risposta ad ogni forma di totalitarismo e ingiustizia. Anche a quelli abilmente camuffati da progresso. E’ l’unica risposta possibile alle menzogne, alle accuse, agli insulti gratuiti, alle provocazioni e alle interviste pilotate. E’ lo stesso metodo che ha utilizzato due anni fa l’artista di strada turco che per sei ore è rimasto dritto in piedi contro l’autoritarismo del Governo di Erdogan. E’ lo stesso metodo usato dalle Donne in nero israeliane che ogni venerdì a Gerusalemme protestavano contro gli abusi del loro governo verso i loro fratelli palestinesi. E’ il metodo con cui nel 2007 i Frati Minori di Tolosa, ideando i “Cerchi di silenzio”, hanno denunciato il pessimo trattamento degli immigrati che arrivavano nel centro di permanenza di Tolosa. Ed è lo stesso metodo usato – prima ancora che dal Mahatma Gandhi nella sua battaglia per l’indipendenza dell’India – da quell’uomo che duemila anni fa era stato accusato ingiustamente da dei bigotti sacerdoti farisei che lo hanno umiliato, deriso e schiaffeggiato prima di condannarlo a morire in croce.

Di Alessandro Zorco

Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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