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Quel “Ti voglio bene” urlato da Buoncammino

Per raggiungere il carcere di Uta da San Vito devi arrivare prima a Cagliari, circa un’ora e dieci di viaggio, poi se sei venuto in corriera devi prendere la navetta che porta al carcere. In pratica faresti in tempo a prendere un volo per Roma e andare a Rebibbia. Se arrivi da Carloforte i tempi si allungano ancora di più, oltre due ore di percorrenza. Al punto che faresti prima ad arrivare alla Santè, lo storico carcere di Parigi. Perché spesso per chi arriva da lontano fare un breve colloquio con un parente detenuto comporta un viaggio estenuante. Prima, quando c’era il vecchio carcere di Buoncammino, i detenuti avevano per lo meno la possibilità di comunicare con gli amici e i familiari usando la voce. Ma a quattro mesi dal trasferimento dei detenuti nel nuovo carcere di Uta, il brandello di umanità lasciato a quei colloqui strappati alla burocrazia, a quei “Ti voglio bene” urlati da lontano, rischia di essere irrimediabilmente perduto.

L’eco di quelle grida è ancora vivo nel carcere ormai vuoto di Buoncammino che in questi giorni i cagliaritani visiteranno per la prima volta durante le Giornate del Fai (Fondo Ambiente Italiano) di Primavera. Gianfranco Pala, ex direttore di Buoncammino e oggi alla guida del carcere di Uta, spiega che le matricole e i fascicoli contenuti nell’archivio sotterraneo dell’ex carcere di Buoncammino, le carte che contengono le storie dei detenuti che nel corso degli anni hanno popolato il carcere cagliaritano, saranno catalogati prima di Pasqua. E se ritenuti di interesse storico saranno messi a disposizione dell’Archivio di Stato.

 

L’ipotesi più accreditata, sperando che tutte le istituzioni interessate si mettano d’accordo, è infatti quella di fare di Buoncammino un museo. Per non dimenticare la sofferenza e il dolore di chi c’è passato.

Ma nell’attesa che sia ricostruita e analizzata la storia di Buoncammino, dove per anni i detenuti hanno vissuto in un disumano sovraffollamento (i posti regolamentari erano 340 contro oltre cinquecento carcerati), bisogna pensare all’oggi.

Da Buoncammino ad Uta

BuoncamminoLe celle suddivise nei tre piani del nuovo carcere di Uta sono, a quanto pare, molto più confortevoli di quelle di Buoncammino.

Sicuramente andranno completati gli impianti sportivi, la palestra e i campetti dove quando il carcere era a Buoncammino un paio di volte all’anno i detenuti potevano partecipare ad un torneo in cui giocava anche qualche calciatore del Cagliari.

Entro l’anno saranno inoltre completati i 92 posti riservati ai famigerati detenuti in regime 41 Bis.

Eppure, spiega il direttore Pala, la maggiore criticità riscontrata in questi quattro mesi dal trasferimento del carcere da Buoncammino ad Uta è la lontananza da Cagliari. In particolare la distanza dal Palazzo di Giustizia ha comportato il triplicarsi delle spese di carburante per i trasferimenti dei detenuti e inizia a porre con forza il problema della insufficienza del personale.

Ma la lontananza, oltre incidere sui rapporti tra il carcere e il Tribunale, ha reso troppo difficoltosi i rapporti tra i detenuti e le loro famiglie. Soprattutto quando i familiari arrivano da zone lontane della Sardegna per poter avere un colloquio con i loro congiunti e portargli un po’ d’affetto.

Allora perché non sfruttare la tecnologia e, oltre ovviamente i colloqui di persona, dare la possibilità ai detenuti di mantenere un contatto continuativo con i loro familiari introducendo i colloqui telematici?

Si potrebbe facilmente predisporre in ogni Comune sardo una postazione telematica protetta e controllata, collegata alle strutture carcerarie con tutte le necessarie precauzioni di sicurezza, dalla quale i familiari (spesso anche persone anziane che hanno difficoltà a spostarsi) possano mettersi in contatto, magari via Skype, con i loro parenti detenuti.

E’ una soluzione che sarebbe valida per tutte le strutture carcerarie isolane, quelle dedicate agli adulti e quelle dedicate ai minori. E sarebbe praticabile senza grossi esborsi di denaro per lo Stato o per la Regione che peraltro dovrebbe essere attrezzata perchè da alcuni anni ha avviato un programma per la messa in rete dei comuni sardi.

Magari il colloquio in video conferenza sarà meno romantico di un “Ti voglio bene” urlato da una parte all’altra del colle di Buoncammino, ma potrebbe far sentire i detenuti meno soli e più vicini ai loro familiari, limitando trasferimenti e lunghe ore d’attesa per i parenti. Insomma potrebbe migliorare un po’ la qualità della vita di chi sta già pagando abbastanza cari i propri errori.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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