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Quando il calcio ci faceva ancora sognare

Otto anni sono un’età ragionevolmente giusta per appassionarsi morbosamente del gioco del calcio. Ho scoperto il calcio nel 1974, quando avevo appena compiuto proprio otto anni. Se per Messico ‘70 ero troppo piccolo per capire le regole di quello strano gioco, l’estate del 74, quando i Mondiali si giocarono in Germania Ovest, mi trovò finalmente pronto a recepire il mistero di 22 persone in mutande che rincorrevano un pallone. Allora la Rai trasmetteva tutte le partite. Non esistevano diritti televisivi, non esistevano pay-tv e il calcio era ancora il gioco più bello e democratico del mondo. Era talmente bello che quell’estate vedere tutte quelle partite mi creò una certa dipendenza. Le partite erano come il cioccolato, ne finiva una e non vedevo l’ora che ne iniziasse un’altra. Era un gioco talmente democratico che dopo quell’abbuffata calcistica decisi che avreiimparato a giocare anch’io. Ovviamente non chiesi a mio padre di andare ad una scuola calcio. Decisi di imparare da solo. In camera mia.

Il calcio visto dalla mia camera

Ho iniziato a giocare a pallone all’età di otto anni. Da solo in camera mia. Non avevo pallone. Mi allenavo con una palla di calze. L’allenamento tipo consisteva nel fare più palleggi possibile e poi sparare una bordata all’incrocio dei pali della porta. I palloni veri, il SuperTele e il San Siro, sono arrivati molto più tardi. Così come il pallone di cuoio. Era bellissimo. Me lo aveva regalato zio Gianni quando ero già al ginnasio. Ne andavo orgogliosissimo ma, improvvidamente, lo portai all’Ossigeno (una nota struttura sportiva cagliaritana) per disputare una partita del torneo scolastico. Mai portare il pallone nuovo ai tornei di calcio della scuola! O ve lo fottono o lo perdete. Il mio lo perse Bacchiddu, un mio avversario, difensore arcigno, che con un rinvio maldestro lo lanciò nei campi incolti dall’altra parte della recinzione. Quando andammo a recuperarlo a fine partita non lo trovammo. Il mio compagno di scuola mi promise che l’indomani avrebbe nuovamente scavalcato il muro dell’Ossigeno per cercare ancora. Qualche giorno dopo mi disse che lo aveva ritrovato e mi consegnò un pallone orribile e vecchissimo che non assomigliava neppure vagamente al mio. Quella è stata la prima vera fregatura che ho subito nella vita, se si eccettuano le figurine che mi avevano sbullato giocando a scalineddu sul marciapiede quando ero più piccolo.

Eppure le lunghe sessioni di allenamento avevano affinato le mie doti di calciatore. Il numero dei palleggi con la palla di calza aumentava sempre più. Quando mio fratello ebbe un’età calcisticamente matura, circa quattro-cinque anni, iniziai ad addestrarlo quotidianamente ad usare i piedi anziché le mani per lanciare la palla. Fu un addestramento difficile, ma quando apprese finalmente la lezione ci impadronimmo con la forza dell’andito di casa che divenne teatro di sfide memorabili, tra le urla di nostra madre disperata quando la palla frantumava qualche oggetto sulle mensole (cosa che capitava spesso).

I miei genitori, assecondando la mia insana passione per il calcio, all’età di dieci anni circa mi avevano regalato i due volumi che non dovevano assolutamente mancare nella biblioteca di un ragazzino che alla fine degli anni Settanta era appassionato di calcio. Il primo era la biografia di Pelè: “La mia vita il più bel gioco del mondo”. Il secondo era il Manuale del Gol dove erano disegnati e spiegati dettagliatamente gol fantastici tipo quello di Burlando, realizzato con un colpo di testa da centrocampo. Immancabile naturalmente era ogni anno la raccolta delle figurine dei calciatori Panini.

Il mio addestramento calcistico è proseguito alle elementari con le partite quotidiane all’Infanzia Lieta, in cinquanta dietro una pallina da tennis o spesso dietro una pigna, e poi alle scuole medie. Lì la mia carriera calcistica ha avuto uno stop perché all’Alfieri, la scuola che frequentavo, i miei compagni erano appassionati soprattutto di basket, sport nel quale ero negato. Nel frattempo continuavo ad allenarmi da solo con la palla di calza nella mia camera. Ero imbattibile. Arrivai a fare cento palleggi conclusi con l’immancabile bordata all’incrocio della porta.

Calcio terra battutaArrivato al ginnasio, al Dettori, iniziai a partecipare ai primi tornei scolastici, voglioso di esprimere le mie potenzialità calcistiche. La squadra della mia classe aveva la maglia dell’Astonvilla con i colori blu e granata. Colori che ho poi spesso vestito anche giocando ad hockey su prato con il Cus Cagliari. Io ero il numero otto. Con mio grande rammarico l’unica volta che mio padre è venuto a vedere una partita giocai in difesa e feci due autogol. Di testa. Successivamente papà non mi ha mai più visto giocare ed è tuttora convinto che io a calcio sia sempre stato una pippa stratosferica.

Al liceo l’ora di educazione fisica era una figata perché i professori ci lasciavano giocare: partite all’ultimo sangue nel campo da pallamano e spesso, anche in quel caso, vetri frantumati dalle pallonate. Non si giocava più con la pallina da tennis o la pigna. Ma con qualcosa di molto più professionale. Al Dettori giocavamo con degli strani palloni di gomma blu o rossi. Erano delle specie di palle mediche, molto più pesanti del pallone regolamentare. 

Erano palloni dalle traiettorie indecifrabili. Traiettorie come quella che riuscì ad imprimere una volta Gigi Medde. Gigi Medde non era molto forte a calcio e all’ora di educazione fisica giocava sempre con i mocassini e i jeans. Quella volta Gigi Medde ci cravò una puntera formidabile che rimase negli annali della scuola. Ricordo che la palla partì velocissima, prese una traiettoria incredibile tipo cartoni animati giapponesi per poi insaccarsi all’incrocio dei pali della porta da pallamano. La mia squadra perse con un gol di scarto e da quel momento capii che per avere successo, nella vita come nello sport, non bastano il sacrificio e l’allenamento costante. Bisogna avere anche molto culo.

Ripresi a praticare il calcio all’Università giocando ogni sabato con i miei amici. Nel campo in cemento dell’Amsicora, sotto il sole cocente dell’ora di pranzo,  oppure nei campi prima in terra battuta e poi in erba sintetica del Cus Cagliari, a Sa Duchessa. Pensavo che la tradizione della partita del sabato pomeriggio con gli amici sarebbe durata per tutta la vita, invece per motivi di vario genere quella prassi si è interrotta. La vita d’altronde è strana. Fa traiettorie imperscrutabili. La vita è un po’ come quella puntera di Gigi Medde.

calcio il manuale del gol

Tranne qualche partita di torneo in Coppa Retore e qualche disastrosa partecipazione a due o tre tornei di calcetto il mio rapporto con il calcio non è mai stato agonistico. Ho sempre e solo giocato per divertirmi. Il calcio è diventato anche argomento di studio quando negli anni Novanta, mentre scoppiavano i primi scandali del calcio scommesse, ho fatto la tesi in Diritto penale sulla Frode Sportiva. Reato quanto mai attuale anche in questo periodo.

Non mi piacciono gli imbrogli. Men che meno nello sport. L’essenza dello sport è l’incertezza, l’aleatorietà. La lealtà. Se no non è sport. Il bello dello sport sono i pronostici sovvertiti. È la squadra sulla carta più debole che, con l’entusiasmo è l’unità del suo spogliatoio, riesce a battere quella più forte e blasonata. Il calcio, come la vita, ha un senso se fa sognare, se mette in gioco le emozioni più pulite. Se c’è un po’ di giustizia. Per questo al calcio di oggi preferisco quello che mi ha fatto sognare quando avevo otto anni. Quando nello sport giravano meno soldi e più passione, quando non c’erano le aste per i diritti televisivi e il mercoledì la Rai trasmetteva tutte le partite di Coppa. Tutti potevano vederle, anche chi non aveva i soldi per abbonarsi a Sky. Quando ascoltavamo sudati alla radio Tutto il calcio minuto per minuto e poi riprendevamo a rincorrere il pallone. Quando di pomeriggio c’era  Novantesimo minuto presentato in studio da Paolo Valenti e di sera alla Domenica sportiva davano subito i servizi sulle partite di serie A e non ti massacravano per ore con parole e tatticismi inutili. Rimpiango il calcio di quel periodo e l’attaccamento dei giocatori alle loro maglie. Ma quel calcio è solo un ricordo. Come il mio pallone di cuoio perso da Bacchiddu in mezzo alle erbacce attorno all’Ossigeno e come l’incredibile puntera di Gigi Medde. Imprevedibile come è imprevedibile la vita.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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