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Sindone, un mistero lungo oltre duemila anni

Era il 25 maggio 1898. Secondo Pia, avvocato e fotografo dilettante di talento, venne incaricato dai Savoia di fare la prima fotografia alla Sacra Sindone. Quella prima foto, scattata con i rudimentali mezzi dell’epoca, ha segnato l’inizio degli studi scientifici e delle dispute accademiche sul telo sacro. Anche perché, in quel lontano maggio, quando il fotografo astigiano analizzò la foto nel suo studio fece una scoperta che lo lasciò di sasso: quel telo non era altro che un negativo naturale che lasciava intravvedere nitidamente il volto di un uomo con la barba. Un volto che per molti è proprio quello di Gesù di Nazareth.

Domenica scorsa, percorrendo la strada che da Cagliari porta a Mandas, era forte la sensazione di dover assistere a qualcosa di importante. Premetto che non mi piacciono i convegni. Di solito i relatori parlano sempre troppo. Troppe parole, troppo protagonismo. Ma questo era un convegno diverso. “Acheropita: non dipinto da mano d’uomo. L’icona e la Sindone, tra scienza storia e teologia”. Era chiaro fin dal principio che i protagonisti non sarebbero stati i relatori, Paolo e Michele, per quanto ispirati, competenti e appassionati. Il protagonista sarebbe stato quel volto barbuto impresso nella Sindone e ripreso quasi con le stesse caratteristiche dagli iconografi della cristianità, da quelli bizantini a quelli greci che ancor oggi scrivono le loro icone nel Monte Athos.

Nel primo pomeriggio Mandas irradia sempre una grande pace. Il centro storico curato, le case in pietra, pochissima gente in giro. Così era anche domenica. Eppure Michele e Manuela, i padroni di casa, erano in fibrillazione. Paolo invece era apparentemente più tranquillo.

Sindone e iconaNella sala convegni dell’Accademia di iconografia Santu Jacu la grande copia a grandezza naturale della Sindone era stata sistemata da qualche giorno su un grande pannello. In alto. In modo che tutti potessero ammirarla. Eppure prima dell’inizio dell’incontro, con le luci ancora accese, non se ne riusciva ancora a comprendere il significato. Il mistero.

Solo quando si sono spente le luci e quando Paolo e Michele hanno iniziato a parlare finalmente qualcosa si è acceso.

Prima di iniziare la sua relazione Paolo ha lasciato suonare una musica. Forse bizantina, non so. E’ sicuramente servita a creare l’atmosfera. A suscitare nelle tante persone arrivate, circa un’ottantina, la curiosità di sapere quello che i relatori avevano da raccontare.

Paolo Pomata, sindonologo, è il delegato per la Sardegna dell’Istituto internazionale di Sindonologia di Torino. Insomma è uno scienziato. E da scienziato, prima ancora che da credente, doveva provare a farci entrare nel mistero di quel telo che stava lì, sospeso sopra le nostre teste. Doveva provare a spiegare il suo significato. Spiegare perché, come aveva detto Giovanni Paolo II, la Sindone è una provocazione all’intelligenza dell’uomo.

Paolo ha parlato da scienziato. E da scienziato ha spiegato ogni minimo dettaglio di quel telo. Ogni singola piega, ogni singola macchia. Con passione e semplicità, senza nulla di cattedratico. Vedere come ogni macchia impressa sulla Sindone è il segno una ferita inferta realmente su quel corpo fa una grande impressione. Ogni singola parte del corpo di quell’uomo crocifisso è stata massacrata, maciullata. Il capo, la schiena, le braccia, le gambe portano il segno dei flagelli, del patibolo che è stato costretto a portare, dei chiodi con cui è stato crocifisso. Ogni ferita impressa su quel telo è il racconto della passione di quell’uomo e ricalca in maniera puntigliosa quello che ci è stato raccontato dai Vangeli.

Molte evidenze scientifiche, così le chiamano gli scienziati, portano a pensare che l’uomo crocifisso avvolto nella Sindone sia stato veramente Gesù di Nazareth. Eppure tanti accademici di fama internazionale, con la loro incredulità, hanno sminuzzato ogni piccola parte di quel telo. Hanno infilato le loro dita in ogni singola ferita testimoniata impietosamente dalla Sindone.

Non è un caso che il Vangelo di domenica scorsa raccontasse proprio la vicenda di San Tommaso che per credere alla Resurrezione ha dovuto mettere le sue dita nella carne delle piaghe. E di Gesù che, risorto, gli ha detto: tu hai creduto perché hai veduto. Beati quelli che crederanno senza aver veduto.

Il viaggio della Sindone

Da Gerusalemme il viaggio della Sindone ci ha portato prima in Turchia e poi a Costantinopoli dove pare che il telo sia stato trafugato durante la quarta crociata. Poi in Grecia e in Francia quando la Sindone è misteriosamente ricomparsa nel 1356. Fino a Torino dove è stata portata con uno stratagemma dai Savoia, dove è custodita attualmente e dove potrà essere ammirata dal vivo.

La storia della Sindone è anche una storia di incendi. Due. Quello del 1534, quando è andata a fuoco la Sainte Chapelle de Champery dove la custodivano i Savoia, e quello della notte tra l’11 e il 12 aprile 1997, quando a Torino bruciò la Cappella del Guarini. E quando, per salvarla, i vigili del fuoco riuscirono a rompere con una semplice mazza dei grossissimi vetri antiproiettile.

La Sindone è una provocazione all’intelligenza umana, si diceva. Non spiegabile soltanto con le risorse della scienza. Anche perché gli scienziati, pur con mille prove a favore, si sono agganciati alla famosa prova del Carbonio 14 effettuata su una parte esterna del telo (una prova che ovviamente è falsata dai due incendi subiti dalla Sindone) per dire che no, quella impressa sul telo non è assolutamente l’immagine di Gesù Cristo e che si tratta di un falso risalente al Medioevo. Tesi bizzarra, visto che ancora oggi nessuno saprebbe come riprodurla: il sindonologo ha spiegato che per riprodurre soltanto la colorazione “simil-sindonica” gli scienziati del centro Enea di Frascati, tra il 2005 e il 2010, hanno dovuto simulare una specie di esplosione nucleare bombardando il telo con un laser da 34 trilioni di watt.

Pare che tempo fa uno scienziato, ateo ma evidentemente più onesto intellettualmente di molti altri colleghi, abbia candidamente ammesso che, con tutte quelle evidenze scientifiche, se si fosse trattato di Giulio Cesare o di un altro personaggio storico nessuno si sarebbe sognato di mettere in discussione l’identità del volto impresso sulla Sindone.

Ma si sa, Gesù di Nazareth è sempre stato segno di contraddizione. Pietra angolare scartata dagli uomini.

Poi ha iniziato a parlare Michele. Michele Ziccheddu è un esperto teologo e maestro iconografo. Con lui il nostro viaggio nel tempo è ripreso. Ma è andato a ritroso. Le immagini proiettate sullo schermo ci hanno fatto tornare alle antiche catacombe dove i cristiani incidevano le prime immagini sacre. Fino al quarto secolo, quando i romani hanno sdoganato definitivamente la religione cristiana e quando, improvvisamente, nell’iconografia cristiana si è iniziato a raffigurare Gesù con la barba e i capelli lunghi. Quella è diventata (forse perché in quel periodo era comparsa la Sindone) per gli iconografi l’immagine canonica del Dio incarnato, l’unica immagine con cui Dio si è manifestato agli uomini.

Michele ha spiegato che secondo le tecniche della polizia americana per stabilire l’identità di una persona bastano 40 coincidenze. E allora perchè confrontando l’immagine che il fotografo Pia ha sviluppato alla fine dell’Ottocento con alcune icone che ritraggono Gesù Cristo i punti di congruenza sono addirittura 250?

Storia, teologia, scienza e antica iconografia si sono mischiate poi con la leggenda quando Michele ha parlato della vicenda del re di Edessa, Agbar. Gravemente malato, pare avesse chiesto la grazia di vedere Gesù. Ma, sempre secondo la leggenda, il Nazareno declinò l’invito e inviò ad Agbar un telo con raffigurato il suo volto. Un telo miracoloso che lo guarì. Come la Sindone, che per inciso non ha alcun segno di pittura e (questa per lo meno è l’unica spiegazione razionale) pare sia stata impressa da una enorme ondata di luce, anche il telo di re Agbar era un’immagine “acheropita”, cioè non dipinta da mano d’uomo.

L’iconografia ha chiamato mandylion il telo di Edessa e lo ha raffigurato in tantissime icone. Anche il mandylion fece perdere le sue tracce durante la conquista di Costantinopoli, nel corso della quarta Crociata e secondo molti studiosi, Michele Ziccheddu è tra questi, quel telo leggendario è proprio quello che oggi chiamiamo Sindone.

Sindone, mandylion. Poi il Volto Santo di Oviedo, probabilmente il sudario posto come un fazzoletto a coprire il volto del Crocifisso, con le dimensioni del naso esattamente uguali a quelle del telo di Torino. E infine il Volto Santo di Manoppello, quello che molti dicono sia il famoso velo della Veronica. Che non è il nome di battesimo della donna che deterse il viso di Cristo durante la via Crucis (pare si chiamasse Berenice): Veronica significa infatti vera icona.

Coincidenze. Che per chi crede diventano una certezza che non ha bisogno di ulteriori prove scientifiche e razionali sull’identità di quell’uomo.

Dopo questo viaggio nel tempo durato quattro ore quel telo, sospeso sulle nostre teste, sembrava diventato realmente un corpo sofferente, tumefatto e pieno di ferite. Che raccontava una sofferenza inumana a dispetto dello scetticismo di certi scienziati increduli che continueranno sempre a fare come san Tommaso mettendo le loro dita dentro quelle ferite.

Eppure delle dispute scientifiche degli accademici freddi che si giocano a dadi il telo non rimane poi tanto. Quel che rimane sono piuttosto le parole del vigile del fuoco che a Torino si è spaccato le mani per rompere con una mazza il vetro antiproiettile della teca che conteneva la Sindone. E che, nel video mostrato da Paolo, ha raccontato piangendo che quella forza di volontà e quella determinazione erano nate in lui dalla voglia di salvare non tanto un telo di lino, quanto i valori universali di amore e sacrificio che la Sindone porta con sé.

Valori impressi nel corpo insanguinato dell’uomo della Sindone che, sacrificando la propria vita e mettendola nelle mani dei suoi aguzzini, ha salvato tutta l’umanità. Quel qualcosa di immenso che ha fatto quasi svenire il fotografo astigiano Secondo Pia quando, nel suo studio fotografico di fine Ottocento, ha sviluppato la prima foto della Sindone.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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