stampa equo compenso

Un grido di dolore non deve essere mai soffocato. Anche se è una voce flebile rispetto a quella molto più squillante del potere costituito. Il dolore bisogna sempre ascoltarlo perché ci può insegnare tante cose. La nostra professione, la nostra deontologia di giornalisti liberi ci impone di dare ascolto soprattutto ai più deboli. Anche perché è proprio dalle voci minoritarie che spesso arriva il seme del cambiamento. I principi della libertà di stampa, della democrazia e del pluralismo dell’informazione, tutti quei bei concetti di cui molti si riempiono la bocca, impongono che venga dato ascolto alle voci minoritarie. Come quella di un ragazzo che si affaccia con entusiasmo e passione alla professione di giornalista e cerca nella stampa pluralismo, democrazia e autonomia.

Eppure troppo spesso libertà di stampa, pluralismo dell’informazione e democrazia sono diventate parole vuote. Relegate ai discorsi di circostanza. Da tempo la libertà di stampa, il pluralismo e la democrazia hanno lasciato questi luoghi. Hanno abbandonato le lobby, i centri di potere e le redazioni dei grandi giornali.

Oggi la libertà di stampa, il pluralismo e la democrazia hanno preso sempre più dimora nelle periferie del giornalismo. Abitano nella passione e nell’entusiasmo di quei colleghi che con coraggio continuano a lottare e lavorare in condizioni difficilissime spinti esclusivamente dalla loro passione. Abitano in chi vorrebbe partecipare e dire la sua, ma non ha i soldi per pagare la quota dell’Ordine per poter esprimere il suo voto. Oppure non ha i soldi per la benzina per arrivare a Cagliari, Sassari o Nuoro dal luogo in cui abita e lavora. La libertà di stampa abita in tutti quei giornalisti che vengono lasciati soli, abbandonati al loro destino da un sistema iniquo che ancora non riesce a valutare il merito e premia soltanto chi ha l’appoggio giusto.

Non basta lavorare in una redazione per essere veri giornalisti. Così come non basta andare in chiesa per essere veri cristiani. Bisogna credere, seguire fino in fondo la propria coscienza, appassionarsi del proprio mestiere. E soprattutto cercare di raccontare sempre la verità. Come ha fatto Fabrizio che al suo primo voto da giornalista pubblicista all’Ordine dei Giornalisti ha denunciato con grande coraggio quello che secondo lui non andava bene. Un esempio, che se vigessero veramente la libertà di stampa e il pluralismo dell’informazione, sarebbe stato da amplificare, da gridare forte. Da urlare per la sua grande onestà intellettuale e pulizia. Non da nascondere, come si è fatto.

La lettera alla stampa

Per la cronaca padre Fabrizio Congiu, sacerdote dei cappuccini e giovane pubblicista, sabato ha votato per la prima volta a Cagliari per il rinnovo del Consiglio regionale dell’Ordine dei Giornalisti della Sardegna.

Avendo riscontrato quelle che secondo lui sono delle anomalie del voto, padre Fabrizio ha ritenuto opportuno scrivere alla segreteria nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e al presidente dell’Odg Enzo Iacopino. Per conoscenza ha inviato all’agenzia ANSA la lettera in cui racconta la sua esperienza e fa alcune profonde riflessioni sul nostro mestiere e sulla nostra deontologia professionale. Ma il lancio dell’Ansa non è stato finora riportato dai principali quotidiani sardi.

Ecco il racconto di Padre Fabrizio Congiu:

“Appena sono arrivato ho pagato la tassa annuale e mi sono recato al seggio dove mi è stata porta la scheda elettorale. Mentre mi accingo a scrivere, subito una segretaria mi propone un nome da votare come revisore dei conti. Chiedo agli scrutatori la lista ufficiale dei candidati (che dovrebbe comprendere, in questo caso, tutti i pubblicisti) ma mi hanno risposto che non ve n’era e mi hanno passato un bigliettino un po’ sgualcito dove c’erano alcuni nomi da votare. Quindi ho chiesto agli scrutatori se questi erano i candidati ‘ufficiali’ e quasi tutti mi hanno risposto che si erano candidati solo loro. Dopo aver votato, ho chiamato un collega e gli ho chiesto se tutto questo era normale e lui mi ha risposto che è sempre stato così. Allora ho deciso di scrivere per raccontare la mia prima giornata di voto all’Ordine dei giornalisti della Sardegna. E mi sono venute in mente le parole del presidente uscente, Filippo Peretti, in occasione della relazione di fine mandato sabato scorso: ‘La crisi sta indebolendo il sistema complessivo dell’informazione, spetta innanzitutto ai giornalisti il compito di difendere e rafforzare l’autonomia e il ruolo di una professione essenziale in un sistema democratico’. Allora ho pensato che il miglior modo per difendere e rafforzare l’autonomia e il ruolo del giornalisti sarebbe innanzitutto quello di eleggere normalmente chi assume il compito di dirigere l’Ordine, in questo caso a livello regionale. Se le elezioni non vengono eseguite a norma di legge, e quindi non viene eletto democraticamente il direttivo dell’Ordine, difficilmente si potrà parlare di ‘sistema democratico’, tanto meno di difesa e rafforzamento del ruolo di giornalista”.

Di Alessandro Zorco

Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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