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Paolo Pomata e le mille provocazioni della Sindone

Provocazione per l’intelligenza, specchio del Vangelo, immagine della sofferenza umana. Sono le definizioni che nel 1998 Giovanni Paolo II, in visita a Torino per un’Ostensione straordinaria, dette della Sacra Sindone. Questi stessi concetti, la “magna charta” per chi vuole comprendere il mistero della Sindone, sono ripresi da Paolo Pomata, delegato per la Sardegna del Centro internazionale di Sindonologia di Torino quando nei suoi convegni parla del telo che, per i credenti, avvolse Gesù dopo la morte in Croce.

Carlofortino, 41 anni, Pomata sta girando tutta la Sardegna per raccontare ai sardi il significato spirituale, scientifico e umano del telo sacro. Durante i suoi convegni porta una copia della Sindone identica a quella che fino al prossimo 24 giugno sarà possibile ammirare nel Duomo di Torino.

«La Sindone – spiega Paolo Pomata intervistato a Radio Bonaria durante la trasmissione Cammino nel mondo – Storie di fede quotidiana – è il lenzuolo di lino che secondo la tradizione avrebbe avvolto il corpo di Gesù di Nazareth nel sepolcro di Gerusalemme. Questa identificazione è dovuta al fatto che sul lenzuolo c’è un’impronta di un corpo umano sul quale ci sono numerosi segni di ferite e di percosse. Più precisamente ferite da flagellazione e da inchiodamento, quindi da crocifissione. E ci sono anche delle ferite al capo date da piccole punture. E’ evidente perché quando questo lenzuolo è apparso nella storia l’uomo della Sindone è stato subito identificato con Gesù di Nazareth».

Nella storia della Sindone la fede si intreccia con la scienza. Se nel corso del tempo i credenti non hanno mai messo in dubbio l’autenticità del telo, gli scienziati, novelli San Tommaso, si sono posti continuamente il dubbio. Il dibattito scientifico è iniziato nel 1898 quando i Savoia, allora proprietari della Sindone, concessero a Secondo Pia, avvocato e fotografo dilettante di scattare una foto del telo. «Sviluppando il negativo di quella foto – racconta Pomata –  il fotografo ottenne un’immagine nettissima dell’uomo della Sindone. Da allora la scienza iniziò ad interessarsi di quell’oggetto che prima era stato lasciato alla venerazione dei credenti».

Paolo Pomata: la storia della Sindone

La Sindone compare per la prima volta nel 1356 in Francia. E’ un cavaliere, Geoffroy de Charny, che la deposita nella chiesa di Lirey. Prima di questo momento la storia del sacro telo è avvolta nel mistero. Ma si intreccia con quella di un altro telo, spesso ritratto dall’iconografia cristiana: il Mandylion, che recava l’immagine di Gesù Cristo e venne portato prima ad Edessa, in Turchia, e poi a Costantinopoli dove pare sia stato trafugato durante la quarta crociata.

Tornando ai dati storicamente accertati, la famiglia de Charny cedette la Sindone ai Savoia che dopo averla conservata per tanto tempo nella Sainte Chapelle di Chambery la trasportarono con uno stratagemma a Torino. Durante le sue vicissitudini la Sindone è stata vittima di due incendi in cui ha rischiato di essere totalmente distrutta. Il primo nel 1532, quando andò a fuoco la Sainte Chapelle de Chambery, il secondo nella notte tra l’11 e il 12 aprile 1997, quando a Torino bruciò la Cappella del Guarini.

Nei suoi incontri in tutta la Sardegna Paolo Pomata ripercorre la storia della Sindone e ne racconta i misteri. E ora la collaborazione con il maestro iconografo Michele Antonio Ziccheddu con cui ha organizzato due interessanti convegni all’Accademia di Santu Iacu a Mandas, potrebbe aprire la strada ad un interessante approfondimento sulle relazioni tra il telo sacro e le icone cristiane in cui Gesù era raffigurato con le stesse sembianze dell’uomo della Sindone.

«Lo studio della Sindone – spiega Pomata – richiede un approccio multidisciplinare e quasi tutte le evidenze scientifiche fanno pensare all’autenticità del telo. Nel 1978 ad esempio una equipe di scienziati fu autorizzata ad eseguire una serie di esami non distruttivi sulla Sindone, il progetto Sturp. I risultati di questi studi furono stupefacenti: la Sindone non presenta nessun tipo di pigmento, pittura, tintura o colorante sulle fibre del tessuto e l’immagine risulta prodotta da una ossidazione della parte più superficiale del lino, non riproducibile con alcun metodo fisico o chimico se non, come fatto recentemente dall’ENEA di Frascati, con strumenti ad altissima tecnologia. Non solo: gli scienziati hanno concluso che le macchie della Sindone sono di sangue umano del tipo AB, un gruppo molto raro nel mondo, ma frequente soprattutto nella zona del Medio Oriente e soprattutto nelle popolazioni semite».

Eppure pur con tante prove a favore, molti continuano a sostenere che la Sindone è un falso medievale, dando un grande risalto alla famosa prova del Carbonio 14 che data il telo tra il 1260 e il 1390. Nonostante molti scienziati ritengano poco attendibile un esame effettuato su una parte esterna del telo molto manipolata nel corso degli anni che non tiene conto dei due incendi che hanno quasi distrutto la Sindone.

«Oggi nulla è cambiato – conclude Paolo Pomata -: chi crede continua a credere mentre chi mette in dubbio l’autenticità della Sindone continuerà a farlo. Per questo al di là delle discussioni scientifiche sulla sua autenticità, la Sindone deve essere soprattutto un’occasione per meditare sui valori universali che è riuscita a custodire nel corso dei secoli».

Alessandro Zorco – tratto dall’Eco di Bonaria

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Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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